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SE UN ALIENO ATTERRASSE SULL’ACCADEMIA ITALIANA

Una seria riforma dell’università assegnerebbe allo Stato solo un ruolo di indirizzo e di regolazione degli strumenti per l’accertamento dei requisiti necessari per entrare nel mondo del lavoro. Lo stanziamento di fondi adeguati per la ricerca, l’innovazione e lo sviluppo, dovrebbe essere seguito da una verifica dei risultati ottenuti. Abolito il valore legale del titolo, andrebbe favorita la concorrenza fra atenei così come la collaborazione con il mondo industriale. Ma per fare tutto questo serve, forse, un marziano.

Sono ormai numerosissimi progetti e disegni di legge di riforma dell’università, apparsi sulla stampa e discussi in sede istituzionale: attori, oggetti dell’attività didattica e meccanismi di governance sono stati aggregati e disaggregati in svariate formule organizzative e architetture diverse, che a tutt’oggi non sembrano essersi consolidate in un “edificio armonico, funzionale e accogliente”.

Gli obiettivi dello Stato

Un modo per affrontare l’intricato problema, è forse opportuno partire dal fondo: le esigenze reali legate all’ingresso nel mondo del lavoro, per comprendere ciò che realmente serve al nostro paese per assicurarsi un futuro dignitoso.
Nel campo della formazione dei giovani, in sostanza cosa dovrebbe stare a cuore allo Stato? Che il sistema economico sia alimentato nel tempo da un flusso costante di competenze adeguate ai bisogni, per affrontare la concorrenza internazionale con energie intellettuali in costante rinnovamento.
Lo Stato dovrebbe quindi garantirsi che l’università:
– sforni un mix di professionalità ampio e diversificato, onde poter coprire ogni necessità dello sviluppo industriale e sociale del paese
– dia l’accesso a tutti coloro che aspirino alla laurea, a prescindere dal reddito familiare e senza discriminazioni, purché ne abbiano le capacità e si applichino con profitto.
– assicuri l’attualità e la internazionalità degli studi
– renda possibile il ricambio culturale e generazionale della docenza

Se questi sono gli obiettivi, lo Stato dovrebbe limitarsi a un ruolo di indirizzo e concentrare la propria attività nella regolazione degli strumenti per l’accertamento dei requisiti necessari per entrare nel mondo del lavoro, anziché condizionare ogni passo del processo di acquisizione delle conoscenze, intervenendo a vari livelli del processo didattico con sistemi di controllo centralistici ed enormi oneri burocratici.

Aspettando l’alieno

Purtroppo, nel nostro paese, la situazione è ben lungi da quella appena descritta.
Immaginiamo per un attimo che, in un ipotetico domani, tutto possa cambiare. Che atterri in Italia un alieno saggio e benevolo capace, con i suoi grandi e misteriosi poteri, di modificare radicalmente il sistema.
Immaginiamo come potrebbe presentarsi il nuovo scenario, dopo un ragionevole periodo di duro lavoro del nostro alieno e a prezzo di grandi sacrifici e sconvolgimenti organizzativi, psicologici e soprattutto burocratici.

