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Nostalgia e moralismo non servono

E’ ormai un fatto acquisito che l’equilibrio competitivo dei campionati europei in generale, e del nostro in particolare, sia diminuito. Il motivo è la pay-tv, una tecnologia che ha immensamente allargato il mercato di riferimento, soprattutto delle grandi squadre. Il vecchio modello organizzativo del sistema calcio italiano non è più adatto al cambiamento radicale di questo mercato. Il problema è dunque di governance: sono necessarie nuove istituzioni e nuove regole. E per far sì che si giochi fra pari, l’unica soluzione è una superlega europea.

Nei commenti sul terremoto che sta scuotendo il mondo del calcio si leggono molte posizioni fra il nostalgico e il moralistico che auspicano un ritorno al passato, al calcio povero del pallone con le stringhe, dominato dalla passione e non rovinato dai soldi.

A nostro avviso, questa interpretazione dei fatti tende a fare confusione fra diversi punti, che invece cercheremo di distinguere per chiarezza di ragionamento.

Cosa è successo

Si ha nostalgia per un campionato più equilibrato, in cui la distanza fra grandi e piccole squadre non sia così elevata. Che l’equilibrio competitivo dei campionati europei in generale, e del nostro in particolare, sia diminuito è un fatto acquisito, qualunque indicatore si usi . Il motivo è palese: l’avvento di un cambiamento tecnologico nelle tecniche di produzione, ossia la pay-tv. Una tecnologia che permette il consumo contemporaneo e non-rivale del prodotto ha immensamente allargato il mercato di riferimento soprattutto delle grandi squadre, generando le condizioni per la nascita dell’economia delle superstar . Questo è il punto di partenza del ragionamento: è un punto di rottura forte col passato, e a nostro avviso, di non ritorno. È inutile pensare che le piccole possano competere con le superstar.
Federer-Volandri può essere vista da alcuni appassionati italiani, Federer-Nadal è invece trasmessa in tutti i continenti; così Milan-Ascoli interessa soprattutto i tifosi dell’Ascoli, ma Milan-Barcellona incuriosisce i cinque continenti. I quali adesso possono godersela pagando i diritti tv alle singole squadre. È inutile cercare di opporsi a questo cambiamento con logiche di ritorno al passato: i cambiamenti di paradigma tecnologico vanno assimilati, compresi e governati.

Il secondo fatto è che la fortissima asimmetria che si è venuta a determinare ha rotto gli equilibri passati fra grandi e piccole squadre, spezzando l’unità d’intesa all’interno della Lega. Gli accordi vanno in frantumi proprio quando i partecipanti diventano molto diversi fra loro: è normale che allora cambino gli incentivi di taluni a rimanere legati all’intesa.
Ciò ha determinato, di fatto, una posizione dominante da parte delle grandi squadre (sette in partenza, poi cinque, poi tre). Sottolineiamo che la posizione dominante di per sé è perfettamente lecita: se basata su competition on the merits, la normativa antitrust non la sanziona. Si sanzionano invece eventuali comportamenti anticompetitivi che posizioni dominanti tendono naturalmente a generare nelle imprese: la collusione art. 81 Trattato sull’Unione Europea, già Trattato di Roma) e l’abuso di posizione dominante (art. 82). In un mercato non soggetto a questa normativa o non soggetto a controllo, è più che naturale aspettarsi che le imprese attuino tali comportamenti. In questo senso, si possono forse interpretare gli sviluppi del sistema calcio negli ultimi anni. Per esempio, in passato, molti commentatori hanno espressamente parlato di patti di non belligeranza fra grandi squadre per le aste su alcuni giocatori. In termini economici, si potrebbe interpretarlo come comportamento collusivo sul mercato dei calciatori a danno del venditore, che tra l’altro, il più delle volte, era un loro competitor. Nelle trattative sui diritti tv è chiara la posizione dominante delle grandi squadre. Ancora su molti giornali era apparsa la notizia che la Juventus avesse apposto una clausola nel contratto con Sky, secondo la quale nessun’altra squadra poteva essere pagata di più. Al di là della veridicità o meno di questa notizia, la riportiamo qui solo come esempio di un caso classico d’abuso di posizione dominante.
Si comprende così la presenza di un conflitto d’interessi, che, seppur diffuso nel nostro paese, ha assunto negli anni recenti dimensioni addirittura mostruose nel calcio italiano. Dalla posizione di Franco Carraro, a quella di Adriano Galliani, alla Gea: la collusione apparentemente catturava il regolamentatore (la Figc), la Lega e il mercato dei giocatori e anche i diritti tv, garantendo una protezione alle pratiche collusive e non invece agli anelli deboli del sistema (piccole squadre, arbitri, eccetera). Tutte cose più volte scritte da molti giornali.
Quello che è successo si può quindi forse sintetizzare così: il vecchio modello organizzativo del sistema calcio italiano non è più adatto al recente cambiamento radicale di questo mercato, dovuto a sviluppi tecnologici irreversibili. Il problema è di governance: servono nuove istituzioni e nuove regole.
Se e in che modo l’interpretazione proposta sopra dei fatti sia corretta e applicabile al calcio è materia da giuristi. In questo senso, non ci poteva essere miglior scelta come commissario Figc di Guido Rossi: insigne giurista, padre della legge antitrust italiana del 1990 che porta il suo nome, scrittore di libri che da anni denunciano i conflitti d’interessi del capitalismo italiano.
Il terzo fatto è invece l’illecito sportivo che i giudici perseguono come ipotesi di reato da parte di alcuni dirigenti, arbitri. Qui l’analisi economica ha poco da dire, e forse la posizione moralista potrebbe avere le sue ragioni: è più facile che si verifichino comportamenti illeciti quando i vantaggi economici sono più importanti. Ergo i soldi hanno inquinato il pallone e si esorta quindi a un ritorno ai valori fondanti dello sport, con la bizzarra implicazione di policy che si dovrebbe depauperizzare il sistema (pensate ad allargare questa logica a tutti i settori in cui si verificano illeciti). Ovviamente, basterebbe osservare che il mondo è pieno di bellissimi e appassionanti sport in cui circolano un mucchio di soldi senza che per questo si verifichino illeciti a livello di sistema: basket Usa, automobilismo, tennis, e così via.

