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Tutti gli incentivi del reddito minimo

Il reddito minimo garantito è un istituto che permettere di semplificare e unificare in un interevento generale e trasparente una serie di politiche occasionali. E può contribuire all’efficienza del sistema economico nel breve e nel lungo periodo. Alcune simulazioni confutano le tradizionali critiche a questo strumento. Mostrano infatti che non comporta disincentivi al lavoro per gli individui con bassi salari e non favorisce il lavoro nero. Né un maggior prelievo fiscale sui redditi più elevati fa diminuire l’offerta di lavoro di chi ha stipendi più alti.

Si sostiene da più parti, compresi molti interventi su lavoce.info, l’opportunità di introdurre in Italia una forma di reddito minimo garantito. Le versioni, gli obiettivi e le motivazioni di un istituto di questo tipo sono molte. Permetterebbe comunque di semplificare e unificare in un interevento generale e trasparente una serie di politiche occasionali e caotiche, ma contribuirebbe anche all’efficienza del sistema economico sia nel breve che nel lungo periodo.

Un istituto a favore dell’efficienza

Un sostegno generalizzato e sicuro del reddito, infatti, renderebbe meno penosi i processi di mobilità e di qualificazione dei lavoratori e aiuterebbe a separare i problemi di sostegno e distribuzione del reddito dalle questioni di efficienza del sistema produttivo. E permetterebbe agli individui e alle famiglie decisioni più efficienti nel campo dell’istruzione, delle scelte di carriera e contribuirebbe ad allineare la mobilità intergenerazionale più alla distribuzione del talento e delle attitudini e meno ai legami familiari.
Spesso si è pensato al Rmg come a un trasferimento periodico, in genere annuale o mensile, magari commisurato a qualche indicatore del “bisogno” (reddito, condizione professionale, eccetera).
Più recentemente, è cresciuto l’interesse per una versione volta invece a garantire una “dotazione”, o “ricchezza”, o “fondo” a una data iniziale – la nascita o la maggiore età, ad esempio. Avrebbe il vantaggio di dare ai giovani la possibilità di compiere scelte più efficienti nell’istruzione e nella carriera lavorativa, soprattutto se si tiene conto delle limitate opportunità offerte dal mercato del credito. A sua volta, la versione più tradizionale sembra preferibile se consideriamo le limitate capacità di pianificazione intertemporale degli individui, dell’incertezza, e così via. Comunque, le due forme di reddito minimo non sono necessariamente alternative: si può benissimo pensare a un sistema che si regga in parte sulla dotazione iniziale e in parte su trasferimenti mensili o annuali.

La questione degli incentivi

Qualunque sia la versione proposta, sono tre le critiche principali rivolte al Rmg. E tutte e tre ruotano intorno attorno alla questione degli incentivi. Si dice infatti che il Rmg introdurrebbe un disincentivo al lavoro per gli individui con bassi salari. L’intervento sarebbe sufficientemente costoso da richiedere un aumento consistente del prelievo fiscale sui redditi più elevati: questo introdurrebbe un ulteriore disincentivo all’offerta di lavoro degli individui con salari più elevati. La terza obiezione è una variante della prima: il Rmg introdurrebbe un disincentivo al lavoro ufficiale e un simmetrico incentivo al lavoro nero.
Alcuni risultati ottenuti con un modello micro-econometrico di offerta di lavoro delle famiglie in Italia ci aiutano a vagliare l’importanza di queste obiezioni. (1) Il modello è in grado di simulare non solo i nuovi livelli di reddito disponibile per le singole famiglie in conseguenza di cambiamenti nelle imposte e nei trasferimenti, ma anche le eventuali nuove decisioni che ne derivano.
Supponiamo, ad esempio, di sostituire l’attuale sistema con un altro, nel quale ciascun individuo paga le imposte sul suo reddito solo se quest’ultimo supera un certo valore Rmg. Se non lo supera, l’individuo riceve un trasferimento uguale a quel che gli manca per arrivare al Rmg (un sistema di questo tipo è noto come Negative Income Tax). Per semplicità, supponiamo anche che per coloro che pagano le imposte, queste siano semplicemente una proporzione fissa del reddito che eccede il Rmg. Cambiano di conseguenza anche gli incentivi: se lavorare o meno, quanto lavorare, che lavoro fare. Nel nostro modello abbiamo fissato il Rmg uguale a due terzi della “linea della povertà”. Inoltre, l’aliquota proporzionale applicata sui redditi che lo superano è stata determinata in modo che il gettito fiscale ottenuto con il nuovo sistema sia uguale a quello ottenuto con il sistema attuale. I risultati presentano alcune sorprese:

