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  1. Stefania Mercuri-Schuermann Rispondi
    Anche se l'autore dell'articolo premette di voler trattare il tema da un punto di vista strettamente economico, evitando dunque la discussione sull'identità nazionale, è proprio su questo ultimo tema che sento di dover dire qualcosa. Come è stato già detto, la legge introduce principalmente un nuovo strumento di voto, il “voto per corrispondenza“, già esistente da sempre in tutti gli altri paesi civili, per evitarci lunghi e spesso penosi viaggi di ritorno. Il diritto al voto degli italiani all'estero non è dunque mai stato in discussione. A votare è sempre stato chi in questo paese in qualche modo si riconosceva culturalmente e idealmente. Da quindici anni vivo e lavoro in Germania, perché ho sposato un cittadino tedesco. Ho due figli, che crescono perfettamente bilingui (e usano le strutture del congiuntivo molto meglio di tanti politici nostrani), torniamo in Italia ogni volta che è possibile. Per quel che mi riguarda, leggo i giornali - diversi - e le riviste - diverse - italiani su Internet, guardo grazie all'antenna parabolica le trasmissioni televisive italiane e credo di essere molto, molto ben informata sul mio paese, e molto meglio di tanti altri italiani, dal momento che ho la fortuna di abitare in un paese in cui l'informazione è considerata un bene pubblico prezioso. Non ho mai fatto richiesta della cittadinanza tedesca, perché fino a poco tempo fa questo avrebbe significato la perdita automatica di quella italiana. E a questa identitá, se anche non contribuisco al Pil del mio paese ma solo al Pnl, non voglio rinunciare. E voglio che anche per i miei figli quest'opzione resti aperta. Io e la mia famiglia siamo dunque il prodotto tipico del processo d'integrazione europea, una famiglia internazionale nata dalla mobilità della forza-lavoro a livello europeo. Io resto italiana, e con buona pace del sig. Dellacroce considero questa discussione indegna (o forse degna?) del nostro paese.
  2. Alberto De Luca, Barcellona Rispondi
    Non capisco il criterio per cui si vuole collegare il diritto di voto al contributo sul PIL. Seguendo questo criterio (peraltro totalmente iniquo e senza dubbio incostituzionale !), moltissimi italiani residenti in Italia non avrebbero diritto al voto, se volessimo davvero contare il contributo netto al PIL. Parltro invito tutti a studiare meglio gli aventi diritto al voto. Chi é da tre generazioni fuori dall´Italia, nella maggioranza dei casi non ha piú la cittadinanza. Le persone che votano, sono, a mio parere, persone informate e legate all´Italia. Ho vissuto 17 anni a Bruxelles, 3 in Spagna, 1 negli USA e uno in Canada, e questa é la mia esperienza. Mi rendo conto che non ha nessuno valore statistico, peró credo che un studio un pó piú approfondito vale la pena, se davvero si vuole capire di chi stiamo parlando. ALtrimenti, rimane una conversazione con pochi dati ed senza informazioni statisticamente valide. Detto questo, mi domando chi ha nominato il signor Della Croce come presidente dei piemontosi del mondo ! Se chi rappresenta non vuole votare, che non lo faccia, non ne é certo obbligato !
    • La redazione Rispondi
      Ringrazio per il commento, e ri-sottolineo lo scopo dell'articolo: valutare se ci possono essere motivazioni economiche non per dare il voto agli italiani all'estero (questo va con la cittadinanza) ma per avere parlamentari da circoscrizioni estere. Per quanto riguarda chi sono gli italiani all'estero, la casistica e' molto piu' varia di quello che si puo' pensare: tra i votanti ci persone come lei e me, che hanno lasciato l'Italia circa 20 anni fa, ed italiani di seconda o terza generazione (anche se concordo che non siano la maggioranza). Paradossalmente sono assenti tutti quegli italiani di prima generazione, che dovendo rinunciare alla cittadinanza italiana per imposizione storica del Paese di destinazione, ora non piu' valida, si trovano ora nell'impossibilita' di poterla riacquistare a causa della legislazione italiana vigente. Purtroppo non mi e' possibile accedere ai dati degli italiani che hanno effettivamente votato, e quindi sapere con esattezza la loro storia. Ho solo alcune osservazioni (mie e di altri emigrati). Da conversazioni con le nostre autoria' consolari, e dalla mini-esperienza di membro del Comites, le posso pero' confermare che gli aventi diritto al voto non hanno incluso solo connazionali nati in Italia. Cordialmente
  3. roberto berna Rispondi
    Buono l'articolo, ma redatto in una pura prospettiva economica: non esaurisce la valutazione di un evento tipicamente politico come una iniziative legislativa derivante direttamente da una modifica costituzionale. Infatti la novella legislativa del 2001 non ha quasi avuto una qualsiasi valutazione costi/benefici (v. atti parlamentari della legge n. 1 del 2001, senza nessun accenno agli aspetti finanziari e la discussione in commissione bilancio della legge n. 459, dove le obiezioni di Mineconomia furono messe a tacere dal Sottosegretario Vietti che affermo' tout court e senza spiegare perché che si trattava di spese obbligatorie). Dal punto di vista politico, attenzione ad immaginare una modifica della legge del 2001, che é stata votata quasi all'unanimità e che rappresenta con il meccanismo del collegio estero (che limita, indipendentemente dal numero di elettori) una ponderazione ragionevole. Obiettivamente governo e parlamento hanno altre priorità. Invece potrà riflettersi su altre istituzioni che ora devono essere riformate (abrogate?), ovvero i COMITES (organismi di rappresentanza locale dei connazioniali) ed il CGIE (Consiglio generale degli italiani all'estero): questi organismi ora diventano dei "doppioni" inutili e privi di peso rappresentantivo, rispetto ai nuovi parlamentari eletti.
