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  1. venturoli massimiliano Rispondi
    Il problema della coruzzione in Italia, sicuramente, riguarda le leggi poco chiare e faragginose, ma non riguarda anche la morale distorta prevalente in Italia?! In Italia da quello che mi risulta, sia all' interno degli enti statali che nelle aziende, esistono " strutture " atte ad controllare gl' illegittimi usi delle cariche ricoprte ( contro coruzzione e concussione ). In un Paese in cui prevale la morale " del furbetto del quartierino ", per cui l' onesto è un fesso e chi vuole combattere la coruzzione è un populista, come potrebbero funzionare i controlli contro la coruzzione ( interni o esterni che siano )?! In un Paese dove una persona indagata per coruzzione, che ricopra un incarico dirigenziale ( privato o pubblico è indifferente ), non si dimette perchè " un' indagine non è una sentenza" ( rifacendosi in modo distorto alle garanzie processuali ), come si può chiedere di combattere la coruzione?! In Italia le "garanzie processuali" prevedono che nessun cittadino "sedendo su una poltrona ", si dimetta ( sospeso) , in caso di accusa di coruzzione. Nei Paesi " normali " ( in cui esiste una morale " normale "), le garanzie processuali, prevedono SOLAMENTE un PROCESSO GIUSTO,VELOCE E CERTO. Ma non prevedono, per diritto aquisito, l' "uso della poltrona" mentre ci si difende da accuse di coruzzione. Prevede, invece, il reintegro nella carica, nel caso in cui, si venga ritenuto innocente. Nei Paesi anglosassoni ( dove il sistema giudizziario non è perfetto, ma funziona meglio che in Italia ), un Ministro, come nel caso di Pisano, che si scopra abbia " affidato " la squadra di calcio della Sua Città ad una persona compromessa come Moggi si sarebbe dimesso!! Invece in Italia è stato, rieletto deputato, senza alcun problema!! La coruzzione, sono pienamente d' accordo, la si combatte con leggi chiare e severe. Ma anche pretendendo una " morale limpida" per le persone che ci rappresentano! Occorre una " RIEDUCAZIONE MORALE ", grazie a cui l' onesto sia un eroe
  2. Michele Rispondi
    C'è qualcosa che stride in questo intervento su imprese e illegalità. Nella coscienza di qualsiasi citatdino mediamente informato, è del tutto evidente - senza alcun bisogni di dati statistici ma solo tenendosi alle cronache - che il mondo delle imprese ha attraversato fasi nelle quali il proprio tasso di illegalità ha toccato livelli di illegalità elevatissimi per qualità e quantità. Solo elencarli riempirebbe pagine, così come riempirebbe pagine enumerare quelli rimasti sostanzialmente impuniti, alcuni importantissimi (Sindona, Calvi, IOR. Rovelli ecc..). Che ci sia differenza tra law in the book e in action lo sa chiunque nel nostro paese, senza bisogno di sc riverlo in inglese. Basti pensare che persino gli interventi delle cosidette autorità di vigilanza (antitrust ecc.) raramente vanno aldilà dell'enunciazione di un problema o dell'erogazione di una multa altisnonate per l'entità ma poi rapidamente sospesa dai ricorsi al Tar. Questa è la situazione. Il processo Parmalat, per intenderci, se si guardano con attenzione i possibili decorsi e le scadenze, sembra destinato anch'esso a entrare a far parte della giustiza libresca nel paese delle centomila norme, con stuoli di avvocati pronti a interpretarle e declinarle grazie alla tortuosità che presentano. Se si solleva un tema del genere, quindi, si scopre l'acqua calda, a meno di entrare in episodi specifici approfondendoli o di analizzare nel merito le caratteristiche (non le ragioni, che conosciamo ampiamente) del coacervo giuridico che difende ormai alcune categorie di cittadini anche quando delinquono gravemente contro l'interesse collettivo (derubricando persino i reati). E' probabilmente venuto il momento di pensare, oltre che a una riforma del concreto e quotidiano funzionamento della giustizia che non si nasconda dietro un garantismo ipocrita e strumentale, a restituire ad alcune figure imprenditoriali - comodamente diluite nella magica nozione di "impresa" - un rischio e una responsabilità personale.