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Avvocati globalizzati

Il successo economico delle imprese multinazionali ha accentuato il ruolo degli studi transnazionali. Il mercato italiano dei servizi legali per le aziende subisce una forte colonizzazione da parte dei paesi anglosassoni. Anche se uffici di media dimensione sarebbero i migliori interlocutori delle piccole-medie imprese. Dannose sia le proposte di liberalizzazione estrema di Confindustria, sia il protezionismo del Consiglio nazionale forense. Rallentano il processo di modernizzazione dell’avvocatura e con esso l’evoluzione del diritto d’impresa.

Avvocati globalizzati, di Alberto M. Musy

Le corti con i loro giudici e i loro avvocati erano un tempo al centro del sistema giudiziario, ora sembrano la periferia. Mentre la periferia, ovvero le imprese, i mercati e i consulenti comprese le società di revisione, le banche d’affari e i grandi studi legali internazionali, sono divenuti il centro della scena giuridica occidentale. La ragione di questa rivoluzione risiede nel successo economico delle imprese multinazionali e nel conseguente ruolo degli studi legali transnazionali.
Essi, infatti, costituiscono lo strumento attraverso il quale le corporation possono operare a livello globale, volta a volta, esportando o imponendo i tipi contrattuali, i modelli di risoluzione delle controversie, gli strumenti societari, le strutture patrimoniali e le regole di gestione delle procedure concorsuali che meglio si attagliano alle loro esigenze.

Studi italiani a conduzione familiare

La pratica legale in Italia, invece, si è sempre basata su una conduzione di tipo familiare, piccoli uffici dove gli avvocati lavoravano in stretto rapporto con il cliente, padrone e amico al medesimo tempo. Le fortune dell’avvocato sono spesso collegate a quelle imprenditoriali dei clienti di riferimento. È stato stimato che, ancor oggi, il 97 per cento degli studi italiani non conta più di tre soci e che i professionisti che operano da soli continuano a occupare una parte importante del panorama legale del nostro paese.
L’apertura ai mercati internazionali ha portato sempre più di frequente i legali italiani a doversi conformare agli standard internazionali. Vi è, purtroppo, più di una remora alla creazione di grandi studi, oltre a quella che Fukuyama chiamerebbe un’antropologica indisponibilità alla coordinazione in gruppi non basati su rapporti familiari. Così, molti dei grandi studi italiani, o almeno i loro soci più importanti, sono stati acquisiti da parte degli stranieri: si è verificato un fenomeno di take over di una gran parte dei professionisti più qualificati del settore.
Politiche poco lungimiranti nella ripartizione degli utili determinano l’attitudine italiana alla scissione ogni volta che un socio ritiene di poter sottrarre per sé un cliente importante, mentre all’opposto l’abitudine anglo-americana di ripartire gli utili in modo più magnanimo concorre all’edificazione di studi con centinaia di avvocati, in grado di fornire una copertura planetaria ai propri clienti.
Dal punto di vista del monopolio della conoscenza e delle prassi si potrebbe dire che, più che di globalizzazione della professione forense, si debba constatare la realizzazione di un oligopolio anglo-americano dei “livelli alti” della consulenza legale e della scientia juris.
Il lavoro svolto dai grandi studi e dalle multinazionali per affermare la superiorità culturale e professionale delle proprie prassi ha determinato, nel tempo, l’implementazione di regole di governo societario, di finanza d’impresa e di gestione delle procedure concorsuali nuove, mettendo in crisi il monopolio culturale dell’élite dei professionisti locali su materie cruciali.
A questi ultimi, così, non rimane che il monopolio delle procedure giudiziali, ma paradossalmente in campo processuale, in Italia, si trovano a essere vittime di una paralisi del sistema dovuta a un eccessivo numero di legali non specializzati e poco preparati, per i quali la durata del processo e il ricorso a innumerevoli meccanismi dilatori è divenuto garanzia di sostentamento, e la cui voce è ancora forte presso gli organismi di autogoverno dell’avvocatura.
In realtà, gli studi di media dimensione sarebbero i più adatti a fornire un prodotto di qualità alle piccole-medie imprese e costituirebbero i migliori interlocutori per gran parte del tessuto industriale nazionale. Le Pmi a differenza delle multinazionali non sono così spesso alle prese con operazioni straordinarie (quotazioni in borsa, fusioni e acquisizioni, operazioni di leva finanziaria). Hanno, al contrario, necessità di una costante e specializzata consulenza nella gestione ordinaria dell’attività di impresa: contratti commerciali, governance societaria, relazioni industriali.
Uno studio di medie dimensioni (trenta-settanta professionisti), specializzato in un singolo campo, oppure organizzato in dipartimenti capaci di offrire un servizio specialistico e pronto ad accompagnare il cliente presso le realtà transnazionali quando sia il caso, può offrire alle Pmi servizi legali che per flessibilità, personalizzazione e tariffe saranno fortemente competitivi con le mega law firms.