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– Il tasso di partecipazione rimane sostanzialmente invariato, anche fra le famiglie con salari più bassi;

– l’aliquota (proporzionale) in grado di finanziare i trasferimenti mantenendo invariato il gettito netto totale è intorno al 30 per cento. È un’ aliquota abbastanza modesta (tenuto conto che è applicata solo alla porzione di reddito superiore a Rmg), possibile perché si verifica una risposta dell’offerta di lavoro sufficientemente ampia (e questo avviene perché si abbassa – seppur di poco – l’aliquota media);

– l’offerta di lavoro aggiuntiva proviene da famiglie a reddito medio-basso, non da famiglie a reddito elevato.

Il primo tipo di timore legato all’introduzione del Rmg (e di riflesso anche il terzo) non sembrerebbe quindi molto fondato. Il risultato è spiegabile in molti modi. Ad esempio, possono esserci costi (di tempo o monetari) legati al lavoro che inducono comunque buona parte degli individui a collocarsi su livelli di orario e di reddito superiori a quelli corrispondenti al Rmg.
Ma anche il secondo timore forse non appare più così giustificato. Infatti, l’offerta di lavoro degli individui con redditi elevati è pressoché nulla. Nell’esercizio di simulazione ricevono il “regalo” di una aliquota marginale (e media) più bassa di quella corrente perché abbiamo adottano la semplificazione di una aliquota proporzionale unica. Ma in realtà sarebbe possibile far pagare loro imposte più elevate senza ridurre la loro offerta di lavoro. Anzi, sarebbe opportuno farlo: questo ci permetterebbe di garantire un Rmg più elevato o di ridurre le imposte per i redditi medio-bassi.
Lo scarso disincentivo al lavoro per le persone a basso reddito è un risultato abbastanza peculiare delle nostre stime e certamente potrebbe essere smentito da altre analisi. Al contrario, l’elasticità pressoché nulla dell’offerta di lavoro delle persone a reddito elevato (o comunque decisamente più bassa di quella delle persone a reddito medio-basso) è un risultato robusto, confermato da molte altre analisi in vari paesi. Quand’anche il primo effetto si rivelasse piuttosto forte, e quindi la politica di Rmg risultasse più costosa, il maggior prelievo fiscale richiesto sui redditi più elevati non avrebbe grosse implicazioni di efficienza, anche se potrebbe averne in chiave elettorale.
La negative income tax, d’altra parte, non è l’unico sistema per realizzare il Rmg. Ci sono molti modi per ridurre il rischio di disincentivo al lavoro. Ad esempio, il trasferimento potrebbe essere vincolato a un minimo di ore lavorate. Oppure potrebbe essere maggiorato da un sussidio al reddito da lavoro.
All’estremo opposto, il disincentivo potrebbe essere contrastato rendendo il trasferimento del tutto indipendente dal reddito e dal lavoro: nella sua forma più pura diventa il cosiddetto reddito di cittadinanza. Una politica simile sarebbe anche impermeabile al terzo tipo di obiezione: non c’è infatti motivo per cui un trasferimento generale non condizionato debba incentivare il lavoro nero piuttosto che quello ufficiale. Ovviamente, il reddito di cittadinanza è anche il sistema più costoso.

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Un sistema ottimale?

Nel disegno più generale dell’intero sistema di prelievo-trasferimento sui redditi personali, sono interessanti anche i risultati di un’altra ricerca, sempre basata su un modello micro-econometrico di offerta di lavoro delle famiglie. (2) L’eccezionale qualità dei dati disponibili ci ha condotto a effettuare lo studio sulla Norvegia, ma è in programma l’estensione ad altri paesi, tra i quali l’Italia. Qui, l’obiettivo è l’individuazione del sistema “ottimale” di imposta-trasferimento. La Norvegia adotta un sistema abbastanza generoso e articolato di trasferimenti alle famiglie e agli individui che di fatto realizzano il Rmg. Ora, il sistema ottimale che emerge dalle nostre simulazioni – per quanto si tratti di primi risultati da approfondire – sembra assolutamente coerente con le indicazioni che abbiamo tratto dal primo studio:

– il livello implicito di Rmg è già approssimativamente quello ottimale: non dovrebbe essere aumentato ma neanche diminuito;

– i trasferimenti dovrebbero essere resi indipendenti dal reddito (più o meno come nel reddito di cittadinanza);

– le aliquote marginali dovrebbero essere rese meno elevate e meno progressive sui redditi medio-bassi;

– la progressività delle aliquote sui redditi elevati dovrebbe rimanere sostanzialmente invariata.

