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I poli e il federalismo fiscale

Le difficoltà economiche e il mutato clima sociale spingono entrambi i poli a insistere più sulla solidarietà territoriale che sull’autonomia. Proposte specifiche mancano su entrambi i fronti. La Cdl si dimentica della devolution. Offre però un patto agli enti territoriali: cedere parte del patrimonio in cambio di risorse derivanti dal recupero dell’evasione fiscale. L’Unione richiama la necessità della “concertazione” tra livelli di governo. E di un Patto di stabilità interno che torni a occuparsi dei saldi di bilancio e non di vincoli sulla spesa.

Il confronto incrociato tra i programmi elettorali delle due coalizioni sui temi dei rapporti finanziari tra governi mostra con chiarezza quanto il clima sia mutato negli ultimi cinque anni. Rispetto alle precedenti elezioni, c’è di gran lunga minor fiducia nelle capacità propulsive del federalismo, un atteggiamento probabilmente dovuto allo sgangherato decentramento di poteri a cui abbiamo assistito in questi anni e alle difficoltà economiche, che tendono a aumentare le domande di protezione sociale soprattutto nelle aree meno forti del paese. Naturalmente, i programmi di entrambi i poli si aprono con un richiamo formale alla necessità di introdurre il “federalismo fiscale”, cioè, di attuare l’articolo 119 della Costituzione riformata nel 2001, definendo con precisione il sistema di finanziamento e di perequazione degli enti territoriali. Ma tra autonomia e solidarietà territoriale, i due punti attorno ai quali tipicamente ruota il dibattito sul federalismo, entrambi gli schieramenti si preoccupano molto più del secondo che del primo. Non è chiaro se per intima convinzione o per calcolo elettorale. Inoltre, fatte le debite proporzioni per il grado di approfondimento dei due programmi (quasi inesistente nel caso della Casa delle libertà), le proposte specifiche latitano. Il programma della Cdl, in particolare, appare quasi comico quando afferma con enfasi che “l’attuazione del federalismo fiscale è ormai da tutti considerata necessaria”, senza spiegare perché allora non sia stata fatta nei ben cinque anni di Governo Berlusconi (uno e bis).

Il federalismo fiscale della Cdl: il silenzio sulla devolution

Così, quasi paradossalmente, nel programma della Cdl il federalismo fiscale è nominato per la prima volta nella parte dedicata al Mezzogiorno, allo scopo di sottolineare immediatamente che sarà “solidale” e sarà accompagnato da “misure di fiscalità di sviluppo compensativa a favore delle aree svantaggiate”. Ancora più paradossalmente, quasi non si parla della riforma costituzionale voluta dalla Cdl, che ha impegnato per quasi due anni il Parlamento e sui cui si terrà un referendum confermativo nel giro di pochi mesi. La riforma costituzionale è sì menzionata tra le trentasei grandi riforme del governo Berlusconi, ma senza alcuna enfasi né una riga esplicita di spiegazione, accomunata ad altre “grandi” riforme come quella relativa al nuovo “Codice per la nautica di diporto”. Addirittura, nell’intero programma elettorale della Cdl non vi è alcuna traccia della parola “devolution”, cavallo di battaglia della Lega Nord ed elemento portante della riforma costituzionale stessa. È evidente che di questo si preferisce non parlare, almeno durante la campagna elettorale.

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Il federalismo fiscale dell’Unione: la concertazione

Il programma dell’Unione è molto più dettagliato, con aspirazioni condivisibili anche sul tema del decentramento costituzionale e del finanziamento dei governi. Solo non si capisce bene come tutte queste aspirazioni condivisibili saranno poi tenute assieme in pratica. Si parla di autonomia finanziaria per gli enti locali, di perequazione delle risorse, di superamento della spesa storica nella attribuzione dei trasferimenti, di certezza nell’attribuzione delle risorse agli enti locali, di definizione esplicita e quantificazione dei servizi essenziali per l’omogeneità dei diritti sociali e civili sul territorio, di uniformazione nella contabilità dei vari livelli di governo per esigenze di programmazione e controllo della spesa, ma non ci sono proposte specifiche (quali tributi? quali trasferimenti? quali criteri?) che consentano una discussione approfondita.
Forse, la cifra più rilevante del programma dell’Unione su questo fronte (come su altri) va cercata, più che nelle proposte specifiche, nell’enfasi attribuita alla necessità della “concertazione” tra livelli di governo, in contrasto con la politica unilaterale seguita dal Governo di centrodestra in questi anni e delle sue proposte costituzionali che “lacerano il paese e contrappongono i territori”.
Da qui emergono anche alcuni impegni specifici: i trasferimenti vincolati agli enti locali non saranno più introdotti unilateralmente dallo Stato centrale e il Patto di stabilità interno farà riferimento ai saldi di bilancio e non più a vincoli imposti sulla spesa degli enti locali. Dopo gli ultimi anni nei quali il Governo ha spesso cercato di scaricare sulla periferia la sua incapacità di controllare i conti pubblici, in maniera oltretutto erratica e inconcludente, si tratta sicuramente di impegni benvenuti. Di nuovo, però, ci si domanda come questa “concertazione”, su temi delicati come la distribuzione delle risorse tra centro e periferia e tra territori, possa svolgersi senza trasformarsi in paralisi, in presenza di risorse scarse, ampie differenziazioni territoriali e senza specifiche istituzioni che possano incanalare proficuamente il dibattito.