Posizioni estreme

Confindustria, per mezzo del suo presidente Luca Cordero di Montezemolo e attraverso le pagine del Sole 24Ore, conduce una campagna a sostegno dell’idea che le professioni cosiddette liberali debbano essere a tutti i costi equiparate alle imprese, anche attraverso l’introduzione di soci di capitali nelle compagini associative. Il Consiglio nazionale forense e il professor Guido Alpa che lo governa, al contrario, difendono la ineluttabilità del sistema degli ordini professionali e la centralità della figura dell’avvocato nella battaglia per i diritti fondamentali, collegando a questi principi una difficilmente delimitabile esclusiva degli avvocati sulla consulenza legale.
Entrambe le posizioni sembrano estreme. Gli industriali dovrebbero osservare con maggiore attenzione alle sacche di protezionismo presenti nel tessuto nazionale delle imprese prima di farsi profeti dell’apertura al mercato delle professioni ad ogni costo, senza curarsi dei problemi di conflitto d’interessi che potrebbe comportare. Dal canto loro, le professioni e le associazioni che le governano dovrebbero rendersi conto che difficilmente si impedisce l’affermazione di assetti istituzionali più competitivi e che resistervi ciecamente porta più facilmente al rallentamento dell’evoluzione e dell’affermazione degli studi italiani piuttosto che alla loro sopravvivenza.
La sindrome dei “barbari alle porte” così come quella dell’”è tutto da rifare” hanno senso solo per coloro che sono rimasti ancorati a una visione datata del ruolo svolto dagli avvocati.
Oggi l’avvocato ha assunto nuove funzioni accanto a quelle tradizionali, in particolare nella produzione delle regole giuridiche che interessano l’economia. Il “chapter 11” della legge fallimentare americana – quel complesso di norme per il recupero dell’impresa in crisi, importato da moltissimi paesi, Italia inclusa – è il risultato dell’attività di un settore dell’avvocatura statunitense. Per questo la colonizzazione del mercato legale italiano non è solo un problema di mercato delle professioni, ma anche di sviluppo del nostro sistema giuridico.

Leggi anche:  Cosa cambia con la legge Zan

Per saperne di più

A. M. Musy, La comparazione giuridica nell’età della globalizzazione. Riflessioni metodologiche e dati empirici sulla circolazione del modello nordamericano in Italia, Milano, 2004
S. M. Linowitz – M. Mayer, The Betrayed Profession: Lawyering at the End of the Twentieth Century, Johns Hopkins University Press, 1996.

Diritto e avvocati ai tempi della globalizzazione, di Andrea Boggio

Gli studi legali ‘globali’: causa o strumento di diffusione dell’oligopolio giuridico anglo-americano?

Il dominio anglo-americano nella fornitura dei servizi legali e nella produzione delle regole giuridiche transnazionali è un fenomeno sotto gli occhi di tutti e probabilmente duraturo. La globalizzazione ha certamente contribuito al suo emergere. Alberto Musy sostiene che il crescente ruolo degli studi legali internazionali di matrice inglese e americana sia uno dei fattori determinanti che hanno portato al dominio anglo-americano nel modo del diritto. Secondo l’autore, sarebbe quindi necessario ristrutturare, anche dal punto normativo, l’offerta dei servizi professionali in Italia, in modo tale da contrastare il dominio dei giuristi anglo-americano.
Ma una riforma della professione forense in Italia sarebbe sufficiente a bilanciare questo oligopolio? La mia risposta a questa domanda è no: il modello legale anglo-americano primeggia perché alla base vi è un modello economico e giuridico più forte di quello dell’Europa continentale, così come di altre regioni del mondo, per ragioni essenzialmente storiche e politiche. Analizziamone alcune.

