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Microfinanza, crocevia dello sviluppo

Tra gli interventi per risolvere il problema della povertà e delle disuguaglianze acquistano sempre più importanza quelli che consentono l’accesso al credito e all’istruzione anche a individui privi di dotazioni sufficienti. Permettono infatti di far coincidere l’obiettivo delle pari opportunità con quello dello sviluppo economico. Alla fine del 2004 erano 2.572 i programmi di microcredito nel mondo. Hanno raggiunto complessivamente oltre 67 milioni destinatari, di cui 41 milioni e mezzo sotto la soglia della povertà assoluta.

Il rapporto 2006 della Banca Mondiale “Equity and development” sintetizza efficacemente gli interventi per risolvere problema della povertà e delle disuguaglianze in tre filoni principali, riassumendo la vita economica in tre momenti cruciali: i) dotazione iniziale di risorse; ii) sviluppo dei propri talenti tramite accesso al credito e all’istruzione; iii) realizzazione dei risultati misurati dal reddito percepito.

Il primo tipo di intervento agisce sull’eterogeneità delle dotazioni di partenza degli individui con effetti redistributivi (ad esempio, con strumenti come la tassa di successione). Il secondo interviene sui risultati finali redistribuendo gli esiti monetari dell’attività economica (ad esempio, con l’imposta progressiva sul reddito). Il terzo agisce sul secondo momento consentendo, anche a individui privi di dotazioni sufficienti, l’accesso a credito e istruzione in modo da poter realizzare i propri talenti. Questo terzo tipo di interventi ha oggi un ruolo e un’importanza crescente in quanto capace di far coincidere l’obiettivo delle pari opportunità con quello dello sviluppo economico che dipende in ultima analisi dalla capacità di tutti i “talenti” di un paese di sviluppare le proprie potenzialità.

 

Cos’è la microfinanza

 

La microfinanza appare uno degli strumenti più interessanti perché consente l’accesso al credito di individui privi delle sufficienti garanzie patrimoniali normalmente richieste dalla banca come collaterale per il prestito bancario.

Per poter essere efficace, la microfinanza deve superare “la legge di gravità” del prestito bancario che stabilisce come i tassi d’interesse debbano necessariamente raggiungere livelli proibitivi per consentire alle banche di non essere in perdita quando concedono prestiti di piccola entità in assenza di garanzie che aumentano il costo della non restituzione e in presenza di costi fissi amministrativi (monitoraggio, valutazione progetti, ecc.) che i guadagni di interesse non riescono ad ammortizzare.

La ricerca teorica e la prassi degli ultimi decenni sono state indirizzate proprio all’identificazione di soluzioni e meccanismi particolari, in grado di rendere possibili questo tipo di prestiti in un contesto di asimmetrie informative nel quale i tradizionali problemi di ex ante hidden information (selezione della qualità dei prestatari), interim hidden action (impossibilità di monitorare l’impegno del prestatario durante l’erogazione del prestito) e ex post hidden information (difficoltà di monitorare il risultato del prestatario e rischio di “fallimento strategico” o missreporting) sono accentuati dall’impossibilità da parte della banca di coprire il rischio con garanzie collaterali.

 

Vantaggi e limiti del prestito di gruppo

 

Il primo e più famoso degli strumenti utilizzati è il cosiddetto prestito di gruppo con responsabilità congiunta: la banca chiede ai potenziali debitori di organizzarsi in piccoli gruppi nei quali ognuno di essi ottiene un prestito individuale, ma subentra nella restituzione del debito contratto da un altro dei membri del gruppo qualora questi risulti insolvente. Il prestito di gruppo ha il vantaggio di ridurre il rischio della banca, di favorire l’autoselezione efficiente dei prestatari all’interno dei gruppi (tutti preferiscono membri del gruppo con buoni progetti e basso rischio di insolvenza) e di sfruttare a vantaggio della medesima il differenziale di asimmetria informativa quando l’informazione sulla qualità dei progetti tra i debitori è maggiore di quella tra banca e debitore..

