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  1. Massimo Pallottino Rispondi
    Questo articolo è interessante, e formula alcuni commenti che condivido. Ci sono però tre elementi su cui penso occorra essere parecchio più cauti. Il primo è l'assunto che un buon ricercatore sia anche un buon insegnante. Mi pare che il mondo sia ampiamente disseminato di esempi completamente opposti: eccellenti ricercatori che non hanno nessuna predisposizione alla didattica, e insegnanti geniali ed appassionati, che non hanno una 'produzione propria' se non le sintesi che propongono. Affermare la corrispondenza tra ricerca ed insegnamento implica un grosso pericolo: sottovalutare la didattica, che è disciplina a sé, complessa ed interessante, ma che non si padroneggia 'per caso'. Il secondo è l'idea che il mondo abbia bisogno 'solo' di ricercatori: condivido l'idea che l'università non debba essere un esamificio, ma oltre ai ricercatori occorrono persone che sappiano 'pensare', 'lavorare', ed 'insegnare' a tutti i livelli. Infine, l'università costa, ma sottolineare questo elemento senza porsi il problema dell'equità dell'accesso mi pare possa preludere a politiche assai pericolose sul piano sociale.
  2. Alberto Rispondi
    In alcuni casi questi discorsi non si possono applicare. Scrivo per discipline tecnologiche, ad esempio ingegneria. Ho un dottorato in elettrotecnica, trascorso in parte in un'università americana: so di cosa parlo. Mettere al centro dell’attività accademica la ricerca? Le imprese non richiedono solo ricercatori, ma persone in grado di lavorare. L'università è troppo teorica per fornire ingegneri in grado di lavorare immediatamente. Ci sono ingegneri elettronici che non hanno mai eseguito una saldatura in vita loro! Altri non sanno mettere in parallelo due resistenze! Crediamo che un ricercatore insegni queste cose? Un ricercatore si interessa di cose di molto più alto livello. Pertanto, bisognerebbe che le università si dotassero di tecnici in grado di insegnare anche le cose terra-terra. Nelle materie tecniche un buon ricercatore non è necessariamente un buon insegnante. Uno potrebbe essere bravissimo ma non avere doti comunicative. In più, come ho già scritto, non sempre è interessato alle cose di base. Già ora gli studenti si sorbiscono ore e ore di calcoli matematici e non vedono nu solo laboratorio. IN REALTA' i lab ci sono, ma vengono usati solo dai prof, dai ricercatori, dai dottorandi e dai tesisti. In pratica, le materie tecniche si imparano (male) con la tesi. Ho avuto numerosi esempi di studenti americani di 21 anni perfettamente in grado di progettare sistemi elettronici (sia dal punto di vista sotfware che hardware) molto meglio e in meno tempo dei laureati italiani di 27. Tutto questo non ha alcuna attinenza con i bravi o cattivi ricercatori. E' che là l'università è pù pratica e basta. E' facilissimo pubblicare articoli, anche in riviste prestigiose, e avere brevetti: se si cosnidera la bravura di un rcercatore solo da questi parametri, allora loro cominciano a scrivere e brevettare come pazzi per fare carriera. Tutto questo, naturalmente, anzichè dedicarsi all'insegnamento. Infine, università di serie A e B ci sono già nel privato.
  3. Ugo Poddine Rispondi
    Concordo sicuramente con la prima parte dell'analisi. Penso però che ipotizzare un significativo aumento delle tasse universitarie pensando di risolvere il problema dell'accesso dei "meno ricchi" attraverso il meccanismo delle borse di studio legate al reddito familiare sia, allo stato attuale, a dir poco irrealistico. Chiunque in Università o nei vari Enti per il Diritto allo Studio abbia avuto in pratica a che fare con la gestione delle famigerate "fasce di reddito", avrà sicuramente avuto modo di capire quanto sia davvero frustrante essere costretti a "lasciare fuori" figli di lavoratori dipendenti (magari con entrambi i famigliari impiegati statali) e assegnare borse di studio e contributi a figli di lavoratori autonomi e professionisti, in numerosissimi casi per il fisco addirittura nullatenenti, ma in pratica con abitudini di consumo ben poco coerenti con questo stato. In alcune facoltà questi casi sono estremamente frequenti. Penso che studi particolareggiati sulla reale efficacia di politiche alternative per il diritto allo studio siano necessari prima di formulare ipotesi di questo genere.
  4. Alessandro Rispondi
    Mettere al centro dell’attività accademica la ricerca, come l'articolo sottolinea, diviene cosa imperante. Purtroppo esistono ancora oggi, nonostante il dibattito, catene accademiche che divorano questo concetto e lo rigettano, con assoluto perbenismo, attraverso i loro prediletti. Avendo seguito con molta attenzione il dibattito nelle commissioni sotteso alla Legge 4/11/2005, n.230, concordo nel confermare la straordinaria trasversalità che ha caratterizzato alcuni passi della riforma soprattutto quando penso al divieto di conferire incarichi di insegnamento "gratuiti", posto "esclusivamente" al solo personale tecnico amministrativo delle università, anche se in possesso di adeguati requisiti scientifici e professionali. Forse non molti sanno o altri ignorano oppure fanno finta, che il "sistema università" è un coacervo di risorse umane, non solo docenti quindi, ma anche altro personale strutturato che, (con un altro tipo di contratto e funzioni), come si dice, "manda avanti la baracca". Seppur spesso, giustamente o meno criticabile, esso è parte integrante del sistema, ma nella sostanza viene trascurato in tutti i percorsi che ne migliorerebbero le capacità produttive, o di frequente indicato come unico responsabile dell'inefficienza infrastrutturale generale. Sarebbe auspicabile quindi riformare anche questo contesto o meglio integrarlo in ogni linea riformatrice dell'università, in toto.
