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Perché il dibattito politico prescinde dai dati

La ricerca empirica italiana fatica a raggiungere gli standard internazionali. Sono lacune che dovrebbero preoccupare perché l’assenza di un’informazione statistica adeguata spinge il dibattito politico ed economico nel nostro paese verso un inutile confronto ideologico. Anche su questioni per le quali i dati, e non le posizioni di principio, dovrebbero aiutare a trovare le risposte. Basta guardare alle discussioni sulle riforme che di recente hanno interessato la scuola e il mercato del lavoro. Alcune ipotesi sul perché di questa situazione.

Le recenti valutazioni del Civr, Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca, per il settore economia hanno rilevato “(…) una relativa debolezza dei lavori applicati con contenuti empirici (…) [che] difficilmente raggiungono standard internazionali di eccellenza”. (1)

 

Inutili confronti ideologici

 

Questa frase non sorprende: in Italia le lacune della ricerca economica applicata sono ancor più gravi di quelle che caratterizzano altri settori. Tuttavia, più che per la nostra posizione nelle classifiche internazionali della produttività scientifica, queste lacune dovrebbero preoccupare perché l’assenza di un’informazione statistica adeguata spinge il dibattito politico ed economico nel nostro paese verso un inutile confronto ideologico, anche su questioni per le quali i dati, e non le posizioni di principio, dovrebbero aiutare a trovare le risposte. 

Un modo per rendersene conto è considerare alcuni studi effettuati all’estero e immaginare cosa accadrebbe in Italia se nelle trasmissioni Tv i commentatori potessero discuterne di simili, invece di accapigliarsi a difendere posizioni ideologiche quasi tutte ugualmente sostenibili in linea di principio, ma tra le quali è impossibile scegliere in mancanza di adeguate informazioni statistiche sui loro costi e benefici. Ecco tre esempi.

 

Incentivazione degli insegnanti e assenteismo

 

C’è chi propone che le retribuzioni degli insegnanti siano legate a indicatori di produttività e chi invece vi si oppone accanitamente. Uno studio di Esther Duflo e Rema Hanna (2) riporta i risultati di un esperimento realizzato in India e finalizzato a studiare l’effetto di incentivazioni retributive per ridurre l’assenteismo dei docenti. Confrontando due campioni statisticamente identici, le ricercatrici osservano che nelle scuole in cui lo stipendio degli insegnanti aumenta con i giorni di presenza, l’assenteismo si dimezza e la performance degli studenti migliora: dopo un anno il punteggio nei test è di 0.17 deviazioni standard maggiore nelle scuole con incentivazione e il tasso di promozione aumenta del 40 per cento. 

Potremmo discutere all’infinito sul diritto degli insegnanti meno attaccati al loro lavoro a stare a casa al primo raffreddore, al quale si contrappone quello degli studenti a ricevere con continuità un’istruzione valida. Ma risultati di questo tipo ci aiuterebbero a valutare i costi e i benefici dei due diritti, e quindi a scegliere tra di essi non sulla base di principi ideologici, ma sulla base delle conseguenze reali che derivano dalla loro difesa. Se alla fine concludessimo che il diritto degli insegnanti è assoluto e non monetizzabile, benissimo. Ma almeno lo avremmo fatto sapendo quanto costa questa tutela.

 

Competizione tra scuole e performance degli studenti

 

Sempre in tema di istruzione, Victor Lavy in “From Forced Busing to Free Choice in Public Schools:Quasi-Experimental Evidence of Individual and General Effects” valuta gli effetti di una riforma che ha introdotto la libera scelta tra scuole superiori in uno dei quartieri più poveri di Tel Aviv . Prima, i ragazzi del quartiere dovevano obbligatoriamente frequentare le scuole ad essi assegnate: per alcuni, erano quelle migliori dei quartieri ricchi, dove venivano trasportati a spese del comune. In questo studio il ricercatore sfrutta l’informazione sull’indirizzo esatto degli studenti per identificare due campioni statisticamente identici di studenti con o senza libera scelta. La performance di quelli che possono scegliere migliora in termini di tassi di abbandono e di voti all’esame scritto di maturità. E migliora soprattutto per i ragazzi provenienti dalle famiglie più svantaggiate. Ma ciò che appare forse più sorprendente, è che il miglioramento medio non dipende dai risultati di chi ha optato per le scuole dei quartieri ricchi: sono soprattutto le scuole del quartiere povero ad aver aumentato la loro qualità, sotto l’effetto della competizione. Una delle scuole è stata chiusa perché ha perso studenti dopo la riforma.