Dove nasce l’oligopolio anglo-americano?

Le cause dell’emergere di un oligopolio legale anglo-americano sono diverse e più profonde del fatto che gli studi anglo-americani dominino il mercato dei servizi legali.

· Dominio delle multinazionali. Gran parte dei beni che arrivano ai consumatori di tutto il mondo sono prodotti da un gruppo ristretto di multinazionali, tutte quotate a Wall Street, che concludono contratti scritti solo in lingua inglese, i quali attribuiscono la giurisdizione riguardante le possibili controversie a un giudice americano o ad arbitri preferibilmente di Londra o New York, tutte sottoposte allo scrutinio delle agenzie governative americane, e in prima fila la Security and Exchange Commission. Quale ufficio legale può meglio rappresentare gli interessi di queste multinazionali se non uno che abbia sedi a New York, Washington e magari dove avviene la produzione? Pochi studi non anglo-americani offrono questa possibilità.

· “Magentismo” della giurisdizione americana. Le corti americane hanno una capacità seconda a nessun altro ordinamento di essere una “calamita” di cause che hanno per oggetto eventi accaduti al di fuori dei confini degli Stati Uniti tra soggetti stranieri. E per buone ragioni. Questo vale per violazioni dei diritti umani perpetrati in Americana Latina e Asia dalle multinazionali americane, per cause di consumatori stranieri che hanno acquistato prodotti finanziari quotati in America, e così via. Un esempio recente è il fatto che le domande giudiziali di numerosi possessori, italiani e non solo, di bond argentini nei confronti del Governo di Buenos Aires sono decise da un giudice federale che siede a Manhattan (lo stesso che ha condannato Michele Sindona un quarto di secolo fa). Lo stesso vale per l’Inghilterra la cui House of Lords, a fine anni Novanta, ha deciso una causa di risarcimento di minatori sudafricani esposti ad amianto.

· Dominio del modello di capitalismo americano. Il dopoguerra ha visto il dominio dell’economia americana sul resto del mondo. Il Washington Consensus ha plasmato le economie dei paesi che hanno attinto alla casse del Fondo monetario internazionale e della Banca Mondiale sul modello liberista tipico del capitalismo anglo-americano. I mercati finanziari di tutto il mondo reagiscono all’unisono alle decisioni della Federal Reserve. Il petrolio viene valutato in dollari (anche se è sempre più diffusa l’idea che questo potrebbe cambiare presto).

· Dominio politico e culturale americano. Durante il periodo della guerra fredda, gran parte del mondo ha vissuto sotto la sfera di influenza di Washington. Oggi, in assenza di una seconda superpotenza, la politica a stelle e strisce colora la politica di quasi tutto il mondo. L’ultima spallata, poi, l’ha data fin dal 1995 Internet, che ha sancito che la lingua inglese sarebbe stata la “koinè” del mondo globalizzato. Gli avvocati del mondo globalizzato non possono che parlare inglese. Chi può farlo meglio di un avvocato di madrelingua inglese?

· La mano invisibile di Washington sul diritto internazionale. Le Nazioni Unite sono il “regalo” ai vinti della seconda guerra mondiale da parte dell’America. Da allora Washington ha sempre avuto un rapporto di amore e odio, ma mai di indifferenza, nei confronti dell’Onu. Certamente, l’Organizzazione mondiale del commercio, l’agenzia dell’Onu che ha più influenza sul commercio internazionale e di riflesso sulla fornitura di servizi legali a società multinazionali, non è sfuggita all’influenza di Washington.

Come superare l’oligopolio: quale deve essere il ruolo degli avvocati ai tempi della globalizzazione?