Si tratterebbe quindi di un sistema che garantisce un livello minimo di reddito con trasferimenti non (o non strettamente) condizionati dal reddito stesso, e che sfrutta l’eterogeneità dell’elasticità dell’offerta di lavoro riducendo il prelievo sui livelli medio-bassi di reddito e mantenendolo piuttosto elevato su quelli più alti. (3)

(1) Aaberge R, Colombino U. e S. Strøm, “Do More Equal Slices Shrink the Cake? An Empirical Investigation of Tax-Transfer Reform Proposals in Italy”, Journal of Population Economics, 17, 4, 2004. Altri risultati sono riportati in Boeri T., Del Boca D. and C. Pissarides (a cura di), Women in the Labor Market: An Economic Perspective, Oxford University Press 2005.
(2) Alcuni primi risultati di questo studio sono riportati in Aaberge R, Colombino U. e T. Wennemo, “Designing Optimal Taxes With a Microeconometric Model of Household Labour Supply”, 2005 (working paper scaricabile alla pagina http://econpapers.repec.org/RAS/pco116.htm).
(3) Su questi temi sono in corso due progetti di ricerca nei quali l’autore di questa nota è coinvolto. Il primo, specificamente indirizzato all’analisi dei possibili effetti del Rmg (nelle sue diverse versioni) in tutti i paesi europei, è finanziato dalla Compagnia di San Paolo ed è svolto nell’ambito del centro interuniversitario di ricerca Child; il gruppo di ricerca è composto da Ugo Colombino (direttore), Chiara Saraceno, Daniela Del Boca, Rolf Aaberge e Cathal O’Donoghue. Il secondo progetto, più specificamente focalizzato sull’analisi delle politiche per le fasce deboli o emarginate sia in Norvegia che in altri paesi europei, è finanziato dal Consiglio nazionale delle ricerche norvegese; il gruppo di ricerca è composto da Rolf Aaberge (direttore), Tony Atkinson, Ugo Colombino e Lennart Flood.

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Sommario 1 Marzo 2006

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Incomprensibile BCE

  1. Alberto Lusiani

    Caro Colombino,
    sono d’accordo con le sue conclusioni. Aggiungerei che un reddito/sgravio di imposte indipendente dal reddito oltre a non disincentivare l’occupazione non incentiva nemmeno evasione fiscale e lavoro nero come invece fanno molte norme italiane. E a mio parere lavoro nero ed evasione fiscale sono in Italia un problema maggiore della mancanza di occupazione, che e’ mancanza prevalentemente di occupazione legale.

  2. Antonio Mele

    In sostanza, mi pare che nel suo modello econometrico lei analizzi un sistema fiscale con una flat tax e una zona di esenzione fiscale effettiva, nel senso che chi e’ sotto un certo livello di reddito (il RMG) riceve un trasferimento dallo stato sino a raggiungere tale livello e senza pagare una lira (pardon, un euro). Da questo punto di vista, mi sembra evidente che con un sistema di questo tipo si eliminano gli effetti disincentivanti. Sono piu’ perplesso che la stessa cosa avvenga in caso la tassazione sia piu’ progressiva. E soprattutto mi chiedo come possa ottenere gli stessi risultati in caso di economia aperta: con aliquote molto progressive, i cittadini piu abbienti non sarebbero incentivati a “delocalizzare” la loro capacita’ contributiva?