Il prestito di gruppo ha però anche importanti limiti. La riduzione di rischio per la banca è meno significativa se la correlazione positiva tra i risultati dei progetti all’interno del gruppo è elevata. Per i prestatari, il prestito di gruppo è più oneroso di quello individuale per via dell’obbligo di pagamento, anche in caso di successo personale, per il compagno di gruppo insolvente e per i costi di monitoraggio nei confronti degli altri membri del gruppo. Questi elementi possono scoraggiare individui, avversi al rischio ma con buoni progetti d’investimento, dall’entrare nel gruppo stesso e possono determinare fenomeni di “fuga dei debitori” qualora gli esiti dei progetti fossero sequenziali e trapeli la condizione d’insolvenza di uno di essi.

Si sono perciò studiate soluzioni alternative, in grado di perseguire gli stessi obiettivi di fondo. Come il prestito progressivo individuale a tranche successive che si ripaga attraverso i cash flow generati dalle prime fasi del progetto; la fornitura di garanzie patrimoniali da associazioni di primo livello delle quali i prestatari fanno parte; il collaterale nozionale (utilizzo come garanzia collaterale di beni senza valore di mercato ma di elevato valore per il prestatario e dunque efficaci nel disincentivare lo stesso da comportamenti opportunistici); il risparmio forzato o altre forme similari attraverso le quali i prestatari diventano risparmiatori o addirittura soci della banca superando parzialmente il conflitto d’interessi tra loro e quest’ultima.

Nuove promettenti direzioni di ricerca sono poi quelle di forme di prestito come le linee di credito automatiche (subordinatamente ad alcune condizioni) che riducono i costi di transazione relativi alla concessione dei singoli prestiti, i prestiti che coniugano elementi di debito con elementi assicurativi, i prestiti partecipati che combinano pagamenti di interessi con partecipazione agli utili della banca e hanno il vantaggio di aumentare il livello ottimale di prestito richiesto in presenza di investimenti la cui profittabilità dipende positivamente dall’entità investita.

 

2005, anno internazionale del microcredito

 

L’esperienza del microcredito è in rapida espansione. L’Onu ha proclamato il 2005 anno internazionale del microcredito. I dati del Microcredit Summit Campaign di fine 2004 parlano di circa 2.572 programmi di microcredito nel mondo che hanno raggiunto complessivamente 67 milioni 600 mila destinatari, di cui 41 milioni e mezzo sotto la soglia della povertà assoluta. Agli attori tradizionali (Grameen Bank, Bancosol, Action Aid, Bank Rajat) si sono aggiunti alcuni tra i principali istituti di credito (Citigroup, Abn Ambro, Deutche Bank) che, con un sistema “a tre pilastri” che prevede fondo di garanzia, banca che eroga formalmente il prestito e organizzazione non governativa che svolge il lavoro sul campo, riescono efficacemente ad abbassare il costo del prestito creando le premesse per una maggiore domanda futura (i “non bancabili” di oggi diventano buoni clienti domani).

È del tutto evidente che un intervento che opera a livello microeconomico richiede, per generare sviluppo, un contesto virtuoso in termini di fattori che determinano la crescita a livello macro: infrastrutture, capitale fisico, qualità delle istituzioni, scolarizzazione, e così via. Tuttavia, il suo ruolo nella promozione di pari opportunità e inclusione degli esclusi pare destinato a divenire sempre più importante.

 

Per saperne di più

 

Armendariz de Aghion, B. 1999, “On the design of credit agreement with peer monitoring”, Journal of Development Economics, vol. 60, pp 79-104.

Armendariz de Aghion, B. and J. Morduch, 2005, The economics of microfinance, Mit press, Cambridge Massachusetts.

Leggi anche:  Il futuro della City all'indomani della Brexit

Morduck J., 1999, “The microfinance promise”, Journal of Economic Literature, vol. 37, pp. 1569-1614.