    • La redazione Rispondi
      Ringrazio innanzitutto dei commenti. L'idea di fondo dell'articolo è riflettere sulle possibili motivazioni economiche, e solo quelle, in grado di giustificare la prima delle due asimmetrie legate al voto degli Italiani all'estero: (1) quella politica, per cui il voto e' dato a chi e' cittadino e non a chi risiede ne Paese d'origine; (2) quella fiscale, per cui e' tassato chi è residente nel Paese d'origine ma non chi e' cittadino e vive all'estero (anche se ciò potrebbe essere risolto tassando anche i cittadini italiani indipendentemente da dove vivono, non vi pare? Lo fanno gia' in tanti) Il mio giudizio e' che le motivazioni economiche di questo esercizio di diritto al voto sono poche e molto deboli. Preferisco invece tralasciare altri commenti.
  4. Tommaso Rispondi
    Concederei il voto agli emigranti che avessero una prospettiva di rientro, ma non essendo una cosa certa, lo darei solo a quelli che mancano da un certo numero di anni.( 5 o 10). Non ritengo corretto che chi non subirà le conseguenze del suo voto possa votare. I ragionamenti sul valore degli immigrati, sulle rimesse, etc, non mi sembrano pertinenti. Tommaso
  5. Francesco Tarantino Rispondi
    La legge del 2001 nn ha introdotto il diritto di voto per i cittadini italiani residenti all'estero ma solo norme per il suo esercizio nei paesi di residenza. Spesso si confonde la questione del diritto e del suo esercizio. Il diritto di voto per loro esiste da 58 anni e cioè da quando è in vigore la nostra Costituzione che all'art. 48 riconosce il diritto di voto per tutti i cittadini (ovunque si trovino). A meno di una riforma (difficile) di questo articolo ogni legge che limitasse l'elettorato attivo sarebbe perciò incostituzionale. Il problema a mio parere va affrontato su due piani: sul tema della cittadinanza da un lato, modificando la legge attuale ed evitando che si diffonda come un virus così come previsto dall'attuale normativa del 1992; dall'altro lato sarebbe opportuno modificare alcune cose del voto all'estero introducendo per esempio una richiesta scritta al Consolato dell'elettore interessato a votare. Non dobbiamo dimenticare che gli italiani all'estero non sono tanto gli emigrati con le valigie di cartone e i loro figli, nipoti e pronipoti...esistono medici, ingeneri, scienziati, ricercatori che hanno dovuto abbandonare questo paese che non investe in loro.Questa nuova emigrazione paga le tasse, torna spesso in Italia ed è molto ben informata...attenzione a questo.. perchè la falsa convinzione di Tremaglia di aver a che fare con un popolo di nostalgici è stata la causa principale della disfatta della sua lista e del centrodestra.
  6. Paolo M Rispondi
    Secondo me c'è un motivo molto semplice per cui agli italiani all'estero va riconosciuto il voto: sono cittadini italiani. Il voto è sempre stato connesso alla cittadinanza, mentre è dall'inizio del XX Secolo (dal 1919 in Italia) che non è più legato al pagamento di imposte, alla condizione di proprietario dell'abitazione o ad altri requisiti economici richiesti dalle teorie vetero-liberali. Casomai se riteniamo che ci siano "troppi" cittadini italiani all'estero, nel senso che hanno la nostra cittadinanza persone prive di legami reali col nostro paese, magari solo perchè hanno un antenato italiano, la soluzione sarebbe un'altra: ritirare la cittadinanza, e di conseguenza anche il voto, a chi non risiede da molti anni nel territorio della Repubblica (sempre che da ciò non consegua l'apolidia).
  7. Luigi Dellacroce Rispondi
    L'analisi dell'autore é rigorosa ed utile. Vorrei di mio aggiungere delle valutazioni circa la necessità di una diversa politica sul voto degli italiani nall'estero che é stato approvato sull'onda emotiva creata da Miko Tremaglia ( punito ) basata sulla esasperazione del diritto di cittadinanza "jure sanguinis". Oggi ci troviamo, aggiungo felicemente, di fronte alla dimostrazione della irresponsabilità del voto degli italiani all'estero : non solo non contribuiscono al prodotto interno lorodo, non solo hanno sempre più scarsi legami culturali con il paese di origine - magari del bisnonno- ma influenzano le scelte di un paese a cui sono sostanzialmente estranei sia economicamente che politicamente. Luigi Dellacroce presidente Unione Piemontesi del Mondo
  8. riccardo boero Rispondi
    Mi pare che un quarto motivo per garantire il suffragio agli emigrati sia dato da semplici ragioni di equita`e diritti umani. Infatti la maggior parte dei paesi esteri anche europei non offrono il diritto di voto ai residenti immigrati, (pur tassandoli), quindi se anche il paese d'origine negasse la possibilita` di votare, ci troveremmo in presenza di una soppressione del diritto universale di voto.