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Cosa succederà

Il problema non è l’etica, che non nasce spontanea, ma disegnare una nuova governance e incentivare comportamenti consoni con regole e controlli.
Inoltre, si dovrebbe pensare un nuovo ambiente adatto alla nuova situazione produttiva dello spettacolo sportivo calcio.
Non ha senso riportare a livello Milan e Ascoli. La conseguenza sarebbe che l’Italia perderebbe l’attenzione dei cinque continenti. Bisogna d’altro canto far sì che si giochi fra pari, altrimenti lo spettacolo sportivo ne soffre: non è divertente vedere partite giocate a una sola porta.
Il cambiamento tecnologico ci porta a una sola possibile risposta: la superlega europea, ossia una serie A europea, possibilmente aperta, alla quale si accede tramite promozione attraverso playoff fra i primi posti dei campionati (a quel punto di serie A2) nazionali e le ultime della superlega.
Il sistema europeo diventerebbe quindi un sistema chiuso nel suo complesso in cui allora sarebbe sì possibile implementare tutte le varie possibili norme per garantire un equilibrio competitivo, come salary cap, mutualità, rookie draft, eccetera.
Spiace per i nostalgici, ma ci arriveremo.

 

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Se il “centro delle strategie” ha troppe teste

  1. Lorenzo Monticone

    Tutto quanto affermato nell’articolo sarebbe incontrovertibile se stessimo parlando di una normale attività produttiva. Siccome però il calcio è business, si, ma lo è grazie alla passione dei tifosi (nel resto del mercato la gente non fa il tifo per la Luxottica o per la Irisbus…) la Superlega è una soluzione che escluderebbe una discreta fetta del potenziale mercato, ovvero tutti i tifosi delle “piccole”. Meglio cercare un’ altra soluzione: sport professionistico concepito come materia separata in sede europea (finalmente ci si sta lavorando, su proposta della Gran Bretagna), redistribuzione dei proventi televisivi più equa e regolata per legge (ancora in sede europea). Detto questo, la spoprozione tra grandi e piccole nel calcio è sempre esistita, anzi in passato abbiamo assistito a serie di vittorie (massimo cinque nel campionato italiano) non più riproposte in tempi recenti. Quello che si deve evitare, come in ogni settore economico, è la realizzazione di cartelli oligopolistici, come nel caso juve-milan. E Guido Rossi lavorerà proprio in questa direzione.

    • La redazione

      La ringrazio del commento. D’accordo sui comportamenti anticompetitivi e altissime aspettative da una figura come Rossi in questo senso, come già discusso nell’articolo. La spoprozione tra grandi e piccole nel calcio è sempre esistita, ma non in queste proporzioni, qualunque indicatore si prenda. Ed il motivo come sostengo nell’articolo è tecnologico, difficilmente reversibile, che comporta i meccanismi della Superstar
      Economics (per alcuni riferimenti bibliografici può vedere sulla voce il mio articolo del 2002). Se così è, la risposta non può essere quella che dice lei. Per massimizzare domanda e profitti dell’industria bisogna creare il massimo spettacolo possibile: ossia equilibrio competitivo, ma con i più grandi campioni. Questo garantisce un’audience globale. I tifosi delle piccole riempiranno lo stadio comunque e vedranno anche loro le partite di Superlega (anche se è ovvio che per loro sarebbe meglio poter giocare con le grandi).