Prescott E. S., 1997, “Group lending and financial intermediation: an example”, Federal Reserve of Bank Richmond Economic Quarterly, vol. 83, pp. 23-48.

Stiglitz J. E., 1990, “Peer Monitoring in Credit Markets,” World Bank Economic Review, vol. 4, pp. 351-366.

World Bank Development Report 2006, Equity and Development.

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  1. riccardo boero

    Egregio Professore,

    sarebbe assai corretto ed efficace, ogni volta che si parla di microfinanza e microcredito, menzionare chiaramente i tassi di interesse praticati dagli attori di tale mercato. Tassi di interesse quasi sempre superiori a quelli considerati normalmente usura e puniti dalla legge dei paesi sviluppati.
    Certamente, il microcredito e` l’unica risposta che il mercato puo’ dare a un contesto difficile, caratterizzato spesso da insolvenza cronica e in cui gli imperanti dogmi macroeconomici di politica economica mostrano una volta di piu’ la loro limitatezza e fallacia.
    Mostrare questo aspetto genuinamente speculativo, liberista e demistificare la microfinanza privandola di quell’aureola di santita` solidale cosi’ spesso attribuitale sarebbe solo giustizia nei confronti dei lettori meno informati.
    Distinti saluti, e grazie per l’interessante contributo.

    • La redazione

      Reagisco con piacere alla stimolante provocazione del lettore. E’ molto difficile sintetizzare in una pagina e mezzo tutte le problematiche della microfinanza. La questione tassi è sicuramente importante ed è accennata quando
      faccio riferimento alla “legge di gravità” bancaria per la quale, se si prestano piccole somme ad individui sprovvisti di garanzie collaterali il tasso non può che essere molto elevato se si vogliono coprire i costi fissi amministrativi di
      erogazione del prestito. Il tasso elevato dunque è una necessità per cercare di arrivare al pareggio e non un margine del monopolista.
      Il problema del rapporto tra tassi, ricerca del profitto e solidarietà nella microfinanza è in realtà più complesso e provo a fornire alcuni elementi.
      i) Non c’è necessariamente associazione tra tassi elevati e profitti. Più le istituzioni di microfinanza si rivolgono alla fascia più povera di clientela più fanno fatica a raggiungere il pareggio e devono ricorrere a fondi di garanzia privati o pubblici. Pochissime riescono a raggiungere il pareggio
      senza questi strumenti. Il sussidio pubblico e privato è ben speso perché contribuisce a includere nel sistema produttivo elementi ai margini per la mancanza di dotazioni proprie, ma potenzialmente produttivi e in grado di aumentare il potenziale di crescita del paese. Con il sussidio privati o
      istituzioni si caricano i costi di asimmetria informativa che impedirebbero alla banca di poter far credito a soggetti non mancabili e restare sul mercato.
      ii) Il prezzo basso (in questo caso il prezzo sui crediti rappresentato dal tasso d’interesse) non è necessariamente sinonimo di eticità o solidarietà, talvolta accade il contrario. Ci sono realtà che riescono a praticare tassi vicini a quelli di mercato dei prestiti normali perché fanno outsourcing
      dell’attività vera e propria di microfinanza riuscendo a risparmiare sul costo del lavoro e facendo leva sull’entusiasmo di membri di ONG la cui attività è a
      cavallo tra volontariato e lavoro.
      iii) Non esiste necessariamente una dicotomia tra solidarietà che non crea valore economico ma lo ridistribuisce solamente e “spiriti animali” che fanno profitti ma generano esternalità negative dal punto di vista sociale.
      Credo che la linea futura di ricerca sia proprio quella di individuare tutte quelle situazioni economiche nella quale solidarietà, inclusione e creazione di valore vanno di pari passo. In ossequio ad un principio per il quale la massima eticità sta nel preoccuparsi di creare valore economico (crescita economica, profitti) in maniera socialmente sostenibile oltre che ridistribuirlo in maniera equa. Il microcredito, assieme ad altre interessanti realtà dell’economia della responsabilità sociale, è un esempio promettente in tale direzione.