Il Senato federale dell’Unione

Nell’assunto, probabilmente fondato, che la riforma Costituzionale della Cdl venga respinta col prossimo referendum, l’Unione propone l’introduzione di una “Camera di effettiva rappresentanza delle Regioni e delle autonomie” in sostituzione dell’attuale Senato, con “competenze legislative differenziate rispetto alla Camera dei deputati”. Un Senato di questo tipo potrebbe in effetti rappresentare una camera di coordinamento e compensazione tra diversi livelli di governo. Tuttavia, da un lato, la proposta non è ben definita, dall’altro appare in contrasto con l’impegno assunto nello stesso programma di non cambiare ulteriormente la Costituzione a colpi di maggioranza, rafforzato dalla proposta di blindare di più la Costituzione, aumentando il quorum necessario per approvare modifiche costituzionali. Su un tema così delicato e dirimente pare dunque difficile che si possano vedere progressi effettivi.

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Il patto della Cdl

Anche la Cdl richiama la necessità di un “grande e libero patto tra Stato-enti territoriali”, senza però aggiungere altri dettagli. Tornando indietro nel programma di qualche pagina si capisce forse meglio di cosa potrebbe trattarsi.
Si comincia osservando che le passività del settore pubblico (il debito pubblico) sono quasi tutte sulle spalle del Governo centrale, mentre le attività (il patrimonio pubblico) sono in larga parte, per due terzi, di proprietà degli enti locali. Dunque, il libero patto dovrebbe prendere la forma di uno scambio: gli enti territoriali cedono (parte del) proprio patrimonio sul mercato in riduzione del debito pubblico statale. Cosa ottengano in cambio, non è chiaro. Forse, lo stesso “federalismo fiscale solidale” di cui si parlava in precedenza. Sicuramente, in cambio ottengono parte delle maggiori imposte erariali (riduzione dell’evasione) derivanti a seguito del coinvolgimento dei comuni (e le Regioni e le province?) nelle attività di accertamento tributario, misura del resto prevista già nella Finanziaria di questo anno (e prontamente respinta dai sindaci). Ma perché mai i comuni (per non parlare degli altri enti locali) dovrebbero essere in grado di offrire un contributo particolare nell’attività di accertamento dei tributi dello Stato? Quali informazioni, competenze o strutture specifiche hanno i comuni per svolgere questo compito di ausilio all’attività della amministrazione finanziaria? Anche su questo punto il programma della Cdl rimane silente.

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Sommario 1 Aprile 2006

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  1. luongo patrizia

    Come tutte le riforme,anche quella che ha introdotto il federalismo fiscale è stata inizialmente accolta dalla classe politichica con grande enfasi,anche perchè era evidente come il cittadino(elettore non evasore)fosse preoccupato dell’efficiente utilizzo delle tasse pagate.Nonostante tale enfesi però nessuno si è preoccupato di risolvere i problemi relativi all’attuazione del 56/2000e di chiarirne i punti che suscitavano maggiore perplessità,semplicemente si è deciso di accontonare uno strumento che,seppure con alcune imperfezioni,tentava di riallineare le responsabilità di spesea e rendere automatico il reperimento delle risorse necessarie a finanziare la spesa che occupa circa l’80%delle risorse regionali,la sanità.
    Ora che invece siamo tutti o quasi preoccupati per la situazione economica del Paese e per l’aumento delle diseguaglianze,i nostri candidati insistono sull’importanza della solidarietà e sull’abolizione della tassa sulla prima casa per tutelare i redditi delle famiglie,dimenticando che le tasse,anche quelle comunali,perseguono solitamente obiettivi redistributivi.
    Potrebbe sembrare semplicista o riduttivo ma non sarebbe meglio utilizzare uno strumento di cui già si dispone(D.lgs56/2000) e rafforzarne altri(controllo e non condono dell’evasione fiscale)prima di introdurne di nuovi?

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