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Promesse di ieri e di oggi

Nel 2001 l’impegno a portare le pensioni minime a un milione di lire. Mantenuto solo nella versione più restrittiva, per i pensionati poveri. Ora la Cdl rilancia, mettendo in programma un innalzamento a 800 euro mensili delle pensioni più basse. La promessa, se presa alla lettera, non è realistica: costerebbe circa 30 miliardi, quasi tre punti di Pil. Come cinque anni fa, il centrodestra ha probabilmente in mente un aumento molto più mirato e condizionato, ma comunque almeno dieci volte più impegnativo del precedente. E dagli effetti fortemente sperequativi.

Promesse di ieri e di oggi, di Massimo Baldini e Angela Mortone

Uno dei punti più rilevanti del “Contratto con gli italiani” stipulato cinque anni fa dal premier prevedeva “l’innalzamento delle pensioni minime ad almeno un milione al mese”, ovvero a 516 euro.
Oggi il centrodestra rilancia, e propone di portare le pensioni più basse, nella prossima legislatura, a 800 euro mensili. Vediamo se l’impegno preso nel 2001 è stato rispettato, e se la nuova promessa è realizzabile.

L’impegno del Contratto con gli italiani

Cinque anni fa nel nostro paese vi erano circa sei milioni di pensionati che percepivano importi inferiori ai 516 euro mensili. Di questi, solo 1,6 milioni hanno beneficiato dell’aumento deliberato dal Governo di centrodestra con la Finanziaria del 2002. (1)
Per ottenere l’aumento, infatti, non è sufficiente percepire una pensione bassa, bisogna anche avere almeno settanta anni e disporre di un reddito familiare inferiore a determinate soglie, che tengono conto anche del reddito dell’eventuale coniuge, e di altri redditi diversi dalle pensioni (come gli interessi sui depositi postali o su titoli di Stato). Nel 2002, ad esempio, una coppia non doveva avere reddito superiore a 866 euro, cioè il 68 per cento in più del reddito di una persona sola. Nel valutare la condizione economica dei potenziali beneficiari, nessuna differenza è prevista tra chi vive in una casa di sua proprietà e chi invece deve pagare l’affitto.
A causa dell’indicizzazione automatica delle pensioni al costo della vita, nel corso degli anni il numero dei beneficiari della maggiorazione si è via via ridotto, tanto che già nel 2004, secondo stime della commissione povertà del ministero del Welfare, sono scesi a circa 1,4 milioni, cioè il 9 per cento del totale dei pensionati. Per gli under settanta, la maggiorazione era (ed è) riconosciuta solo in presenza di un cospicuo numero di anni di versamenti contributivi.
In conclusione, oggi, nel 2006, si può stimare, con la recente indagine Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie, che vi siano ancora 4,4 milioni di persone con pensione inferiore ai 550 euro. (2)
La promessa del 2001 è stata quindi rispettata? Nella sua versione più estensiva (portare a 516 euro tutte le pensioni inferiori a quella cifra) ovviamente no, ma la stessa Casa delle libertà è stata molto cauta nel precisare, fin dall’inizio, che l’incremento avrebbe riguardato solo una quota dei pensionati con redditi bassi.
Nella sua versione più restrittiva (garantire un reddito complessivo di 516 euro mensili ai pensionati poveri soli, e di 866 euro alle coppie), invece, la promessa è stata mantenuta. Ma rispettarla era facilissimo. Per farlo, è stata sufficiente una spesa di circa 900 milioni di euro, una cifra molto modesta se comparata agli ordini di grandezza tipici delle manovre annuali di finanza pubblica. (3)
Ci si è quindi trovati di fronte a un semplice adeguamento dei redditi dei pensionati più poveri e non a una grande e innovativa conquista sociale.

La nuova promessa

Nonostante in questa legislatura l’obiettivo dell’aumento di tutte le pensioni alla fatidica soglia del milione di lire al mese non sia stato raggiunto, il programma della Casa delle libertà rilancia in grande stile, promettendo l’incremento a 800 euro delle minime . La promessa, se presa alla lettera, e cioè nella sua versione più generosa, non è realistica.
Si consideri innanzitutto che la pensione media, calcolata con riferimento a tutti i pensionati, è di circa 860 euro al mese, e che circa il 53 per cento di essi percepisce un assegno mensile inferiore agli 800 euro.
Si può allora notare che la proposta della Casa delle libertà si scontra con due problemi principali.
Il primo riguarda il livello molto elevato a cui si pensa di portare le pensioni più basse. Poiché si tratta di un valore vicino a quello della media delle pensioni, molti italiani raggiungono questo livello dopo una vita di lavoro e di versamenti contributivi. Si creerebbe così una evidente iniquità: si troverebbero a godere di un assegno di analoga entità soggetti che per raggiungere la pensione hanno dovuto versare anni di contributi, e soggetti che invece hanno versato poco o nulla.
Il secondo problema consiste nel fatto che, a differenza della precedente, questa nuova promessa costa molto. Aumentare tutte le pensioni a 800 euro costerebbe infatti circa 30 miliardi, quasi tre punti di Pil. Come cinque anni fa, al di là delle enunciazioni generiche contenute nel programma, il centrodestra ha in mente anche oggi un incremento molto più mirato e condizionato. Se, come sembra emergere dalle dichiarazioni di alcuni esponenti del Governo, l’aumento fosse riservato solo agli ultrasettantenni, si può stimare che la spesa necessaria per portare a 800 euro mensili tutte le pensioni inferiori a questo livello per una persona sola (e a 1.344 euro al mese per una coppia, se si vuole conservare lo stesso rapporto di oggi tra i redditi delle famiglie con una e due persone) si aggiri attorno ai 9,5 miliardi di euro.
Ma è difficile pensare che solo gli ultrasettantenni beneficerebbero dell’aumento, perché troppo drastico sarebbe lo scalino tra chi ha meno o più di settanta anni. Se quindi estendiamo il beneficio anche ai pensionati poveri under settanta, il costo aumenta a circa 15 miliardi, più di un punto di Pil. Una promessa almeno dieci volte più impegnativa di quella fatta cinque anni fa.