  2. Alberto Vanni

    Gent.mo dott. Ascari,
    dalla natura degli articoli da lei pubblicati su La Voce a partire dal 2002, intuisco che possiede una certa conoscenza degli aspetti finanziari del nostro calcio e di ciò che vi ruota intorno. Premetto: non le scrivo per sentirmi dire “sì, lei potrebbe aver ragione”. Sarebbe assurdo. Piuttosto chiedo un istante di confronto con chi è molto più preparato di me. E eventualmente una secca smentita per aspetti che non ho valutato.
    C’è un aspetto di tutta la vicenda che mi appare piuttosto nebuloso. Se non ricordo male, e qui mi correggano gli esperti di calcio, non molti mesi fa si parlò di un incontro tra Moggi, Giraudo e la dirigenza del Milan. Nel clamore tutto italiano che fece la notizia, si ventilava l’ipotesi del passaggio dei due dirigenti della Juventus alla società milanese. Mi ripeto, questo non molti mesi fa.
    Non saprei citare la data in cui venne siglato l’affare, ma è noto inoltre che la Juventus vendette i propri diritti televisivi a Mediaset. Sono però sicuro che questo accadde prima del citato incontro tra la dirigenza Juve e la dirigenza Milan.
    Avendo addirittura ventilato l’ipotesi di un avvicendamento dirigenziale, non posso credere che il Milan non fosse al corrente dei vari livelli di collusione in cui si trovavano i dirigenti della Juventus. E soprattutto non posso credere che la posizione dominante e potente dei dirigenti della Juventus non facesse gola alla stessa persona a cui interessano, in modo particolare, tanto l’andamento finanziario del Milan quanto l’andamento finanziario di Mediaset.
    Chiariamoci. Non sono di quelli che vedono nella citata persona l’origine di tutti i mali del mondo. Ma mi chiedo: se l’esito delle ultime elezioni fosse stato diverso, o se qualcosa che mi sfugge e che non mi sarai mai dato di sapere fosse andato diversamente, sarebbe suonata ugualmente la campana per Moggi & C.?
    Grazie per l’attenzione.

    • La redazione

      La ringrazio molto per il suo interessamento di lunga data verso i miei articoli. Purtroppo però riguardo al punto da lei sollevato, io non ho molto da dirle. Nella filosofia di questo sito, i miei interventi vorrebbero offrire al lettore un’interpretazione dei fatti che cerca di essere originale e interessante, usando gli schemi teorici dell’economia e della recente Football Economics (uno dei miei filoni di ricerca). Quindi parlando di comportamenti anticompetitivi che tendono ad emergere naturalmente in mercati con imprese dominanti, mi riferisco ad accordi che
      riguardano situazioni di mercato. L’illecito non ha niente a che vedere con la teoria economica e, di conseguenza, non mi interessa. In altre parole, se in un mercato una delle imprese sabotasse gli impianti delle altre, questo ha poco a che fare con l’economia. Men che meno ragionare sull’ipotesi se qualcuno l’ha aiutata nel sabotaggio, o se qualcun altro, e chi, ne fosse al corrente. Mi spiace ma non mi interessa: si passa su un piano differente, c’è un’indagine in corso, vedremo.

  3. Giovanni Perucca

    Gentile Dott. Ascari,
    mi sembra che la strada indicata come possibile soluzione per guarire i mali del calcio sia la creazione di un campionato europeo tra le squadre più forti. Da profano di questioni economiche legate al calcio, ho qualche dubbio a proposito.
    Temo che questa soluzione, che credo auspicata dagli stessi grandi club, porterebbe in tempi brevi ad un’ulteriore concentrazione del potere delle squadre più forti, così come avvenuto nella serie A degli ultimi anni. Ciò perché anche tra le squadre più forti (ad esempio quelle che disputano la Champions League) la distribuzione delle risorse (e dei bacini di tifosi) non è omogenea. In sostanza si correrebbe il rischio che a retrocedere e a giocarsi il titolo siano sempre le solite squadre.
    Inoltre i campionati nazionali perderebbero d’interesse e l’attenzione mediatica sarebbe concentrata sulla lega europea, con la conseguenza di un sempre maggior numero di tifosi e quindi di risorse per le squadre che vi fanno parte.
    Se il principale problema del calcio odierno consiste nella sproporzione dei mezzi economici delle diverse squadre, temo che una lega europea non farebbe altro che aumentare questi divari.
    D’altra parte mi pare che la storia recente insegni proprio questo: con la creazione della Champions League si sono svuotate di importanza ed interesse altre competizioni come la Coppa Uefa (per non parlare delle coppe nazionali) e si è cancellata la Coppa delle Coppe. Ciò ha comportato la nascita di una sorta di trust di grandi squadre che, anno per anno, si sono spartite il grosso della torta.
    L’esistenza di diverse competizioni importanti non costituiva un meccanismo di ripartizione delle risorse efficace, dal momento che non appariva come una sorta di “regalo” da parte dei club più forti? Io penso di sì e credo che un’ ulteriore concentrazione delle competizioni porti nella direzione opposta rispetto a quella auspicata.
    Cordiali saluti

  4. Francesco Scaramellini

    I calciatori di serie A dovrebbero autoridursi l’ingaggio del 50%.

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