– Lo Stato ha identificato, con visione decennale (forse per questo servirebbero altri alieni…), gli obiettivi di sviluppo economico, le aree strategiche su cui orientare le proprie modeste risorse, per sfruttare al meglio i talenti nazionali.
– Dopo un’attenta analisi sono stati stanziati fondi adeguati per la ricerca, l’innovazione e lo sviluppo industriale e tecnologico, con rigorosi meccanismi di verifica dei risultati.
– Per assicurarsi che il sistema dell’istruzione e dell’università generi competenze adeguate, lo Stato ha istituito severi meccanismi di accertamento delle capacità professionali come requisito indispensabile per accedere alle professioni che rivestono particolari responsabilità sociali: in altre parole ha reso veramente seri e inesorabili i cosiddetti “esami di Stato”. Per le altre professioni, seguendo una logica liberale, ha lasciato alla società nel suo complesso l’onere di valutare le capacità professionali di coloro cui verranno assegnate responsabilità manageriali nell’industria, nei servizi e nell’amministrazione.
– In questo contesto è stato abolito il valore legale del titolo di studio, in parte sostituito da un meccanismo di accreditamento delle università e dei corsi di laurea, secondo metodologie già in essere negli altri paesi.
– Abolito il valore legale del titolo di studio, le università sono diventate vere e proprie imprese di conoscenza in concorrenza fra loro, non solo nella qualità ma anche nella diversificazione e nella specializzazione del sapere erogato agli studenti. Per perseguire i loro obiettivi, le università dovranno guadagnare reputazione, accreditamenti e soprattutto l’affluenza degli studenti, richiamati dal prestigio dell’insegnamento e dal taglio impartito ai corsi di laurea.
– Gli studenti sono diventati “il vero mercato delle imprese di conoscenza”; sono cioè il nuovo metro e il nuovo giudice del loro valore. E, come in tutti i mercati sani, essi scambiano un bene economico (la retta universitaria, che è ormai una significativa fonte di reddito per le università), con il bene culturale prodotto dall’università: il sapere e l’esperienza formativa. Secondo un principio di sussidiarietà, lo Stato ha individuato meccanismi equi e meritocratici per sostenere gli studenti provenienti dai ceti più disagiati, con borse di studio e prestiti d’onore, erogati in collaborazione con i principali istituti di credito.
– Per consentire alle università di essere sempre più competitive, lo Stato ha abolito i concorsi e ha concesso agli atenei autonomia piena, con liberi criteri di scelta, assunzione, valutazione e promozione (o licenziamento) dei docenti, in funzione della loro preparazione e del loro contributo allo sviluppo dei loro dipartimenti. Sono infatti i docenti l’elemento fondamentale di attrazione e soddisfazione degli studenti e della loro trasformazione in validi professionisti. Per questo le università reclutano parte del corpo docente all’estero, anche per periodi transitori, onde garantire l’osmosi, la circolazione delle idee e la reale internazionalizzazione dell’attività didattica. Già un terzo dei corsi si tengono in lingua inglese, e il trend crescerà ancora, in linea con il processo di integrazione del nostro paese in Europa e con la globalizzazione.
– Al fine di offrire insegnamenti sempre più appropriati ai bisogni professionali, esistono, fra università e mondo industriale, canali sempre più aperti di comunicazione e collaborazione. I manager sono chiamati a insegnare nei corsi di specializzazione universitari e i professori, prestati per periodi determinati all’ambiente industriale, non perdono i loro requisiti e possono liberamente entrare e uscire dal corpo docente, in quanto è caduta la barriera di casta della professione universitaria e con essa gli intralci burocratici che la caratterizzavano in passato.
– La ricerca non è più appannaggio solo dell’università e di pochi centri industriali o laboratori privati: è un’arena complessa in cui vari attori si incontrano e fanno la loro parte, con nuove interazioni, grazie anche alla definizione di inedite formule di tutela della proprietà industriale. I ricercatori sono coloro che studiano, sperimentano e “trovano”, e non sono solo “un ruolo accademico”.
Purtroppo in tutto questo disegno c’è un problema, un piccolo grande problema: l’alieno in Italia non è atterrato e nel cielo non si avvistano navicelle spaziali. Forse, gli alieni diffidano di un paese popolato da troppi “individualisti non meritocratici”. Un ossimoro sociale che ci portiamo sulle spalle fin dai tempi di Niccolò Machiavelli.
Recentemente, è stato presentato il rapporto del Civr, che ha tracciato, con inusuale autorevolezza e metodo, una “mappa del valore” per ricerca e capacità scientifiche di tutte le università italiane. È un primo importante passo verso la “normalità”. Ci si augura ora che agli atenei pervengano incentivi e disincentivi, in rapporto ai risultati e al lavoro svolto, secondo criteri di equità, meritocrazia e, soprattutto, di coerenza.

* Segretario Gruppo 2003

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  1. Cicciotto Cartoferro

    Se un alieno, ma anche uno studente libanese o danese arrivasse alla facoltà di sociologia o scienze naturali della Federico II riscontrebbe che:
    1) parlano solo i professori (maschi)
    2) Studenti zitti, ancora di più le studentesse
    3) bagni guasti e assenza cronica di carta igienica
    4) Bagni guasti oppure la chiave l’ha portata via qualcuno anche nei bar limitrofi alle università di Napoli
    5) biblioteche vuote, spesso anche i libri mancano o sono andati “persi”
    7) docenti pochi e vecchissimi; centinai di persone che “lavorano” come guardie giurate oppure oziano prendendo il caffè e uno stipendio fisso immeritano (cfr. Bibliotca nazionale di Napoli; ma anche quella universitaria)
    8)Tanti caffè.
    9)Studenti svogliati. Se il nostro alieno libanese-danese chiede a Rocco di S. Antimo, studente di Geologia “vuoi venire a vendere il cocco sulle sul lungomare di Beirut?” Rocco risponde sì.
    bisogna chiudere baracca. Ricomciare da capo. La maggior parte degli studenti campani farebbe volentieri qualcosa d’altro. Ogni studente costa 9 mila euro all’ anno a ogni contribuente. La studente campano andrebbe volentieri a fare un lavoro qualsiasi.

  2. carmelo lo piccolo

    Ritengo largamente condivisibili gli argomenti dell’articolo. La prima, vera riforma da attuare è l’abolizione del valore legale del titolo di studio, che “svuoterebbe” le Università da pletore di studenti interessati al “pezzo di carta”, ormai effettivamente spendibile solo nei concorsi pubblici, con il doppio effetto di impedire la concorrenza del personale interno al “mercato” dell’accesso alla dirigenza e di ingolfare le amministrazioni di “dottori” ai quali si deve spiegare che cosa è e come si fa un mandato di pagamento!
    Il valore legale del titolo di studio serve come “barriera d’ingresso” alle alte professionalità, e genera nei ragazzi più di una frustrazione per la completa mancanza di corrispondenza tra le mansioni di fatto svolte e quelle che il possesso di una laurea invece dovrebbe assicurare. Inoltre, molti “brillanti” percorsi universitari sono costruiti su pressioni varie e raccomandazioni e non certo sullo studio e sul duro lavoro! Insomma, bisognerebbe “liberalizzare” la relazione tra accesso al mondo del lavoro e possesso dei titoli di studio, stabilendo il concorso per soli esami come unica prova per accertare non solo il sapere nozionistico, ma soprattutto la capacità di adattamento ai mutamenti, il potenziale delle competenze, le capacità di relazione,ecc.
    Ma chi ha il coraggio, in un paese come l’Italia, di attaccare una delle lobby più potenti che esistano, quella dei “baroni” universitari, e dei loro protetti?

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