Le forme e il contenuto delle regole giuridiche che interessano l’economia vengono certamente plasmate da professionisti che provengono dal mondo anglo-americano, o per nascita o per formazione. Tuttavia, le ragioni economiche, politiche e culturali dell’oligopolio anglo-americano nella fornitura dei servizi legali non vanno cercate nel successo del modello professionale dei grandi studi anglo-americani. Infatti, queste strutture professionali sono nate per esigenze pratiche slegate dall’attuale condizione di globalizzazione economica e giuridica: ne sono meramente i veicoli di sviluppo, ma non ne sono stati la causa determinante. Le vere cause sono radicate nel modo in cui la globalizzazione è avvenuta e nel fatto che essa è stata plasmata dal modello capitalistico e politico nordamericano e non europeo.
Se si volesse seriamente contrastare questo oligopolio bisognerebbe cambiare le strutture economiche e politiche del mondo globalizzato e non la struttura delle professioni nei paesi che hanno sofferto questo dominio. Per gli avvocati di tutto il mondo vale il detto “dimmi chi rappresenti e ti dirò chi sei”, ovvero gli studi legali riflettono i loro clienti e non viceversa.
La realtà è che il tessuto dell’economia italiana non è dominato dalle multinazionali. Sebbene questo comporti l’impossibilità che gli avvocati e i giuristi italiani dominino il resto del mondo, le piccole e medie imprese sono il motore industriale dell’Italia. E, come Musy sostiene in modo persuasivo, l’avvocatura italiana può e deve ambire a strutturarsi in modo tale da fornire a questa realtà un prodotto di qualità. Se le Pmi siano il migliore modello per sostenere la competitività dell’economia globalizzata, non spetta agli avvocati a deciderlo. Questo è il compito della politica e dei mercati.

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replica da editare

Sono d’accordo con Andrea Boggio, nel mio incipit ho provato a dar conto della primazia dell’economia sul diritto. E’ l’economia che determina le regole del gioco; i giuristi conoscono le tecniche per tradurre in regole ciò che è prassi.

Rispondo a tutti gli altri (Luca, Gian Luca Ricozzi, Andrea Trinchera, Raffaele, Ugo Tanda) con un’unica riflessione perché mi pare abbiano tutti sollevato in qualche modo il tema dell’importanza di preservare alcuni importanti valori della professione forense come esercitata nella storia italiana.

Le professioni forensi hanno svolto un ruolo fondamentale nella nostra storia passata e recente, al loro interno conservano secoli di tradizione e di uomini di innegabile esempio.

Molti di noi sono cresciuti al fianco di grandi avvocati “generalisti”, figure eroiche che, alla stregua dei vecchi medici condotti avevano sviluppato una grande umanità ed esperienza; non deve essere dimenticato, però, che le professioni forensi sono sempre state molte di più che quella di avvocato: i causidici, i notari, i procuratori, gli avvocati, i conciliatori, i giuristi, i professori, i giudici, i notai.

Il sistema oggi, invece, è caratterizzato da una rigida divisione tra le quattro “professioni” legali avvocati, magistrati, professori, notai, ma sotto il titolo di “avvocato” si distinguono tipi molto diversi di professioni; potrebbe essere opportuno, per chiarezza nei confronti degli utenti, ridare una diversa qualificazione ai diversi e, si intenda, tutti onorevolissimi tipi di professioni che ciascuno svolge.

Gli ordini potrebbero sovrintendere alla rideterminazione dei ruoli e dei titoli in funzione dell’esperienza maturata da ciascuno e della formazione seguita. Si dovrebbe, allo stesso modo, ripensare la netta suddivisione tra magistratura e avvocatura: 175 mila avvocati sono una importante risorsa da giocare nella riduzione dei tempi della giustizia italiana.

Uno dei giudici più efficienti della nostra storia recente è stato il Conciliatore; la presenza di avvocati del medesimo distretto nell’ufficio di Giudice di Pace potrebbe essere tranquillamente gestita attraverso il ricorso alle regole d’incompatibilità del giudice, sarebbe un contributo importante per migliorare i rapporti tra avvocatura e magistratura vedere i collegi delle Corti d’Appello e della Suprema Corte di Cassazione arricchiti da giudici ex avvocati che, raggiunta una comprovata esperienza ed avendo una grande reputazione presso il Foro, vengano aggregati alle Corti fino al raggiungimento dei limiti pensionistici.

Allo stesso modo si potrebbe porre l’accento su un altro tema che merita attenzione: l’accademia giuridica italiana deve comprendere e in qualche modo accettare il ruolo che il man power delle professioni legali – soprattutto nei grandi studi – sta svolgendo nel nostro sistema giuridico ed economico perché non sarebbe la prima volta nella storia del diritto che i nuovi detentori della tecnostruttura e del sapere giuridico si affermino anziché presso la curia regis in centri autonomi di studio e di produzione di regole.

