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L’ambiente e il tabù delle tasse

La riduzione di cinque punti del cuneo fiscale sul lavoro è uno dei temi che hanno tenuto banco nella campagna elettorale. Per finanziare l’operazione si può ricorrere alla tassazione ambientale. Per esempio, alla carbon tax, introdotta nel nostro paese nel 1999, ma mai entrata in vigore. Aveva la duplice finalità di migliorare l’ambiente e contribuire ad aumentare l’occupazione. Il suo gettito era destinato a ridurre gli oneri sociali. Uno strumento utile, soprattutto con programmi elettorali ricchi di obiettivi, ma parchi nell’indicare i modi per raggiungerli.

La riduzione di cinque punti del cuneo fiscale sul lavoro è uno dei temi che hanno tenuto banco durante la campagna elettorale. Come finanziarla è stato poi oggetto di aspro dibattito, mentre il tema “il nuovo Governo aumenterà le tasse” sta infiammando il finale della competizione elettorale.

Le riforme fiscali ambientali

L’impressione è che in questi ultimi giorni entrambe le coalizioni si stiano un po’ dimenticando del vincolo di bilancio tra promesse di riduzioni di tasse, aumenti di spese e invarianza di tributi vari. Soprattutto, confermano ancora una volta come sia proibito proferire la parola “tasse” in vista di elezioni, e men che meno dichiarare l’intenzione di introdurne di nuove.
Ebbene, qui vorremmo sostenere l’opportunità, se non la necessità, di introdurre, o quantomeno in prospettiva di inasprire, certa tassazione, quella ambientale. Il suggerimento richiede un’altra premessa.
Mentre il ciclo elettorale resta un fatto di breve periodo, l’orizzonte delle grandi questioni e dei problemi che affliggono l’umanità, e che gridano di essere affrontati (non diciamo risolti), si allunga vieppiù. Pensiamo all’aviaria e alle epidemie. Al trend demografico. Al problema delle pensioni. Alla sicurezza energetica e ai cambiamenti climatici. Crediamo che sia assolutamente necessario spezzare questo meccanismo perverso. Assistiamo a richiami sempre più frequenti – grida di allarme sarebbe un termine più esatto – sulle conseguenze nefaste dei mutamenti del clima. Che sono causati dall’effetto serra, alimentato a sua volta dalle crescenti emissioni associate all’uso dei combustibili fossili. Sebbene necessari per sostenere l’attuale modalità di sviluppo economico delle nazioni, petrolio, carbone e gas sono utilizzati in quantità eccessiva rispetto al livello socialmente ottimale relativamente a fonti alternative. Il loro prezzo infatti non incorpora il costo dei danni climatici che il loro impiego comporta. La tassazione ambientale svolge precisamente la funzione di far pagare il prezzo pieno dell’uso delle fonti fossili. (1)

La vicenda della carbon tax

Il programma elettorale del centrosinistra, al capitolo “Per cambiare con energia. L’innovazione e la sicurezza in campo energetico”, lodevolmente esordisce asserendo la volontà di rispettare gli impegni assunti dall’Italia con la ratifica del Protocollo di Kyoto. Troppo ambiziosamente, tuttavia, afferma che l’80 per cento della prevista riduzione di emissioni proverrà da misure domestiche. Sarebbe invece opportuno e necessario introdurre, o meglio re-introdurre, la cosiddetta carbon tax.
La legge Finanziaria per il 1999 l’aveva già introdotta per volontà dell’allora ministro dell’Ambiente, Edo Ronchi. (2) Si trattava di un tributo che gravava sull’anidride carbonica generata dai diversi combustibili commisurato alla quantità di gas emesso, con lo scopo di riorientare i consumi in senso favorevole all’ambiente contenendo progressivamente la produzione di gas-serra, da applicarsi con gradualità. In sostanza, realizzava il principio della responsabilità dell’inquinatore (polluter pays principle) sancito tra l’altro dalla Convenzione quadro sui cambiamenti climatici siglata a Rio de Janeiro nel 1992. Sfortunatamente, non entrò mai in vigore e cadde velocemente nell’oblio.

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Un doppio dividendo

L’aspetto più interessante di “quella” carbon tax era che adottava anche il principio dell’invarianza del gettito, per realizzare quello che in letteratura è noto come “doppio dividendo”. L’idea è infatti di restituire i proventi del gettito sotto forma di riduzione degli oneri sociali sul costo del lavoro, con l’obiettivo di arrivare a un aumento dell’occupazione. Un secondo dividendo che si aggiunge al primo, un clima migliore. Vi è un’ampia letteratura sul tema delle riforme fiscali ambientali e sul principio del doppio dividendo. (3) Naturalmente, il secondo dividendo, tramite sussidi e incentivi di segno opposto rispetto alla carbon tax, può essere rappresentato dallo sviluppo di fonti di energia rinnovabile e da miglioramenti dell’efficienza energetica. En passant, notiamo che sia il programma della Casa delle libertà che quello dell’Unione ne parlano.
Il tributo ambientale qui suggerito contribuisce a sanare un perdurante paradosso del sistema fiscale, che grava maggiormente sulle risorse abbondanti, come il lavoro, e relativamente meno su risorse scarse, come quelle naturali. Va inoltre ricordato che la tassazione ambientale con dividendo sull’occupazione fu prospettata originariamente nel 1993, nel famoso piano Delors, elaborato dalle autorità europee per combattere la disoccupazione e la cosiddetta “eurosclerosi”. (4)
Torniamo così al dibattito politico di questi giorni. Entrambi i programmi elettorali, pur così diversi tra loro, si dilungano nell’esporre che cosa il futuro Governo intende fare, ma molto rari sono i riferimenti agli strumenti con cui raggiungere gli obiettivi enunciati. La scarsa sensibilità rispetto ai temi dell’ambiente in generale, e del clima in particolare, dell’attuale Governo è cosa nota. Nel caso invece della coalizione di centrosinistra, una riforma fiscale ambientale con utilizzo del gettito a favore del lavoro consentirebbe al suo leader Romano Prodi di mantenere due promesse: la riduzione del cuneo fiscale senza intaccare gli equilibri di bilancio e contribuire al miglioramento del clima. Un doppio dividendo anche per lui, e per tutti noi.