Non mi risulta che in Italia il dibattito sulla riforma Moratti si sia basato su studi statistici credibili dei suoi effetti.

 

Mercato del lavoro tra evoluzioni secolari ed epifenomeni

 

La legge Biagi è accusata di avere numerosi difetti, con motivazioni per molti versi condivisibili. Ma da questo a dire che sia la causa della precarizzazione nel mercato del lavoro italiano, ce ne corre. Forse la legge Biagi è solo una manifestazione superficiale di fenomeni assai più profondi, che caratterizzano il mercato del lavoro di tutti i paesi avanzati. Lo suggerisce, indirettamente, un articolo di David Autor, Larry Katz e Melissa Kearney. (3) Utilizzando microdati relativi agli ultimi venticinque anni, gli autori mostrano una tendenza alla polarizzazione del mercato statunitense verso gli estremi della distribuzione dei salari, alle spese delle occupazioni tipiche della middle class. Questo fenomeno è stato osservato anche in altri paesi pur in presenza di istituzioni molto diverse. Autor, Katz e Kearney propongono l’ipotesi che la diffusione dei computer a complemento dei compiti cognitivi ad alto contenuto di abilità, abbia eliminato quelli di routine, che più tipicamente caratterizzavano i posti di lavoro con salari intermedi. Il processo avrebbe quindi lasciato spazio, nel mercato del lavoro, soltanto per i due estremi opposti della distribuzione dei compiti e conseguentemente dei salari.

Non importa qui discutere se l’ipotesi sia convincente, né se la polarizzazione sia un bene o un male, quando piuttosto osservare che il dibattito negli Stati Uniti può basarsi su venticinque anni di dati dettagliati, e statisticamente rappresentativi, sulle caratteristiche di imprese, lavoratori e posti di lavoro. (4) In Italia, a tutt’oggi, non siamo in grado di dire come si evolve la distribuzione del salario orario reale nemmeno a livello aggregato nazionale, perché non esiste alcuna fonte che raccolga questa informazione in modo attendibile mettendola a disposizione della collettività.

Forse, con più dati potremmo discutere del mercato del lavoro italiano in modo più pacato, meno ideologico e provinciale e soprattutto evitando di discutere di epifenomeni per concentrarci sulle determinanti profonde di quello che osserviamo.

 

I problemi della ricerca empirica italiana

 

Ma perchè la ricerca empirica italiana fatica a raggiungere gli standard internazionali?

 

Ecco alcune possibili risposte per stimolare un dibattito.

1) L’offerta di dati campionari in Italia è molto inferiore rispetto all’estero. Chi dovrebbe fornire i dati non lo fa o lo fa a costi esorbitanti per i ricercatori. Invece di concentrare i fondi di ricerca sulla raccolta di grandi banche dati a disposizione di tutti, ogni ricercatore che abbia qualche fondo realizza la sua piccola raccolta di dati che vengono usati una volta sola e poi abbandonati per sempre.

2) L’offerta di dati di fonte amministrativa è ancora più scarsa e quel poco che viene reso disponibile diventa spesso monopolio di pochi “fortunati”. (5) Nel Nord-Europa, in questo più avanti degli Usa, la nuova frontiera della ricerca si basa su grandi banche dati in cui fonti amministrative di origine diversa vengono abbinate tra loro mediante l’equivalente del nostro codice fiscale.

3) La legge sulla privacy rende difficile, se non impossibile, l’accesso ai dati, soprattutto a quelli di fonte amministrativa. Il nuovo Codice per il trattamento di dati personali non ha migliorato le cose.

