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  1. riccardo boero Rispondi
    Egr. prof. Becchetti la ringrazio dei suoi ulteriori contributi, che trovo piuttosto condivisibili. La mia critica (che mantengo) e` quella di non fornire (e continuare a non farlo) alcun elemento di informazione per il lettore medio sui tassi di interesse richiesti dalle banche protagoniste del microcredito. In modo che il lettore medio possa farsi un'idea autonoma delle motivazioni che spingono colossi come Citigroup e Deutsche Bank ad avvicinarsi all'universo del microcredito. Quest'ultimo ha conquistato un'immagine positiva presso un pubblico crescente anche se spesso disinformato (la responsabilita` dei media di cui anche laVoce.info fa parte): sarebbe utile che quest'immagine positiva possa associarsi a quella della speculazione finanziaria (il microcredito lo e`), riscattandola dall'immagine negativa di matrice marxiana in cui versa tuttora. Insomma non si puo' condannare il +35% annuo di chi fa trading ad es. di LEAPS, e osannare return della stessa entita`provenienti dal microcredito. Questo io e lei lo sappiamo bene, non lo sanno invece molti dei lettori medi, che potrebbero capirlo qualora fosse loro detto chiaramente a quali interessi le banche concedono microfinanziamenti (per le complesse ragioni che lei ha esaurientemente sintetizzato nel suo secondo contributo). Distinti saluti
    • La redazione Rispondi
      Gentile Lettore Le rispondo brevemente riprendendo alcuni dei punti già trattati cercando di chiarirli meglio. 1) Questione tassi Facciamo il caso molto semplice di un prestito individuale di piccole dimensioni (200 euro) ad un individuo che non ha collaterale per un progetto d’investimento che ha una probabilità di successo del 70 percento. I costi amministrativi (aiuto alla formulazione del business plan, selezione del progetto, monitoraggio durante l’esecuzione, salari dei project manager della banca) possono essere approssimati ragionevolmente al 20 percento del valore del prestito. Il costo del denaro per la banca lo fissiamo al 5 percento. Mettendo a sinistra ciò che la banca deve restituire ai suoi finanziatori (la somma prestata remunerata al 5 percento) e a destra il valore atteso del progetto e i costi amministrativi possiamo ricavare il tasso reale sul prestito (x) che consente alla banca di non andare in perdita. Il valore di x è approssimabile a uno stratosferico 78,6 percento. Con il prestito di gruppo con responsabilità congiunta si riesce ad abbassare un poco questo valore grazie alla riduzione di rischio per la banca ma non moltissimo. Ecco perché i tassi elevati non corrispondono a profitti elevati in microfinanza e, anzi, nonostante i tassi elevati quasi il 70 percento delle iniziative va in pareggio solo grazie ad agevolazioni pubbliche o private. Per far scendere questi costi ci sono solo tre strade: i) innovazione tecnologica nello screening dei progetti che riduce i costi amministrativi per prestito (ci vorrebbe una centrale di credit scorino come CRIF per il microcredto ma sono evidenti le difficoltà); ii) utilizzo di fondi di garanzia che coprono i rischi: iii) outsourcing dell’attività di microfinanza ad ONG esterne alla banca per comprimere i costi del personale. 2) Interesse delle grandi banche E’ evidente che se si utilizzano i criteri i), ii) e iii) i costi si possono comprimere e, in prospettiva, i soggetti non bancabili dopo il primo prestito possono diventare clienti normali. La microfinanza può dunque consentire di allargare il portafoglio clienti in prospettiva, ma nella prima fase non è affatto così redditizia come sembra. E lo è tanto meno, quanto più si rivolge alla fascia più povera dei potenziali soggetti non bancabili. 3) Confronto con la “speculazione” Non è possibile approfondire questo tema in poche righe ma è evidente che tra il trading sui derivati e la microfinanza c’è una bella differenza. Ognuno sceglie cosa fare nella vita sulla base della propria scala di valori (personalmente condivido la sensibilità verso gli ultimi di un grande filosofo-economista come Rawls) ma è assolutamente evidente che non tutte le azioni hanno la stessa utilità sociale. Insomma, l’intreccio degli effetti delle azioni nel sistema economico è talmente affascinante che alla fine quasi tutto finisce per avere una pur piccola utilità sociale ma questo non vuol dire che il grado di utilità sociale delle azioni economiche sia lo stesso per tutte. Non capisco poi perché ogni tipo di iniziativa di rilevanza sociale dovrebbe avere una matrice marxiana (credo che questo avvenga soprattutto in Italia dove le ideologie e gli schieramenti contano più del pragmatismo) e perché mai l’intento speculativo dovrebbe riscattarla da tale immagine. Io la vedo (pragmaticamente)così. Esistono molte opportunità in economia di conciliare due aspetti fondamentali come la creazione di valore economico e l’utilità sociale. Sta a noi avere la fantasia di scoprirle e di perfezionarle.