Per tali ragioni bisognerebbe sempre di più accettare che alcuni insegnamenti siano affidati ad avvocati, notai e magistrati che contribuiscano grazie alla loro esperienza pratica ad una formazione più attenta al dato esperienziale. Non si taccia poi dell’enorme vantaggio che si avrebbe se ai corsi tradizionali le facoltà di giurisprudenza affiancassero quelli di tecnica delle negoziazioni, di analisi economica del diritto, di management, di mediazione e qualche “attività pratica”: dai processi simulati alle tecniche di redazione contrattuali.

Una maggiore mobilità nei ruoli e nelle funzioni, ma allo stesso tempo una maggiore segmentazione dei titoli professionali dell’avvocatura, la collocazione di avvocati esperti in ruoli giudicanti, l’affidamento di corsi universitari a professionisti di chiara fama, la supervisione dei consigli dell’Ordine e dei consigli Giudiziari su tutto questo permetterebbero di rafforzare il ruolo delle professioni legali in Italia.

Solo un ceto professionale competente, consapevole dei propri innumerevoli ruoli ed attento alle dinamiche del mercato ed agli effetti perversi di una cattiva amministrazione della giustizia, può reggere il confronto con gli studi legali internazionali, offrire una giurisdizione competitiva ed evitare che, come l’elettore di einaudiana memoria, si voti con i piedi, in questo caso, mediante l’apposizione di una clausola di giurisdizione extraterritoriale.

Alberto M. Musy

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  1. Barbara

    Mi pare che il lessico non sia neutrale quando si parla di “colonizzazione” e pare debole addurre come argomento contrario alla introduzione di concorrenza nelle libere professioni l’esistenza di protezionismo altrove “Gli industriali dovrebbero osservare etc”
    La richiesta di piu’ concorrenza nelle professioni non e’ una istanza dei soli industriali. Per molti e’ vera priorita’.
    L’antitrust (Italiana) si e’ gia’ espressa in materia, e cosi’ pure la Commissione Europea. Peraltro, l’antitrust nella segnalazione AS316 si nota come “le professioni tecniche si sono mostrate più sensibili alle esigenze di liberalizzazione” e le norme piu’ restrittive siano quelle degli avvocati. (Vien da chiedersi, a beneficio di chi?)
    La nostra autorita’ antitrust pare sposare un giudizio severo sulle professioni. Ma allargando la prospettiva a una visione generale, ci sono altre domande scottanti che non si concentrano sulla presenza o meno di law firms internazionali.
    Cosa promuove un sistema nel quale si lavora senza reddito per anni? (Dopo aver studiato senza fondi, data la pochezza delle borse di studio disponibili). Chi puo’ permettersi di vivere lavorando senza essere pagato? In un tale sistema si fa selezione in base alle capacita’ dimostrate nel corso di studio? Perche’ ci si laurea in legge per poi essere invitati/obbligati ad ulteriori corsi? Non si potrebbe insegnare all’universita’ il necessario?Che apertura c’e’ alle “new entry” ?Aiuta la selezione dell’eccellenza un sistema dove i gia’ presenti nel mercato selezionano e “contano” quanti saranno i loro concorrenti?
    Non pare contestabile che in Italia il livello di competitivita’ e meritocrazia sia scarso. Per chi ha scelto di vivere all’estero sovente c’è un nesso di causalita’ tra questa scelta e le opportunita’ che si offrono per esempio negli Stati Uniti o nel Regno Unito a un ANONIMO laureato, che sia in legge, economia o altro. Cordialmente.
    PS: ma non è il Parlamento a legiferare?

    • La redazione

      1) Nessun lessico e’ neutrale! I mercati delle professioni sono piu’ aperti di quanto si pensi, certo alcune prese di posizione degli ordini professionali preoccupano; essi dovrebbero assicurare un maggior controllo sulla qualita’ dei propri iscritti e dedicarsi meno alla rappresentanza sindacale della corporazione. Attenzione pero’ a non confondere l’apertura del mercato delle professioni con la creazione di professionisti asserviti agli interessi del capitale che li controlla, spesso gli imprenditori pensano a questo tipo di soluzioni.

