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  1. andrea garbin Rispondi
    Vorrei intervenire solo sulla sua affermazione del perchè un Ministero per le politiche giovanili abbia un senso in questo paese. Potrei dirle che tutta l'Europa ad eccezione dell'Italia e della Polonia lo hanno già da anni, così abbiamo pagato lo scotto di essere uno dei paesi che utilizzano di meno i finanziamenti comunitari per i giovani. Se prova a fare una ricerca vedrà che la spesa per strutture e incentivi per i giovani in questo paese si riducono alla prevenzione del disagio, molto poco. Quasi niente alla promozione dell'agio. Le politiche intraprese dagli enti preposti a seguito della Legge 328/2000, Piani sociali di zona ecc., sono tutte sbilanciate verso gli anziani e l'handicap. Questo è un paese in cui i giovani non sono cittadini finchè non diventano vecchi, se guarda la classe politica che ci rappresenta forse potrà credermi. Che poi il Ministero delle Politiche giovanili sia un Ministero senza portafoglio testimonia ancora di più quale è la considerazione del nostro paese per i giovani. Sono daccordo con Lei che i giovani lavorano, mangiano, fanno figli, vorrebbero mettere su casa, accedere agli spazi culturali e fare essi stessi cultura. Credo che non sia una giustificazione per non avere un Ministero, semmai credo che ci debba essere necessariamente un coordinamento interministeriale forte per garantire ai giovani la cittadinanza in questo paese, senza dover emigrare come si faceva negli anni '50. Cordiali saluti.
  2. Nicola Rispondi
    Gent.le professoressa ho letto le Sue considerazioni circa l'uso distorto che viene fatto dell'art. 29 della costituzione per escludere quelle che Lei definisce altre famiglie. Se concordo con Lei circa la necessità, morale e giuridica, di non distinguere tra figli nati fuori o dentro i matrimonio (distinzione che ormai da tempo la giuriprudenza ha abandondato del tutto,salvo limitai profili), non condivido l'assimilazione al tipo famiglia delle coppie non unite in matrimonio. Anche questa volta non voglio farne una questione morale ma esclusivamente giuridica. La nostra carta fondamentale definisce chiaramente la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, impegnando la Repubblica a prestarle particolare attenzione per l'assolvimento dei relativi compiti. La disposizione non distingue tra famiglie con o senza figli, salvo il particolare riconoscimento che fa delle famiglie numerose (art. 29). E'vero che questa disposizione è stata "composta" in un periodo in cui con buona probabilità le coppie di fatto costituivano un fenomeno numericamente molto limtato, ciononostante la particolare tutela riconosciuta alla famiglia fondata sul matrimonio rispondeva alla necessità di sostenere una società naturale la cui stabilità consente la formazione della persona e del cittadino. La coppia di fatto rifiuta per principio qualunque dovere sociale, lasciando la propria stabilità alle mutevoli stagioni della vita, senza alcuna respnosabilità sociale e giuridica dei componenti. La tutela particolare tutela alla famiglia fondata sul matrimonio è allora una necessità in quanto è realtà diversa dalla coppia di fatto. Non vi è alcuna discriminazione perché le due realtà non possono essere equiparate. E' da tempo che la famiglia cerca questo particolare riconoscimento ma trova poco ascolto, in un contesto dove si preferisce investire sull'impresa piuttosto che sulle persone che hanno deciso di curarsi ed amarsi stabilmente. Cosa ne pensa? Un saluto Nicola
    • La redazione Rispondi
      La Costituzione all'art. 29 dice che la Repubblica italiana (non "definisce") riconosce e tutela la famiglia fondata sul matrimonio. Non dice che non tutela altre eventuali forme di famiglia. E all'articolo 2 afferma di tutelare le formazioni sociali in cui ciascuno liberamente esprime la propria personalità. Chiarito questo, non vedo come si possa affermare in modo così apodittico che le convivenze more uxorio rifiutano a priori ogni responsabilità sociale. Al contrario, quando chiedono una qualche forma di riconoscimento chiedono di essere inserite nel circuito dei rapporti di reciprocità e solidarietà legalmente riconosciuti. E' proprio il mancato riconoscimento che le costringe in una forma di irresponsabilità sociale. Quanto alla questione giuridica, mi permetto sommessamente di osservare che se molti paesi che pure hanno un ordinamento simile al nostro e persino una costituzione simile alla nostra per quanto riguarda il riconoscimento della famiglia fondata sul matrimnio (ad esempio la Germania) hanno introdotto istituti giuridici che riconoscono convivenze non fondate sul matriminio, incluse le convivenze omosessuali, forse l'impossibilità di farlo nel nostro paese non deriva dall'ordinamento, ma dalle resistenze culturali dei nostri legislatori. cordialmente
