L’indagine conoscitiva sulla legge 194 dà risultati interessanti. In Italia, dal 1983 al 2003 le interruzioni volontarie di gravidanza si sono ridotte in valore assoluto del 43,5 per cento, mentre il tasso di abortività è tra i più bassi del mondo. Il calo però non riguarda le donne con cittadinanza straniera. Gli aborti occupano mediamente meno del 10 per cento dell’attività dei consultori. L’altro 90 per cento è dedicato alla procreazione cosciente e responsabile, alle attività di prevenzione oncologica e ai percorsi di preparazione al parto.

Una singolare indagine conoscitiva, quella sulla legge 194 del 1978, deliberata il 30 novembre 2005 dalla Commissione Affari sociali. Partita come una crociata mediatica, si è conclusa il 31 gennaio 2006, quasi in sordina.

Aborti in calo, ma non per le donne migranti

Era stato spontaneo chiedersi, in tempi di risorse scarse, cosa c’era da sapere che non conoscevamo già sulla legge più monitorata del nostro paese: abbiamo appreso infatti dalla presentazione della relazione che il ministro della Salute ha consegnato alle Camere il 19 ottobre 2005, che “la raccolta, il controllo e l’elaborazione dei dati analitici di tutte le Regioni rappresenta un processo lungo e delicato che impegna a fondo tutto il sistema di sorveglianza, dalle strutture periferiche a quelle centrali. Tale sistema, va detto con orgoglio, è per completezza, accuratezza e tempestività tra i migliori del mondo“. (1)
Eppure, i risultati della relazione non sono privi di interesse. Vi possiamo leggere che dal 1983 al 2003 le interruzioni volontarie di gravidanza si sono ridotte in valore assoluto del 43,5 per cento, mentre il tasso di abortività è passato da 16,9 a 9,6 Ivg per mille donne in età feconda (15-49 anni) e si configura tra i più bassi non solo d’Europa, ma del mondo. In realtà, a rallentare la decrescita del fenomeno negli ultimi anni, contribuiscono notevolmente le donne migranti che rappresentano nel 2003 il 25,9 per cento delle donne che hanno effettuato una interruzione di gravidanza nel nostro paese. È un dato particolarmente elevato se si considera che la percentuale degli stranieri residenti sul totale della popolazione residente ammonta al 4,5 per cento. La relazione sottolinea poi che “le donne con cittadinanza straniera si trovano oggi come si trovavano le italiane all’inizio della legalizzazione. Il fatto (è) che le cittadine straniere ricorrono di più ai consultori familiari rispetto alle italiane e tenendo conto che tali servizi hanno svolto un ruolo fondamentale nella riduzione del rischio di abortire, si può ben sperare in una più rapida riduzione del rischio del ricorso all’interruzione di gravidanza per le cittadine straniere, se si avrà cura di potenziare i consultori familiari secondo le indicazioni della normativa vigente (legge 34/96, Pomi e Lea)“. (2)

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Aborto delle clandestine e aborti clandestini

Maggiore preoccupazione destano i dati sulla giurisdizione volontaria delle minorenni, riportati nella relazione del ministro di Grazia e giustizia. Anch’essa registra il progressivo aumento del numero delle migranti che ricorrono all’interruzione volontaria di gravidanza con un conseguente abbassamento dell’età media. (3) Spesso il fenomeno, strettamente correlato al mercato sessuale, acquisisce visibilità, coinvolgendo anche le clandestine, grazie ai progetti di riduzione del danno (come livello aggiuntivo delle prestazioni in alcune realtà territoriali). In riferimento alla giurisdizione penale, ovvero alla repressione delle violazioni delle disposizioni penali della legge (aborto clandestino, aborto senza il consenso della donna eccetera), la relazione del ministro di Grazia e giustizia riporta ovviamente solo i casi denunciati, ma abbiamo appreso dall’indagine che l’Istituto superiore di sanità quantifica ancora in circa 20mila i casi di aborti clandestini al 2001 (contro i 100mila stimati al 1982), fortemente concentrati nella “zona grigia” dello sfruttamento della prostituzione, come è stato osservato nell’audizione del sottosegretario di Stato per la Giustizia. È evidente dunque che ci troviamo di fronte a una nuova soggettività, le donne migranti, che necessita urgentemente di tutela sociale, di servizi che prevengano “il caso di donne che arrivano alle strutture del servizio sanitario nazionale in gravissime condizioni di salute a causa del ricorso a pratiche illegali volte a provocare un aborto“.