Leggi anche:  Contributivo, la riforma della riforma non può più attendere

(1) Fonte: Rapporto annuale Istat 2003, pag. 380.
(2) Vedi anche il recente rapporto Istat “I beneficiari delle prestazioni pensionistiche nel 2004”, febbraio 2006, tab. 6.
(3) Vedi anche il “Rapporto 2004 sulle politiche contro la povertà e l’esclusione sociale” della commissione per l’esclusione sociale, pag. 92 e seguenti, disponibile nel sito del ministero del Welfare.

Effetti sperequativi dell’incremento delle pensioni minime, di Angela Martone

L’innalzamento delle pensioni minime a 800 euro mensili porterebbe i pensionati beneficiati a superare l’attuale soglia di esenzione (no tax area). A questo punto, a meno di non apportare onerose modifiche alla tassazione Irpef, i futuri scenari possibili sono solo due: o i pensionati si vedranno erodere dall’imposta, talvolta anche in misura rilevante, l’incremento di cui hanno fruito o verranno esentati. Ma nella seconda ipotesi si verificherebbero effetti fortemente sperequativi nei confronti degli altri pensionati che hanno maturato la pensione per effetto dei contributi versati.

La proposta

Ecco quanto propone il programma elettorale 2006 della Casa delle libertà a proposito di pensioni (pagina 18 del programma):

“Punto n. 9: società solidale

1. Incremento ad 800 euro delle pensioni minime, oggi a 551 euro e mantenimento del potere di acquisto delle pensioni, attraverso il recupero dell’inflazione”.
La proposta si compone di due distinti elementi: il primo di carattere specifico, orientato solo in direzione delle pensioni minime (incremento a 800 euro). E il secondo, di apparente carattere più generale, relativo al mantenimento del potere di acquisto tramite recupero dell’inflazione.
Analizziamo singolarmente i due aspetti.