  2. Veronica Polin

    Sono veramente contenta che si parli di microfinanza/microcredito in questo sito. Già un anno fa circa avevo invitato infolavoce ad approfondirlo. La microfinanza, ampiamente diffusa nei paesi in via di sviluppo, potrebbe rivelarsi un valido strumento anche in Italia per attenuare il fenomeno dell’esclusione finanziaria e dell’usura.

  3. Mario Parisi

    Una soluzione potrebbe essere quella di assegnare un ruolo maggiore ai consorzi fidi. Dotare gli stessi di fondi di garanzia, alimentati da contributi pubblici. Affidare ai loro consigli di amministrazione di concerto con le banche la valutazione dei progetti.
    Gli imprenditori non bancabili potrebbero rinunciare in parte ai contributi in conto capitale concessi dallo stato, versarli nel fondo garanzie del consorzio fidi, ottenendo in cambio la necessaria garanzia.

  4. Alessandro Messina

    Attenzione a non confondere microcredito e microfinanza. Il primo presuppone un rapporto top-down tra istituzione finanziaria e beneficiario del prestito (fattore che aggrava le asimmetrie informative e riduce il senso di responsabilità del prenditore). La microfinanza e’ fatta soprattutto di mutualismo nella raccolta oltre che negli impieghi. L’incentivo a restituire e’ forte proprio perche’ si e’ contemporaneamente sui due lati della triangolazione. Questo elemento – mutualistico e cooperativo – e’ piu’ forte anche della stessa garanzia di gruppo (che ha i suoi limiti, come ben evidenziato da Becchetti). Il meccanismo dei fondi di garanzia non sempre e’ in tal senso efficace: pensiamo al fallimento dei prestiti d’onore in molte regioni.
    Per questo e’ preferibile, a livello di policy, che le istituzioni pubbliche favoriscano mutualismo e partecipazione popolare, cedendo sovranita’. Mentre le operazioni dei grandi operatori finanziari raramente riescono ad incidere in modo strutturale.
    Insomma: ottime le Mag e i principi della finanza popolare (Banca Etica). Meno efficaci (ed efficienti) le misure di grandi banche e istituzioni pubbliche.
    Anche perche’, parlando di finanza etica, quello che e’ in ballo non e’ solo la bancabilita’ del cittadino, ma anche una democratizzazione della finanza, quel riappropriarsi del denaro di cui parla Serge Latouche. Che, inevitabilmente, passa per il superamento della forma banca, almeno per come finora l’abbiamo conosciuta.
    Complimenti, comunque, a Becchetti per aver introdotto il tema su La Voce: ragionando di politiche economiche e sviluppo locale si tratta di questione ormai centrale.

  5. riccardo boero

    Egr. prof. Becchetti

    la ringrazio dei suoi ulteriori contributi, che trovo piuttosto condivisibili. La mia critica (che mantengo) e` quella di non fornire (e continuare a non farlo) alcun elemento di informazione per il lettore medio sui tassi di interesse richiesti dalle banche protagoniste del microcredito. In modo che il lettore medio possa farsi un’idea autonoma delle motivazioni che spingono colossi come Citigroup e Deutsche Bank ad avvicinarsi all’universo del microcredito. Quest’ultimo ha conquistato un’immagine positiva presso un pubblico crescente anche se spesso disinformato (la responsabilita` dei media di cui anche laVoce.info fa parte): sarebbe utile che quest’immagine positiva possa associarsi a quella della speculazione finanziaria (il microcredito lo e`), riscattandola dall’immagine negativa di matrice marxiana in cui versa tuttora.
    Insomma non si puo’ condannare il +35% annuo di chi fa trading ad es. di LEAPS, e osannare return della stessa entita`provenienti dal microcredito. Questo io e lei lo sappiamo bene, non lo sanno invece molti dei lettori medi, che potrebbero capirlo qualora fosse loro detto chiaramente a quali interessi le banche concedono microfinanziamenti (per le complesse ragioni che lei ha esaurientemente sintetizzato nel suo secondo contributo).
    Distinti saluti

    • La redazione

      Gentile Lettore
      Le rispondo brevemente riprendendo alcuni dei punti già trattati cercando di chiarirli meglio.

