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  1. Gianluca Cocco Rispondi
    L'analisi mostrata nell'articolo, per quanto circoscritta al tribunale di Roma, costituisce un'ulteriore conferma del fatto, emerso in precedenti analisi empiriche, che la normativa sui licenziamenti non produce alcun effetto soglia e soprattutto il numero di controversie che i giudici sono chiamati a dirimire è talmente irrisorio che il problema di una riforma non dovrebbe neppure porsi. Ci si dovrebbe preoccupare piuttosto degli effetti di una circolazione errata di informazioni su questo argomento. La tesi che la normativa attuale produce un'effetto scoraggiante per le assunzioni da parte di imprese con un organico di quasi 15 dipendenti o che al sud i giudici sarebbero meno clementi con i datori di lavoro in virtu del maggiore disagio sociale dei ricorrenti (vedi tesi del Prof. P. Ichino) non trova alcun fondamento empririco. Anzi viene sconfessata da autorevoli analisi empiriche. La diffusione di queste informazioni tra i datori di lavoro potrebbero paradossalmente produrre esse stesse un effetto scoraggiante per le assunzioni. Purtroppo, nell'ambito delle politiche del lavoro, questo tema non è l'unico per il quale sia emersa una necessarietà infondata di una riforma. Gianluca Cocco
  2. barbara balboni Rispondi
    Dall'articolo emerge un dato molto significativo: in una città come Roma il numero delle cause di lavoro aventi ad oggetto dei licenziamenti è relativamente basso; sarebbe importante vedere quanto queste cause incidano sulla percentuale totale delle cause di lavoro, che costano soldi, fatica e frustrazione proprio ai lavoratori ed alle imprese. Verrebbe probabilmente fuori che la maggior parte delle cause di lavoro pendenti riguardano controversie con gli enti previdenziali, e che forse è questo l'ambito che andrebbe razionalizzato, con effetti economicamente importanti e benefici diffusi.