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(1) Questo è un tema su cui anche The Economist insiste, riferendosi in particolare all’eccessivamente basso prezzo dell’energia statunitense. Una carbon tax sarebbe un “modo semplice, elegante ed economicamente efficiente per ridurre i consumi di energia e dare impulso a tutte le alternative al petrolio (“An oily slope”, The Economist, 3 novembre 2005). Non introducendo una simile tassa “che renderebbe manifesto ai consumatori il vero costo dell’energia, l’America rinuncia al migliore modo per dare un calcio alla propria dipendenza dal petrolio e fare un maggiore uso di fonti alternative” (“Power Games”, The Economist, 5 gennaio 2006).
(2) Il testo della legge è contenuto nell’articolo 8 della legge 23 dicembre 1998 n. 448 ed è disponibile all’indirizzo http://www.nonsoloaria.com/Leggi%20aria/L%20448%2023-12-1998%20art.8.PDF. Del previsto gettito di oltre duemila miliardi di vecchie lire per il 1999, circa 1.300 miliardi avrebbero dovuto essere impiegati, secondo il testo del provvedimento, per ridurre il costo del lavoro in varie modalità.
(3) Vedi Carlo Carraro, Marzio Galeotti e Francesco Bosello (2000), “The Double Dividend Issue: Modeling Strategies and Empirical Findings”, Environment and Development Economics, 6, 9-45 e Stefania Migliavacca (2004), 
qui disponibile . Un lavoro applicato sul tema è invece: Carlo Carraro, Marzio Galeotti e Massimo Gallo (1996), “Environmental Taxation and Unemployment: Some Evidence on the Double Dividend Hypothesis in Europe”, Journal of Public Economics, 62, 141-181.
(4) Drèze, J.H. and Malinvaud, E. with de Grauwe, P., Gevers, L., Italianer, A., Lefebvre, O., Marchand, M., Sneessens, H., Steinherr, A., Champsaur, P., Grandmont, J.-M., Fitoussi, J.-P. and Laroque, G. (1994). “Growth and Employment: The Scope for a European Initiative”, European Economy (Reports and Studies) 1, pp. 75-106.

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Sommario 1 Aprile 2006

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Ironia, ironia, per piccina che tu sia

  1. Fabio Cantoni

    Purtroppo l’opinione comune è che l’energia costi troppo. Certamente la stampa non contribuisce a cambiare questa idea, anzi. Il fatto che fra le più grandi (ed influenti) aziende internazionali le società energetiche e petrolifere abbiamo una quota preponderante certamente ha una sua influenza…
    La “sgradevole” verità, che nessun partito in questa campagna elettorale ha voluto sfiorare, è che l’energia costa troppo poco, sopratutto considerando i costi sociali e sanitari della sua produzione. Non può esserci una seria politica di incentivi alle fonti rinnovabili e mobilità alternative, senza un consistente innalzamento dei costi energetici al consumatore finale. Altrimenti si continuerà a caricare sulle generazioni future (e nemmeno più di tanto) i costi degli sprechi attuali.

  2. Paolo Debortoli

    Da molte fonti in Italia (quotidiani, analisti, garanti etc..) si evince che le tasse in Italia non sono il vero problema. Paghiamo sovrattasse da arretratezza e inefficienze e mancanza di concorrenza. Esistono decine di interventi che possono far risparmiare denaro alle famiglie, costando poco al Governo in termini di sussidi e riduzione di prezzi e tariffe (quindi di gettito dell’IVA). Parlo dell’uso delle bioedilizie, di sistemi solari e di teleriscaldamento, impianti a biogas (proveniente da bitumi o rifiuti) etc. Non dimentichiamo i biocarburanti e la liberalizzazione della vendita dei carburanti.
    Il paese è, in generale, arretrato (anche se alcune realtà risultano all’avanguardia, come l’impianto a biogas di Torino). In Trentino l’egemonia del settore pubblico in queste materie blocca dverse iniziative. Le piccole comunità delle valli, al contrario, dispongono di efficienti sistemi di cogenerazione in grado di riscaldare centinaia di appartamenti con pochissimo gas o poche biomasse (a Brescia lo fanno col termovalorizzatore) e producendo una eccedenza di energia elettrica venduta all’Enel (o ad altri comuni). Tali impianti sono direttamente di proprietà di cooperative di famiglie e abitanti. Il comune di Rovereto (60 mila abitanti) ha adottato queste tecniche per gli edifici pubblici, con un risparmio previsto di oltre 500 mila euro per i prossimi 10 anni. Gli impianti a biogas (che producono energia utilizzando rifiuti, bitumi e simili) riducono le emissioni di monossido (quelle del protocollo di Kyoto). L’insieme di liberalizzazioni e diffusione di tecnologie direttamente disponibili alle famiglie (che richiedono, comunque, un certo impegno degli enti pubblici a diversi livelli, anche e soprattutto per gli immobili pubblici) potrebbe contemporaneamente ridurre i costi e migliorare la situazione ambientale. I soldi del nucleare (viste le tecnologie disponibili) vanno investiti altrove.

    Paolo Debortoli

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