  3. Nicola Rispondi
    Gentile Professoressa, dando anche un veloce sguardo alla disciplina tributaria del nostro Paese ed alle metologie di determinazione delle tariffe dei servizi pubblici, ci si accorge che la volontà dei Padri Costituenti, consacrata nell'art. 31 Cost., di agevolare l'adempimento dei compiti famigliari, con particolare riguardo alle famiglie numerose, non è stata minimamente attuata. Eppure nel 1948, non ho i dati a disposizione, credo che per famiglia numerosa dovesse intendersi quella composta da un numero di persone ben superiore a quello che la recente Associazione famiglie numerose ha ritenuto fissare come limite per l'acquisizione della qualità di associato (4 figli). E' ben noto il dibattito fra i costituzionalsiti circa il valore meramente programmatico o immediatamente precettivo delle norme della Costituzione, da cui discendono diverse conseguenze giuridiche. A prescindere da ciò ed appurato che la stessa Costituzione esige che la Repubblica presti particolare attenzione alle famiglie numerose, mi chiedo come possa sparire dalla discussione politica la loro esistenza giuridica e la conseguente necessità di tutela, in un contesto in cui si pretende del tutto artificiosamente di dare riconoscimento pubblico alle unioni di fatto, che nessuna tutela particolare sono destinatarie dalla stessa Carta Costituzionale. Non voglio farne una questione etica, ma esclusivamente giuridica. La disposizione costituzionale prima indicata appare imporre al legislatore ordinario, statale e regionale, l'obbligo di dare visibilità alle famiglie numerose e di trattarle diversamente dalle altre, prio perché sono particolarmente diverse, vendendo così meno ogni dubbio sull'eventuale lesione del principio di uguaglianza previsto dalla'art. 3 della medesima Costituzione. In questo contesto, parlare di equità orizzontale, parificando chi ha figli a chi non ne ha, appare una forzatura, dimentica che sono situazioni non equiparabili. Vorrei leggerele Sue considerazioni. Nicola
    • La redazione Rispondi
      In realtà è l'insieme delle indicazioni costituzionali in tema di sostegno alla famiglia che è stato in larga misura disatteso. Anche l'articolo 29 è stato più usato per escludere qualsiasi riconoscimento legale di altre forme di famiglia che per legittimare politiche di sostegno nei confronti delle famiglie con figli, incluse quelle fondate sul matrimonio. Ovvero nel nostro paese l'evocazione della famiglia serve più per escludere qualcuno che per motivare politiche positive, oltre che corrispondenti alle sensibilità culturali mutate (ad esempio in tema di parità uomo-donna e in tema di diritti soggettivi dei minori). Quanto alle famiglie numerose, è vero che i costituenti pensavano a famiglie con cinque o più figli, mentre oggi, da punto di vista statistico, è già numerosa una famiglia con tre figli. Quando ero presidente della Commissione povertà facemmo uno studio che segnalò come appunto questa - tre figli - era una soglia a rischio dal punto di vista della vulnerabilità economica dei minori e delle loro famiglie. In risposta a questa evidenza empirica, l'allora governo Prodi introdusse una misura diretta proprio alle famiglie a reddito modesto con almeno tre figli tutti minori. Questa misura si è rivelata di impatto foprtemente redistributivo, ma molto limitata nella sua efficacia di contrasto alla povertà. Occorrerebbe metter mano ad una revisione complessiva dei sostegni al costo dei figli oggi frammentati in molte misure spesso contraddittorie, che a volte producono sovrapposizioni mentre lasciano scoperte molte famiglie e molti bambini. Se ne parla nel programma dell'attuale maggioranza e spero che la cosa entri presto nell'agenda del governo. Quanto alla sua obiezione alla equità orizzontale, tra chi non ha figli e chi ne ha, non la ho capita. Parlare di equità orizzontale in questo caso significa proprio tener conto del fatto che, a parità di reddito, chi ha figli ha più spese (e le sostiene anche per la collettività). Quindi destinare a chi ha figli (o meglio ai figli stessi) forme di redistribuzione significa operare un riequilibrio in favore dell'equità. cordialmente Chiara Saraceno
  4. alessandro soprana Rispondi