      2) L’antitrust nazionale e comunitaria prenderanno le loro decisioni soprattutto in punto tariffe, questo tema e’ meno sentito quando si rivolge lo sguardo alla fascia alta della consulenza legale, per questo non ho sviluppato questo profilo.

      3) Condivido queste amare riflessioni credo che le nuove realta’ professionali che si stanno affermando nel paese offrano qualche opportunita’ in piu’ a chi ha dei meriti; l’universita’ dovrebbe concentrarsi su alcune materie oggi assolutamente dimenticate: lingue straniere, tecniche di negoziazione, analisi finanziaria, analisi economica, diritto degli scambi transnazionali, etc.

      4) Lo e’ stato fino all’ingresso delle realta’ straniere adesso ritengo piu’ aperto il mercato delle professioni ai giovani meritevoli

      5) E’ il parlamento a legiferare, ma una corretta analisi giuridica pone in risalto il fatto che oltre alle fonti formali autoritative si debbano considerare le cosiddette fonti persuasive: la giurisprudenza, la dottrina, le prassi professionali

      Grazie per l’attenzione riservata al mio articolo

  2. Ugo Tanda

    La resistenza verso assetti istituzionali più competitivi è l’ostacolo maggiore allo sviluppo dell’Italia. La sindrome “barbari alle porte” affligge tutti i settori, basti pensare alle conseguenze che ha provocato nel nostro sistema bancario solo qualche mese fa.
    L’Antitrust ha evidenziato come quello dei servizi professionali costituisca un settore particolarmente problematico per la concorrenza e con una incidenza notevole sul costo delle imprese, più di comunicazioni, trasporti e servizi finanziari messi insieme.
    L’esigenza di modernizzazione e di deregulation – sostiene il Presidente Tesauro – non è più rinviabile. Poiché la riforma degli ordini professionali stenta a decollare, lo sguardo si rivolge – come sempre – al diritto comunitario come stimolo per pervenire a qualche risultato.
    Sottolineo, comunque, come il ruolo degli avvocati non possa essere visto esclusivamente in un ottica di libero mercato. Le regole del mercato possono essere di poco valore per colui che è stato condannato o mal consigliato perché il suo legale non ha osservato i principi fondamentali della professione (indipendenza, segreto professionale e divieto di conflitti di interesse).
    Non si può nemmeno sottovalutare il fatto che la professione legale è strettamente correlata al sistema legale a cui appartiene. Per esempio, una delle ragioni per cui i solicitors inglesi sono meglio predisposti alla consulenza alle imprese è perché questa è una delle loro attività principali mentre quella giudiziale – come è noto – è lasciata per lo più ai barristers.
    Concludo il mio commento comunicando che il prossimo 6 Aprile il Professor Alpa terrà qui a Londra – presso la sede della Law Society of England and Wales – una conferenza dal titolo “Change in the legal profession in Italy: Reacting to the influence of Anglo American law firms”.

  3. Raffaele

    Ho letto con interesse il suo articolo. E ciò che mi trova totalmente d’accordo è la sua conclusione su quella che dovrebbe essere la risposta italiana al fenomeno multinazione anglo-americano.
    Condivido anche le osservazioni della lettrice Barbara, quando evidenzia che il nostro sistema è “bacato”… tutti lo sappiamo… è eccessivamente clientelare, poco meritocratico, e sfiducia alcuni giovani dai grandi sogni…
    La lascio con un esempio molto empirico… nel miglior dottorato di ricerca in diritto privato (Roma, Pisa) in Italia vi sono alcuni validi giovani, ma non i migliori giovani laureati italiani; invece, in un graduate program di Yale o di Harvard vi sono i migliori giovani a livello mondiale… come mai?)

  4. Gianluca Ricozzi

    Ho letto con molto interesse i due articoli e mi trovo particolarmente daccordo con le conclusioni del secondo: la struttura dell’avvocatura dipende dai propri potenziali clienti. Io sono un giovane avvocato di Frosinone: qui è oggettivamente impossibile pensare a studi di sessanta – settanta professionisti, perchè non c’è una clientela adeguata, così come è impossibile pensare a forme di specializzazione, perchè sarebbe impossibile vivere.
    In generale mi sembra che le analisi, che vengono spesso proposte sui grandi media, abbiano come presupposto un’immagine distorta della professione, basata su ciò che succede nelle grandi città e che magari si vede su certi programi televisivi, ma la vita in provincia è ben diversa.