  5. Andrea A. Rispondi
    Dire che l'articolo è condivisibile è dire poco. Ammessa e non concessa la "modernizzazione" della Moratti (cui va dato comunque il merito di aver voluto smuovere le melmose acque universitarie italiane) mi sembra che i nomi caldeggiati in questi giorni per il dicastero dell'Università puzzino di muffa e di corporazione partitocratica. Diciamo che in generale la Sinistra vincente sta sbaragliando da sola la propria vittoria elettorale (pur sempre risicata si ricordi) giocando un gioco vecchio e mediocre.
  6. gianfranco Rispondi
    Concordo pienamente con l'articolo, con la sua analisi e le perplessità che solleva. C'è solo un punto che mi sembra manchi nel ragionamento e, ho notato, più in generale nel dibattito sulla riforma dell'università. Tutti concordiamo nel ritenere le università del mondo anglosassone modelli di riferimento per qualunque sistema della ricerca che punti alla qualità diffusa e all'eccellenza. Ma che cos'è che contribuisce (tra molti fattori) alla creazione degli standard di ricerca e didattica in quelle università? Prendiamo il sistema americano. Un Phd che sia assunto per svolgere attività di ricerca in economia guadagna mediamente uno stipendio di circa 0.000 l'anno. In cambio gli si chiede di pubblicare almeno 4 paper in 5 o 6 anni su riviste di impact factor A (chi è del mestiere sa che si tratta di un impegno enorme!) e nel frattempo di svolgere attività didattica. Al termine di questo primo contratto, il ricercatore può ottenere un'assunzione a tempo indeterminato: se sceglierà di non fare più ricerca ma di proseguire solo con l'attività didattica (ciò che fanno praticamente i professori ordinari italiani) il suo stipendio sarà più basso di quello che percepiva da ricercatore. Il sistema delle retribuzioni incentiva quindi il ricercatore a dare il massimo impegno quando è giovane, pieno di energie e motivato ad innovare, e garantisce che all'università insegnino solo persone con un'autentica esperienza di ricerca (sancita nel suo valore da editori di prestigio internazionale e non del tutto autoreferenziale come in Italia). In Italia lo stipendio di ingresso nel mondo della ricerca è lo stesso che percepisce l'impiegato full-time che vende panini da McDonalds, mentre a guadagnare centinaia di milioni l'anno sono vecchi professori che pubblicano la stessa solfa da vent'anni sul gazzettino del loro dipartimento. Accetterà questo mondo di feudatari di mettere in discussione la struttura della propria carriera di reddito?
  7. patrizio prato Rispondi
    L'articolo di Guiso e Perotti mi sembra in larga misura condivisibile nell'analisi delle priorità, meno nell'auspicio finale. La scelta del futuro ministro dell'istruzione non può che essere il frutto di una più generale scelta di cambiamento del sistema sociale ed economico su cui si fonda la nostra società. Letizia Moratti è stata forse l'unico ministro coraggioso ed innovativo del gattopardesco governo di Silvio Berlusconi, ma ha trovato un ostacolo quasi insormontabile, che ha vanificato molti dei suoi sforzi, in uno straordinario fronte trasversale di tenace resistenza corporativa ad ogni tentativo di cambiare il sistema dell'istruzione in Italia, un fronte che ha unificato in modo bipartisan meglio di qualsiasi altro tema il mondo politico italiano, centrale e locale. E questo non è un buon auspicio.
  8. Annarosa Colangeli Rispondi
    Tutto si può dire ma che non sia stato innovativo il Ministro Moratti è negare l'evidenza. L'obiettività è d'obbligo se si vuole fare Informazione con la "i" maiuscola, credo. E non si inventa niente: basta rileggere rapporti Istat e CENSIS degli anni passati per capire cos'erano scuola Università e ricerca fino al suo intervento e come purtroppo tra l'altro non si sia potuto fare di più, sia per la riforma del CNR - un'ottima riforma bloccata sul nascere - sia per il successivo complesso riformistico, bloccato più volte da veti incrociati e quindi varato infine, ma limato rispetto alle intenzioni iniziali. Il problema tra l'altro è molto complesso ed investe l'intera Europa. E non è un problema solo di fondi, ma anche di organizzazione e soprattutto di mentalità.
  9. Giuliano Canavese Rispondi
    Concordo con l'analisi. Mi sembra troppo ottimistica la parte finale. Immagino che la prima reazione di università selezionate negativamente dagli studenti non sarebbe un impegno per rinnovarsi e per innalzare il livello delle prestazioni offerte, ma bensì una vertenza sui posti di lavoro ( o forse meglio, di stipendio ) a rischio e una richiesta di intervento del Pubblico. In breve, perchè si verifichi l'effetto positivo descritto, è necessaria una pluralità d'interventi che vadano oltre il 'sistema' Università.