4) Il dato statistico disturba i potenziali committenti, perché impedisce loro di dire quel che vogliono e li obbliga a confrontarsi con la realtà dei fatti. Questo non è un problema di offerta, ma di domanda. La ricerca finalizzata a valutare politiche del lavoro e dell’istruzione negli Stati Uniti e nel Regno Unito, è spesso finanziata da chi disegna e gestisce gli interventi. Per ogni nuovo intervento vengono predisposti gli strumenti per la sua valutazione anche se i risultati possono andare contro le aspettative di chi lo ha proposto. Da queste richieste non seguono solo rapporti per i committenti, ma anche pubblicazioni scientifiche di alto livello che ne rafforzano l’attendibilità.

5) Il sistema retributivo dei nostri atenei, che premia solo l’anzianità di servizio, sembra studiato per favorire la migrazione verso l’estero di chi, essendo più portato per la ricerca scientifica di alto livello, può ricevere in altri paesi compensi e finanziamenti maggiori . Viceversa, lo stesso sistema retributivo attira in Italia chi, essendo meno portato per la ricerca, ricorre ad attività di consulenza per integrare i propri redditi. Se così fosse, sarebbero allora le caratteristiche dei ricercatori rimasti in Italia a spiegare la bassa qualità dell’offerta di ricerca applicata nel nostro paese.

 

 

(1) Altri lavori empirici a cui questa frase non si riferisce sono stati valutati dal panel di econometria.

 

(2) Esther Duflo e Rema Hanna “Monitoring Works: Getting Teachers to Come to School”.

 

(3) David Autor, Larry Katz e Melissa Kearney “The Polarization of the U.S. Labor Market”.

 

(4) In realtà molto di più: i microdati del censimento americano sono disponibili dal 1850.

 

(5) Ad esempio il caso dei dati Inps gestiti dal LABORatorio R. Revelli di Torino.

 

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12 commenti

  1. Alberto Lusiani

    Non ho nulla da aggiungere se non complimenti per aver individuato e analizzato con chiarezza e lucidita’ un vero e importante handicap dell’Italia rispetto ai paesi avanzati. Per questo particolare problema non vedo alcuna soluzione a breve-medio termine: si tratta di un vero fallimento della cultura italiana nel senso piu’ generale, che coinvolge sia il livello popolare di massa, sia le classi dirigenti.

  2. Giuseppe A. Veltri

    Concordo pienamente ed aggiungerei che la carenza di ricerca empirica non riguarda solamente gli aspetti economici della societa’ italiana ma anche le sue politiche sociale. Vivendo in UK, sono abituato a pensare che prima di affrontare qualsiasi politica sociale e’ necessario finanziare della ricerca in merito.
    Le social sciences in Italia sono troppo spesso solamente oggetto di disquisizione accademiche senza alcun impatto politico.
    Di conseguenza, non solo le politiche sociali si privano di strumenti essenziali ma le stesse scienze sociali italiane sono atrofizzate ed hanno perso il contatto con la ricerca empirica.

    Giuseppe A. Veltri
    Institute of Social Psychology
    London School of Economics (LSE)

  3. Michele Giardino

    Suggestiva l’ipotetica corelazione tra uscita verso l’estero di ricercatori vocazionali e qualità delle ricerche pubblicate in Italia.
    Ipotesi che meriterebbe davvero una verifica, appunto su base statistica anche campionaria, senza temere gli effetti di una più che possibile conferma. E sempre risultino disponibili i dati occorrenti, cosadi cui dubito non poco. La letteratura internazionale nei settori che conosco è ricca di cognomi italiani, solo in parte “oriundi”.
    Cira le banche-dati e la salvaguardia deil lavoro di raccolta di singoli studiosi, nonpotrebbe spettare all’ISTAT una funzione istituzionale di grande deposito, opportunamente ordinato da esperti professionisti, di tutti i materiali e le basi di analisi quantitative?
    Basrerebbe fissare per legge un obbligo simile a quello che grava sugli editori di inviare ogni pubblicazione al sistema bibliotecario nazionale e pubblicare tre o quattro volte all’anno un repertorio delle disponibilità chiaramente classificate a fini di massima fruibilità.