    In effetti l'utilizzo del quoziente famigliare è ininfluente sugli incapienti. l'adozione del quoziente famigliare o del basic income avrà effetto solo se i criteri usati rispondono al costo reale dei figli: se si pensa di stabilire per il quoziente famigliare gli stessi coefficienti in essere per l'isee non si risolverà il problema come non si risolverà se nel basic income si lascerà la cifra attuale delle deduzioni di 2900 euro. Per gli incapienti si dovrà provvedere con contributi in denaro come sembrano previsti nel programma dell'unione e un rimborso dell'imposta per detrazioni non godute. un'ultima annotazione economica: sul mercato non esiste una "struttura" altrettanto efficace ed economica come la famiglia per "l'allevamento" ed educazione dei futuri cittadini. cordiali saluti Alessandro Soprana - famiglienumerose.it
  5. Nicola Rispondi
    Gentile professoresa , durante il II incontro-scontro tra Prodi e Berlusconi nel salotto di Bruno Vespa, si è trattato, se non mi ricordo male, delle politiche familiari che i due raggruppamenti intendevano seguire laddove fossero risultati vincitori delle elezioni politiche. Il Presidente del Consiglio uscente richiamava il ben noto istituto del "quoziente familiare" mentre quello attuale la concessione di un beneficio patrimoniale alle famiglie, a seconda del reddito, ritentendo inutile il metodo proposto dall'avversario per le famiglie con un reddito non tassabile (e per le quali, ovviamente, il sistema del quoziente familiare non avrebbe potuto arrecare alcun beneficio). La risposta del Presidente Prodi, ad una più attenta riflessione, non mi convince. In effetti, ben potrebbe introdursi il quoziente familiare e elargirsi alle famiglie a reddito basso un assegno varamente commisurato al reddito. Diversamemte si continuerebbe a discriminare le famiglie, anche numerose, a monoreddito alle quali la sia pure sostanziosa promessa di un assegno per ogni figlio sino, mi pare, al compimento del diciottesimo anno di età, non sposterebbe assoltamente il problema. Vorrei leggere la Sua opinione in proposito. Grazie. Nicola
    • La redazione Rispondi
      Ha ragione a sostenere che non vi è in linea di principio contraddizione tra un siostema di tassazione basato sul quoziente familiare e assegni per i figli di tipo vuoi universale, vuoi legato al reddito. La Francia, infatti, unico paese in Europa, ha entrambe le cose: il quoziente familiare e assegni (non legati al reddito) a partire dal secondo figlio. Credo che la risposta di Prodi si riferisse a che cosa sia più opportuno fare - in termini di equità sia orizzontale (tra chi ha figli e chi non li ha) che verticlae (tra chi ha redditi maggiori o minori) in una situazione di risorse limitate. Personalmente ritengo che l'erogazione diretta di un assegno sia più efficiente e presenti meno controindicazioni del mutamento del nostro sistema fiscale basato sulla tassazione individuale. Esso infatti consente di effettuare quella redistribuzione orizzontale che le sta a cuore, senza penalizzare nessuno, neppure gli incapienti (che non avrebbero alcun giovamento dalla introduzione del quoziente familiare), mantenendo anche, se lo si desidera, un obiettivo di redistribuzione verticale, graduando l'importo sulla base del reddito familiare. Per altro, ricordo che ogni meccanismo di riferimento al reddito familiare (incluso il quoziente familiare) presenta due limiti che vanno valutati con attenzione: richiede una ragionevole fiducia nella onestà dei contribuenti e nella capacità della pubblica amministrazione di effettuare controlli; ha effetti disincentivanti sul secondo reddito, in particolare della moglie-madre e in particolare quando vi è una forte asimmetria tra i redditi dei coniugi. Cordialmente Chiara Saraceno
  6. alias Rispondi
    Buongiorno, una proposta elettorale del nuovo Presidente, se ricordo, fu di erogare, fino al compimento dei 18 anni, un contributo di circa 2500 euro l'anno ai nuovi nati in Italia. Quali? Gli italiani? I residenti? Visto che ogni anno nascono circa 530.000 bimbi in Italia, dei quali almeno un 10 per cento (l'Istat mi pare non dia dati più recenti del 2003) sono cittadini stranieri, viene da chiedersi perchè, se si vuole sostenere il ricambio generazionale, escluderli. Non fanno forse parte della società, ne sostengono i consumi, ne diventeranno i cittadini? a meno che non si ponga un problema di sostenibilità finanziaria, o di equità intergenerazionale; concetti sui quali mi pare non abbia fornito troppi dettagli il professor Prodi.
    • La redazione Rispondi
      In effetti nel programma di Prodi non è specificato se il bonus siriferirà solo ai figli di cittadini (come è stato per i bonus una tantum del governo Berlusconi) o a tutti i figli di residenti, quindi anche agli stranieri. Dato che la stima della spesa è stato fatto sul totale delle nascite, si potrebbe supporre tuttavia che in linea di principio il provvedimento dovrebbe riguardare tutti i bambini che abbiano residenza legale in Italia, come sarebbe giusto e opportuno.