L’incremento delle pensioni minime

Per le pensioni minime, sembra ripresentarsi lo stesso iter verificatosi con la Finanziaria 2002 che ne innalzò alcune a un milione di lire al mese.
La legge stanziò un apposito fondo e la platea dei beneficiati fu ritagliata su tale cifra. Le ipotesi di “selezione” sono state diverse, per approdare poi a quella definitiva (settanta anni, limite di reddito individuale e di coppia, eccetera) stimando, allora, la potenziale platea in circa 2,2 milioni di persone. In realtà, il provvedimento raggiunse solo 1,6 milioni di soggetti, successivamente integrati con un esiguo numero di pensionati all’estero.
Alla fine del 2002 si rilevò che il fondo stanziato non era stato totalmente utilizzato. Dopo aver più volte proclamato che si sarebbe ampliato la platea dei soggetti beneficiati, si stabilì invece che le risorse derivanti da minori oneri accertati nell’attuazione dell’articolo 38 della legge 28 dicembre 2001 avrebbero concorso al finanziamento dei benefici previdenziali per i lavoratori esposti all’amianto, nonché al rifinanziamento del fondo nazionale per le politiche sociali e del fondo per l’occupazione. (1)
Ora arriva la proposta di incremento a 800 euro mensili. Un’interpretazione ampia è praticamente inattuabile, perché troppo costosa.
Ma se si prende alla lettera l’esplicito riferimento alle sole pensioni attualmente a 551 euro mensili, ignorando quelle comprese tra questa soglia e 800 euro, si può ipotizzare che la platea dei soggetti coinvolti sarà la stessa del 2002, pari a poco più di 1,6 milioni. (2)
In questo caso, la spesa è stimabile in circa 5,2 miliardi di euro.
Ma gli effetti derivanti dalla promessa elettorale potrebbero non essere la sola “limitazione” della platea interessata. Infatti, l’incremento concesso ai pensionati dalla legge Finanziaria 2002, è stato erogato a titolo di maggiorazione sociale e, in quanto tale, esente da prelievo fiscale. Per induzione, e il termine scelto induce a questo tipo di considerazione, si può prefigurare che anche l’ulteriore innalzamento a 800 euro mensili sarà esente da tassazione.
In tali ipotesi, però, e in assenza di ulteriori interventi sull’attuale struttura di imposizione del reddito delle persone fisiche, i pensionati che usufruiranno di una pensione di 800 euro mensili, non per effetto dell’incremento promesso, ma per meriti personali ovvero per contribuzione versata, si vedranno sottoposti a un prelievo di 993 euro annui, secondo aliquote, scaglioni e deduzioni vigenti per il 2005. In altre parole e ragionando in termini di reddito disponibile, i soggetti beneficiati dall’innalzamento con maggiorazione sociale avranno un reddito disponibile di 10.400 euro, pari esattamente all’importo della pensione percepita, mentre chi la pensione se l’è interamente guadagnata avrà un reddito disponibile di poco più di 9.400 euro.
Il fenomeno distorsivo si presenta, seppure con valori monetari diversi, per tutti i pensionati con reddito da pensione fino a 11.800 euro annui. Ed è illustrato nel grafico A, che visualizza il reddito disponibile (al netto del prelievo Irpef) per diversi livelli di pensione percepita e per un pensionato con soli redditi di pensione e senza carichi familiari. La barra in rosso rappresenta il caso della pensione incrementata, con maggiorazione sociale, a 800 euro mensili.
Come è possibile verificare, il reddito disponibile degli eventuali beneficiari del promesso incremento sarà pressoché uguale a quello di un percettore di poco più di 11.800 euro annui, ma passivo di Irpef. In altre parole, tutti i pensionati titolari di pensione con un importo fino a circa 905 euro mensili godranno di un reddito disponibile inferiore a quello dei beneficiati dall’incremento.
La portata del fenomeno interessa un numero di pensionati elevato e rapportabile al numero dei soggetti agevolati dalla norma.
Un ulteriore risvolto di iniquità fiscale potrebbe essere l’imposizione dovuta per le addizionali (regionali e comunali) a carico dei percettori di pensione assoggettati all’Irpef. I soggetti beneficiati dall’incremento, essendo esenti nei confronti del prelievo centrale saranno automaticamente esentati dell’imposizione delle addizionali, aumentando, in tal modo, il carattere sperequativo della proposta.
Né sembra possibile ipotizzare una qualsivoglia soluzione al problema, se non con costi impossibili da sostenere. Oppure, qualora si prevedano rimedi limitati ai soli percettori di reddito da pensione, con ulteriori risvolti sperequativi nei confronti di altre tipologie di contribuenti, ad esempio, i lavoratori dipendenti.

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Il mantenimento del potere d’acquisto

La frase sul mantenimento del potere d’acquisto delle pensioni, attraverso il recupero dell’inflazione, sembra invece ignorare che da sempre è prevista la perequazione automatica delle pensioni: vale a dire il dovuto e automatico incremento degli importi percepiti a fronte dell’adeguamento al costo della vita.
Anche in questo caso, a meno di non creare ulteriori effetti distorsivi, non dovrebbe essere percorribile la strada di interventi mirati alla sola platea dei pensionati dal momento che l’indice utilizzato per l’adeguamento automatico risulta essere lo stesso parametro di riferimento per i rinnovi contrattuali, per l’indicizzazione degli affitti, e così via.
Probabilmente la garanzia di mantenimento del potere di acquisto delle pensioni potrebbe non avere un carattere generale, ma riferirsi ai soli importi erogati a titolo di maggiorazione sociale che, non soggetti alla perequazione automatica, vengono incrementati con specifici provvedimenti.

(1) Articolo 25, comma 2 della Finanziaria 2003.
(2 ) I 551 euro sono l’importo delle pensioni di 1 milione di lire al mese, rivalutate. La cifra di 1.600,000 persone è indicata a meno di cessazioni e nuovi trattamenti. Se non si considerassero età e limiti di reddito, la platea dei possibili beneficiari sarebbe molto più ampia.
Vedi Tabella 1: la tabella si riferisce alle sole pensioni Inps. Si consideri anche che un singolo individuo può essere beneficiario di più pensioni.

Fonte Inps: dati tratti dalle banche dati statistiche consultabili sul sito www.inps.it
I dati della tabella contemplano al loro interno gli innalzamenti previsti dalla Finanziaria 2002

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  1. paolo

    Tanti scrivono e si lamentano che in una Repubblica costituzionalmente fondata sul lavoro non trovano lavoro, altri si lamentano che, pur avendo un lavoro, lo stipendio non basta più a vivere decorosamente, io lavoro come libero professionista, sono uno psicoterapeuta iscritto all’albo Io lavoro per avere una pensione che permetta a me e alla mia famiglia di avere un futuro, non ricco, ma quanto meno decoroso. Per questo dal 1996 (anno della sua costituzione) pago annualmente l’Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza per gli Psicologi (ENPAP), versando, obbligatoriamente, almeno il contributo minimo previsto (1.500.000 lire), in base al mio reddito annuo.
    A calcoli fatti, secondo i parametri ENPAP, all’età pensionabile (65 anagrafici), dopo vent’anni di obbligata contribuzione, godrò di una rendita mensile di…. 38 Euro!

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