  2. Alessandro Messina Rispondi
    Attenzione a non confondere microcredito e microfinanza. Il primo presuppone un rapporto top-down tra istituzione finanziaria e beneficiario del prestito (fattore che aggrava le asimmetrie informative e riduce il senso di responsabilità del prenditore). La microfinanza e' fatta soprattutto di mutualismo nella raccolta oltre che negli impieghi. L'incentivo a restituire e' forte proprio perche' si e' contemporaneamente sui due lati della triangolazione. Questo elemento - mutualistico e cooperativo - e’ piu’ forte anche della stessa garanzia di gruppo (che ha i suoi limiti, come ben evidenziato da Becchetti). Il meccanismo dei fondi di garanzia non sempre e' in tal senso efficace: pensiamo al fallimento dei prestiti d'onore in molte regioni. Per questo e' preferibile, a livello di policy, che le istituzioni pubbliche favoriscano mutualismo e partecipazione popolare, cedendo sovranita'. Mentre le operazioni dei grandi operatori finanziari raramente riescono ad incidere in modo strutturale. Insomma: ottime le Mag e i principi della finanza popolare (Banca Etica). Meno efficaci (ed efficienti) le misure di grandi banche e istituzioni pubbliche. Anche perche’, parlando di finanza etica, quello che e’ in ballo non e’ solo la bancabilita’ del cittadino, ma anche una democratizzazione della finanza, quel riappropriarsi del denaro di cui parla Serge Latouche. Che, inevitabilmente, passa per il superamento della forma banca, almeno per come finora l’abbiamo conosciuta. Complimenti, comunque, a Becchetti per aver introdotto il tema su La Voce: ragionando di politiche economiche e sviluppo locale si tratta di questione ormai centrale.
  3. Mario Parisi Rispondi
    Una soluzione potrebbe essere quella di assegnare un ruolo maggiore ai consorzi fidi. Dotare gli stessi di fondi di garanzia, alimentati da contributi pubblici. Affidare ai loro consigli di amministrazione di concerto con le banche la valutazione dei progetti. Gli imprenditori non bancabili potrebbero rinunciare in parte ai contributi in conto capitale concessi dallo stato, versarli nel fondo garanzie del consorzio fidi, ottenendo in cambio la necessaria garanzia.
  4. Veronica Polin Rispondi
    Sono veramente contenta che si parli di microfinanza/microcredito in questo sito. Già un anno fa circa avevo invitato infolavoce ad approfondirlo. La microfinanza, ampiamente diffusa nei paesi in via di sviluppo, potrebbe rivelarsi un valido strumento anche in Italia per attenuare il fenomeno dell'esclusione finanziaria e dell'usura.
  5. riccardo boero Rispondi
    Egregio Professore, sarebbe assai corretto ed efficace, ogni volta che si parla di microfinanza e microcredito, menzionare chiaramente i tassi di interesse praticati dagli attori di tale mercato. Tassi di interesse quasi sempre superiori a quelli considerati normalmente usura e puniti dalla legge dei paesi sviluppati. Certamente, il microcredito e` l'unica risposta che il mercato puo' dare a un contesto difficile, caratterizzato spesso da insolvenza cronica e in cui gli imperanti dogmi macroeconomici di politica economica mostrano una volta di piu' la loro limitatezza e fallacia. Mostrare questo aspetto genuinamente speculativo, liberista e demistificare la microfinanza privandola di quell'aureola di santita` solidale cosi' spesso attribuitale sarebbe solo giustizia nei confronti dei lettori meno informati. Distinti saluti, e grazie per l'interessante contributo.
    • La redazione Rispondi
      Reagisco con piacere alla stimolante provocazione del lettore. E’ molto difficile sintetizzare in una pagina e mezzo tutte le problematiche della microfinanza. La questione tassi è sicuramente importante ed è accennata quando faccio riferimento alla “legge di gravità” bancaria per la quale, se si prestano piccole somme ad individui sprovvisti di garanzie collaterali il tasso non può che essere molto elevato se si vogliono coprire i costi fissi amministrativi di erogazione del prestito. Il tasso elevato dunque è una necessità per cercare di arrivare al pareggio e non un margine del monopolista. Il problema del rapporto tra tassi, ricerca del profitto e solidarietà nella microfinanza è in realtà più complesso e provo a fornire alcuni elementi. i) Non c’è necessariamente associazione tra tassi elevati e profitti. Più le istituzioni di microfinanza si rivolgono alla fascia più povera di clientela più fanno fatica a raggiungere il pareggio e devono ricorrere a fondi di garanzia privati o pubblici. Pochissime riescono a raggiungere il pareggio senza questi strumenti. Il sussidio pubblico e privato è ben speso perché contribuisce a includere nel sistema produttivo elementi ai margini per la mancanza di dotazioni proprie, ma potenzialmente produttivi e in grado di aumentare il potenziale di crescita del paese. Con il sussidio privati o istituzioni si caricano i costi di asimmetria informativa che impedirebbero alla banca di poter far credito a soggetti non mancabili e restare sul mercato. ii) Il prezzo basso (in questo caso il prezzo sui crediti rappresentato dal tasso d’interesse) non è necessariamente sinonimo di eticità o solidarietà, talvolta accade il contrario. Ci sono realtà che riescono a praticare tassi vicini a quelli di mercato dei prestiti normali perché fanno outsourcing dell’attività vera e propria di microfinanza riuscendo a risparmiare sul costo del lavoro e facendo leva sull’entusiasmo di membri di ONG la cui attività è a cavallo tra volontariato e lavoro. iii) Non esiste necessariamente una dicotomia tra solidarietà che non crea valore economico ma lo ridistribuisce solamente e “spiriti animali” che fanno profitti ma generano esternalità negative dal punto di vista sociale. Credo che la linea futura di ricerca sia proprio quella di individuare tutte quelle situazioni economiche nella quale solidarietà, inclusione e creazione di valore vanno di pari passo. In ossequio ad un principio per il quale la massima eticità sta nel preoccuparsi di creare valore economico (crescita economica, profitti) in maniera socialmente sostenibile oltre che ridistribuirlo in maniera equa. Il microcredito, assieme ad altre interessanti realtà dell’economia della responsabilità sociale, è un esempio promettente in tale direzione.