  4. Giuliano Delfiol

    La scarsa diffusione della cultura scientifica nel nostro paese è ben visibile anche nella disinvolta gestione dei dati statistici, abitualmente strumentalizzati dai politici sulla base di sintesi assai spesso del tutto arbitrarie.
    Ma il male è spesso all’origine. I dati Istat sono considerati indiscutibili, mentre scarsissima e assai poco chiara è la informazione pubblica sulle loro metodiche. Si parla abitualmente di “indice del costo della vita”, deducendone che in Italia non vi è stata inflazione, mentre nessuno dice che si può parlare solo di indice dei prezzi (ammesso che siano accuratamente rilevati!) medio ponderato di un determinato “paniere di beni”, e ci si dimentica di dire con quali criteri sia il contenuto del paniere che i coefficienti di ponderazione sono valutati e stabiliti. In questo modo è chiaro che si può dimostrare quel che si vuole, e il sospetto che l’indice complessivo sia pilotato politicamente è fortissimo.
    Un altro esempio: i tanto sbandierati “studi di settore” presi a base delle valutazioni di congruità fiscale delle categorie.
    Ebbene, quando ho risposto al questionario della mia categoria (sono un professionista) ho notato che praticamente tutti i dati richiesti erano deducibili dalla mia denuncia dei redditi: ma allora cosa aggiungono gli “studi” a quanto il Ministero già sa?
    Inoltre il Ministero delle Finanze distribuisce ai commercialisti un software (ovviamente chiuso!) per i calcoli di congruità: la cosa divertente (da me provata personalmente) è che la qualità, portata e quantità delle prestazioni svolte non hanno praticamente influenza, risultando il reddito “presunto” funzione pressochè esclusiva dell’anzianità professionale e della localizzazione geografica. Certamente dire “studi di settore” suona bene, ma il sospetto che si tratti di pura facciata è più che legittimo.
    Grazie e cordiali saluti
    Giuliano Delfiol

  5. Bruno Stucchi

    Di formazione sono un fisico. So quindi che qualsiasi misura e’ inevitabilmente inquinata da errori accidentali e/o sistematci. Quindi, per esempio, quando misuro una tensione posso dire che e’ 125 V + o – 1V.
    Ma nei dati economici, che senso ha discutere di un qualche zerovirgola percento se l’errore e’ magari del 2%? Chi mi risponde? Grazie.

  6. Bruno Stucchi

    Ecco cosa diceva il mio famoso e rimpianto collega Ernest Rutherford, a proposito di statistica:
    “If your experiment needs statistics, you ought to have done a better experiment.”

  7. Mauro Griselli

    Provo a rispondere alla domanda sollevata qui sotto dal signor Bruno Stucchi.
    Il senso del discutere degli “zerovirgola percento” dipende da qual è la rilevazione inficiata dal 2% di errore. Di solito la percentuale di errore si applica alla grandezza misurata o riscontrata.
    Supponiamo che tale sia l’errore di rilevazione, ad esempio, della variazione del PIL. Allora, una variazione PIL dello 0,3% salvo errore del 2% significa che la variazione è compresa nell’intervallo 0,294-0,306 (0,3 -/+ il 2% di 0,3).
    Ecco quindi come anche i decimali rimangono significativi nel dibattito sui dati economici.

  8. Maurilio Menegaldo

    Il grande e troppo spesso dimenticato Luigi Einaudi intitolò una delle sue”Prediche inutili” proprio così: “Conoscere per deliberare”.
    L’articolo in questione è un utile complemento a quello che Lavoce. info ha pubblicato sugli errori (o deliberate disinformazioni?) dei politici durante la campagna elettorale. Come si può discutere o peggio decidere di ciò che non si sa o di cui non si hanno dati? Veramente questa ultima campagna elettorale ha dimostrato tutti i limiti della nostra classe dirigente. Temo che di tali limiti però i primi a non essere consapevoli siano gli stessi politici, viste le loro storiche carenze di cultura scientifica ed economica.
    Grazie a Lavoce.info per il lavoro di informazione e di formazione che fa nei confonti di noi cittadini.