      1) Questione tassi
      Facciamo il caso molto semplice di un prestito individuale di piccole dimensioni
      (200 euro) ad un individuo che non ha collaterale per un progetto d’investimento che ha una probabilità di successo del 70 percento. I costi amministrativi (aiuto alla formulazione del business plan, selezione del progetto, monitoraggio durante l’esecuzione, salari dei project manager della banca)
      possono essere approssimati ragionevolmente al 20 percento del valore del prestito. Il costo del denaro per la banca lo fissiamo al 5 percento. Mettendo a sinistra ciò che la banca deve restituire ai suoi finanziatori (la somma prestata remunerata al 5 percento) e a destra il valore atteso del
      progetto e i costi amministrativi possiamo ricavare il tasso reale sul prestito (x) che consente alla banca di non andare in perdita. Il valore di x è approssimabile a uno stratosferico 78,6 percento.
      Con il prestito di gruppo con responsabilità congiunta si riesce ad abbassare un poco questo valore grazie alla riduzione di rischio per la banca ma non moltissimo.
      Ecco perché i tassi elevati non corrispondono a profitti elevati in microfinanza e, anzi, nonostante i tassi elevati quasi il 70 percento delle iniziative va in pareggio solo grazie ad agevolazioni pubbliche o private. Per far scendere
      questi costi ci sono solo tre strade: i) innovazione tecnologica nello screening dei progetti che riduce i costi amministrativi per prestito (ci vorrebbe una centrale di credit scorino come CRIF per il microcredto ma sono evidenti le difficoltà); ii) utilizzo di fondi di garanzia che coprono i rischi: iii) outsourcing dell’attività di microfinanza ad ONG esterne alla
      banca per comprimere i costi del personale.
      2) Interesse delle grandi banche
      E’ evidente che se si utilizzano i criteri i), ii) e iii) i costi si possono comprimere e, in prospettiva, i soggetti non bancabili dopo il primo prestito possono diventare clienti normali. La microfinanza può dunque consentire di allargare il portafoglio clienti in prospettiva, ma nella prima fase non è affatto così redditizia come sembra. E lo è tanto meno, quanto più si rivolge alla fascia più povera dei potenziali soggetti non bancabili.
      3) Confronto con la “speculazione”
      Non è possibile approfondire questo tema in poche righe ma è evidente che tra il trading sui derivati e la microfinanza c’è una bella differenza. Ognuno sceglie cosa fare nella vita sulla base della propria scala di valori (personalmente condivido la sensibilità verso gli ultimi di un grande filosofo-economista
      come Rawls) ma è assolutamente evidente che non tutte le azioni hanno la stessa utilità sociale.
      Insomma, l’intreccio degli effetti delle azioni nel sistema economico è talmente affascinante che alla fine quasi tutto finisce per avere una pur piccola utilità sociale ma questo non vuol dire che il grado di utilità sociale delle azioni economiche sia lo stesso per tutte.
      Non capisco poi perché ogni tipo di iniziativa di rilevanza sociale dovrebbe avere una matrice marxiana (credo che questo avvenga soprattutto in Italia dove le ideologie e gli schieramenti contano più del pragmatismo) e perché mai
      l’intento speculativo dovrebbe riscattarla da tale immagine.
      Io la vedo (pragmaticamente)così. Esistono molte opportunità in economia di conciliare due aspetti fondamentali come la creazione di valore economico e l’utilità sociale. Sta a noi avere la fantasia di scoprirle e di perfezionarle.

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