Il ruolo dei consultori a sostegno della genitorialità

Molto importante è poi il fatto che, come è stato ricordato dal rappresentante delle Regioni, le interruzioni di gravidanza occupano mediamente meno del 10 per cento dell’attività dei consultori, contro il 30-40 per cento relativo alla procreazione cosciente e responsabile, un 20-30 per cento all’attività di prevenzione oncologica, e un altro 20-30 per cento rivolto al percorso nascita e alla preparazione all’ingresso per il parto in ospedale. Senza alcun dubbio, si deve quindi riaffermare l’esternalità positiva generata dai consultori nella loro attività di prevenzione e di sostegno alla genitorialità, tanto è che l’Organizzazione mondiale della sanità considera i nostri consultori familiari come il modello di riferimento dei servizi di primo livello per la salute della donna, soprattutto per l’approccio multidisciplinare seguito.
Nel documento conclusivo approvato dalla Commissione Affari sociali, riemergono problemi da tempo ben noti. Sapevamo già, e l’indagine lo ha riconfermato, che “l’attuale sistema di monitoraggio sulla rilevazione delle Ivg e delle caratteristiche degli interventi appare valido e scientificamente molto affidabile“, ma sapevamo anche in che condizioni si trovano oggi a operare le nostre meritevoli équipe di esperti con riferimento a “l’assenza delle risorse finanziarie e la fatiscenza delle strutture; la scelta di utilizzare personale precario, con contratti di breve durata, oppure di impiegare personale «ad ore», senza un rapporto stabile e continuo con la struttura“, condizioni queste peraltro comuni ad altri comparti della pubblica amministrazione.
Il vivace dibattito della Commissione è stato dunque attraversato positivamente dalla sfilata delle audizioni, che hanno sottolineato la necessità di finanziamenti aggiuntivi per rilanciare queste importanti strutture pubbliche, e hanno permesso di ricondurre l’attività “deficitaria” dei consultori al fatto che le innumerevoli norme della Finanziaria che riguardano il comparto sanità né oggi né ieri ne hanno disposto il potenziamento con risorse umane e finanziare aggiuntive per raggiungere l’obiettivo di un consultorio ogni 20mila abitanti, previsto dalla legge 34/96 e ancora lontano, specialmente al Sud.

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Donne sotto tutela o un’adeguata tutela per le donne?

Alle polemiche sollevate a proposito del ruolo da riconoscere a talune associazioni di volontariato, l’indagine ha dovuto rispondere che il loro aiuto può essere richiesto liberamente dalle donne che affrontano una “maternità difficile dopo la nascita” (articolo 2, legge 194/78). Quanto alla tutela delle donne (ma non solo delle donne), maggiori sforzi dovrebbero essere spesi nell’attuazione della legge 328 del 2000 sulla rete dei servizi sociali.
A chi voleva le donne sotto accusa, si potrebbe forse consigliare una nuova indagine sul perché la percentuale dei parti cesarei sul totale dei parti sia così alta e in progressivo aumento nel nostro paese: il dato nazionale del 2003 (l’ultimo disponibile sul sito del ministero della Salute) raggiunge il 36,7 per cento con una variabilità compresa tra il 20 per cento della provincia di Bolzano e il 58 per cento della Campania. Dati che hanno fatto salire al terzo posto nel 2003 “il parto cesareo senza complicazioni” nella graduatoria dei primi 10 Drg (raggruppamenti diagnostici omogenei), contro la quinta posizione nel 2001. (4) Sarà una questione di tariffe? La domanda, così importante per la libertà di scelta e la salute delle donne, attende una risposta.

(1) Atti parlamentari, 2005, doc. XXXVII, n. 9, p. 6.
(2) Atti parlamentari, 2005, doc. XXXVII, n. 9, p. 23.
(3) Atti parlamentari, 2005, doc. XXXVII, n. 8.
(4) Ministero della Salute, Rapporto annuale sull’attività di ricovero ospedaliero, dati Sdo 2003.

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