  9. Jacopo

    Concordo con lo spirito dell’articolo di Ichino. Naturalmente nella ricerca di base le cose non vanno meglio. Nel mio campo, l’economia teorica, tutti sanno che in italia non ci sono piu’ di dieci persone in grado di produrre ricerca di qualche rilievo, secondo qualsiasi standard valutativo.
    Naturalmete chiunque, italiano, producesse della buona ricerca all’estero, non tornerebbe MAI a fare l’associato in italia per 1.600-1.800 euro al mese.
    Ritengo che la motivazione fondamentale, tra quelle indicate da ichino, sia dunque l’ultima.

  10. roberto leombruni

    Credo sia sempre utile stimolare il dibattito su un’offerta di banche dati che in Italia è inferiore a quanto sarebbe desiderabile, e persino a quanto la stessa legge sulla privacy consentirebbe. Mi spiace però rilevare che un amico come Ichino, con cui abbiamo interloquito a lungo su questo, commetta un errore tanto grossolano da scrivere che rispetto ai dati di fonte amministrativa “quel poco che viene reso disponibile diventa spesso monopolio di pochi fortunati”, citando “il caso dei dati Inps gestiti dal LABORatorio R. Revelli di Torino”. Essendo io il responsabile per il LABORatorio di questo disdicevole monopolio mi è doveroso rilevare garbatamente l’errore. La nostra fortuna – se è corretto chiamare così un impegno di ricerca e di risorse durato cinque anni – è stata l’opposto di un monopolio, è stata quella di aver contribuito a far sì che i dati Inps diventassero finalmente un patrimonio di informazione a disposizione del mondo della ricerca. Per fare questo è stata costruita una banca dati di storie lavorative (di nome WHIP, da Work Histories Italian Panel) pensata e documentata proprio per le esigenze di informazione statistica che Ichino evidenzia. Si noti che non è stato, per così dire, un lavoro “banale”: non bisogna dimenticare che i dati dell’Inps, così come sono, rispondono alle esigenze gestionali dell’Istituto e non del ricercatore di una università. Bene, è da più di un anno che un public use file di questa banca dati è in distribuzione gratuita dal sito del LABORatorio (http:www.laboratoriorevelli.it/whip). Da allora è stata scaricata da circa 500 ricercatori in italia e all’estero, e la documentazione on-line ha in media 2-3000 contatti ogni mese. Da ottobre 2005 inoltre è a disposizione la versione completa di WHIP, in consultazione gratuita in una apposita sala visitor, e distribuita a fronte di un modesto contributo a centri studi che la richiedono per finalità di ricerca. Si può fare di più? Sì. Continuando esattamente su questa strada.

    • La redazione

      Il LABORatorio (e i centri di ricerca che a Torino hanno preceduto questa istituzione) hanno avuto un rapporto privilegiato con l’INPS almeno dalla meta’ degli anni 80. Per moltissimi anni, numerosi ricercatori Italiani hanno chiesto
      all’INPS e al LABORatorio di mettere a disposizione i dati originali. Solo un paio di anni fa un passo importante in questa direzione è stato fatto con il public file WHIP, che
      tuttavia non e’ il dataset originale. E forse, senza le pressioni di questi anni, non avremmo neanche WHIP.
      In ogni caso, continua a non essermi chiaro perché debba essere cosi’ difficile per altri centri di ricerca ottenere dall’INPS gli stessi dati forniti al LABORatorio. Siamo tutti grati al LABORatorio per il suo lavoro, ma altri potrebbero voler gestire i dati in modo diverso, mettendo ad esempio a disposizione dei ricercatori informazioni maggiori e piu’ dettagliate di quelle offerte da WHIP.

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