  5. Andrea Trinchera

    Vorrei anch’io contribuire alla riflessione promossa dal collega Musy.
    La Confindustria da anni ama ripetere che i lavoratori o, nel caso, i professionisti dovranno affrontare nuove sfide (leggasi: sacrifici economici) per reggere alla globalizzazione ed all’innovazione.
    Naturalmente, come rileva Musy, le industrie si dimenticano di inserirsi tra i soggetti che dovranno affrontare parte dei sacrifici e rivendicano, per contro, ulteriori agevolazioni, con il noto refrain che il costo del lavoro in Italia è troppo elevato; la produttività troppo bassa; la scolarizzazione o specializzazione insufficente; ecc.
    Nel nostro piccolo mondo vorrei sottolineare che:
    1) gli avvocati in Italia sono notoriamente meno cari rispetto al mondo anglosassone ed anche rispetto ad altri paesi di tradizione romanistica (penso alla Germania, all’Austria e talvolta alla Francia con cui ho avuto esperienze);
    2) gli studi americani ed inglesi sono “calati” in massa in Italia all’epoca delle privatizzazioni, non per effettiva necessità, ma perché imposti dalle banche d’affari estere con cui da anni collaboravano;
    Ciò è dimostrato dal fatto che i predetti studi hanno spesso acquisito, per operare, valenti studi italiani già esistenti o, più raramente, hanno fondato le loro sedi ex novo.
    In entrambi i casi, comunque, a distanza di pochi anni, sono rarissimi gli avvocati di nazionalità inglese od americana che hanno dovuto stabilirisi in Italia per offrire i loro reclamizzati servizi “esclusivi”.
    E’ accaduto, al contrario, che in Italia gli studi anglosassoni contano esclusivamente su “mano d’opera” italiana, il che attesta, inequivocabilmente, che gli avvocati del nostro Paese avevano la preparazione (o l’hanno in breve acquisita) per rendere tali specializzati servizi a chiunque.
    3) il “gigantismo” in Italia ha portato di regola ad un incremento dei prezzi e diminuzione della concorrenza.
    E’ dunque così indispensabile assimilare il modello americano ? e dotarsi di soci di capitali ?

  6. luca

    EGREGI avvocati, conosco un pochino, da lontano il mondo che vi riguarda. Personalmente sono totalmente contrario al sistema anglo-americano. Non abbiamo nulla da invidiare rispetto a quel modus agendi, anzi non commettiamo l’errore che già in molte grandi città italiane si sta facendo, cioè quello di voler andare in quella direzione. A me personalmente quei grandi studi da 100-150 avvocati fanno paura. E vi spiego perchè. IN primis ognuno dei componenti assomiglia ad un anello di una catena di montaggio più che a un professionista. Mi è capitato di parlare con un giovane avvocato che ci lavora e mi ha confessato che è li da 3 anni e conosce appena 20 25 dei suoi colleghi con cui passa quotidianmente dalle 8 alle 10 ore…. In secondo luogo proprio per questra struttura di lavoro taylorista ognuno di loro conosce tutto e il contrario di tutto di una determinata problematica e nulla di tutto il resto. E qunado dico nulla dico nulla…Conosco un altro avvocato di una di queste fabbriche del diritto, una fabbrica nello specifico del diritto societario che si occupa solo e soltanto di fusioni e incorporazioni di società. Mi ha confessato senza pudore che lui non ne sa nulla non solo di penale e amministrativo al punto che per una querela che lo riguardava si è rivolto ad un suo collega penalista……, ma non conosce nemmeno in toto la disciplina del diritto societario, es. non sa nulla delle assemblee, nulla di organi di controllo, ecc.ecc. CI rendiamo conto verso quale deriva sta andando quella che veniva definito l’ars boni et equi? Coè interi gruppi di avvocati che non sanno nulla di successioni, nulla di divorzi, nulla in materia di diritto di lavoro con l’aggravante che fondamentalmente si occupano di materia civile-commerciale.Sono assolutamente per il GRANDE AVVOCATO GENERALISTA dal quale potevi e in alcuni piccoli centri puoi ancora andare per qualsiasi questione che ti riguardi. Dobbiamo ritornare ad una cultura giuridica con la C maiuscola.

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