    • La redazione

      Caro dott. Mele
      Grazie per il suo commento. Con il nostro modello stiamo simulando molti possibili sistemi alternativi di tax-benefit. Quello esemplificato su La Voce, a cui Lei si riferisce, e’ il piu’ semplice. Comunque e’ proprio quello che solitamente solleva l’obiezione sugli incentivi al lavoro. Infatti con questo sistema accade che un individuo percepisca lo stesso reddito quando non lavora e quando lavora – poniamo – 10 ore la settimana. Ci si aspetterebbe allora che un significativo numero di persone decida proprio per questo di non lavorare. Questo pero’ nelle nostre simulazioni non accade, o accade in misura modesta. Il risultato si spiega se si ricorda che un lavoro da 10 ore la settimana potrebbe essere difficile da trovare, quindi il confronto rilevante e’ tra 0 ore di lavoro e – poniamo – 25 ore di lavoro la settimana: a quel punto il reddito che si ottiene lavorando potrebbe essere piu’ grande di quello che si ottiniene non lavorando. Inoltre possono esserci benefici non pecuniari legati al lavoro tali da renderlo comunque preferibile al non lavoro, seppure a parita’ di reddito. Il nostro modello tiene conto di questi fattori (vincoli di orario, costi e benefici non pecuniari). Vengo alla questione della “fuga” che – in economia aperta – una tassazione sufficientemente elevata potrebbe provocare fra gli individui a reddito elevato. In effetti non propongo affatto un aumento cosi’ marcato delle aliquote sui redditi alti. Piuttosto mi sentirei di proporre una riduzione delle aliquote sui redditi medi, che – sulla base del nostro modello – risponderebbero con una offerta di lavoro significativamente maggiore (nel lungo periodo). Parallelamente mi sembra invece inutile contare su una risposta da parte delle famiglie piu’ abbienti a seguito di sgravi fiscali. Se il finanziamento di una riforma in chiave RMG lo richiedesse, credo che questa fascia di popolazione potrebbe benissimo sopportare un modesto aumento delle aliquote. In uno dei due esercizi citati su La Voce usiamo dati Norvegesi. I redditi elevati nei paesi scandinavi subiscono un prelievo abbastanza pesante. In cambio hanno un sistema di sostegno del reddito generalizzato, articolato ed efficiente, oltre a ottimi servizi pubblici. Non mi risulta che gli scandinavi ricchi stiano fuggendo dai loro paesi.
      Cordiali saluti.

  3. Riccardo Boero

    Egregio professore,
    mi sembra che lei non prenda in considerazione, nel suo interessante e documentato articolo tre grossi inconvenienti legati al reddito minimo, in qualunque forma sia esso impartito.
    Il primo gravissimo inconveniente e` legato all’inflazione. Nessun commerciante, nessun padrone di casa, nessun libero professionista dimenticherebbe di ritoccare i prezzi al rialzo a fronte di un aumento dell’offerta di denaro circolante quale quella provocata dal reddito minimo. Anche qualora il reddito minimo non venisse finanziato grazie alla printing press ma tramite ridistribuzione fiscale, tale misura drenerebbe comunque surplus destinati a investimenti caribici o lussemburghesi verso i consumi di base, che conoscerebbero quindi un’ondata inflattiva capace di annullarne gli effetti benefici.
    Un altro grande inconveniente e` l’impossibilita` per il fisco di stabilire chi e` effettivamente nel bisogno. Senza parlare di frodi, il figlio disoccupato di un prospero milionario riceverebbe il reddito minimo, cosi’ come il pensionato ex-commerciante titolare di chili d’oro in discreti forzieri elvetici.
    Infine, l’aggravio fiscale necessario per finanziare tale misura farebbe riprendere ai capitali la via dei bonifici internazionali, proprio quando una politica fiscale piu’ clemente sembrava averne riportato in patria una discreta quantita`.

    • La redazione

      Caro dott. Boero,
      grazie per il suo commento, che solleva problemi importanti. Il primo e l’ultimo mi sembrano tuttavia non specifici del RMG ma comuni a qualunque intervento redistributivo. Trasferendo reddito dalle famiglie piu’ ricche a quelle piu’ povere e’ presumibile che aumenti la propensione al consumo, e quindi in qualche misura aumentino i prezzi di alcuni beni. L’entita’ di questo fenomeno – come pure il beneficio netto per le famiglie povere – e’ pero’ questione empirica e andrebbe studiata con un modello di equilibrio generale. Si potrebbe argomentare che se i settori di produzione dei beni rilevanti fossero sufficientemente concorrenziali i prezzi non aumenterebbero affatto o aumenterebbero poco; e che quindi una politica per le liberalizzazioni e per la concorrenza si sposerebbe bene con una politica ispirata al RMG. Anche i possibili comportamenti di evasione ed elusione ad alti livelli di reddito non mi sembrano specificamente legati al RMG. E’ evidente che quest’ultimo dovrebbe in parte sostituire interventi gia’ esistenti di sostegno del reddito, e che dovrebbe essere progettato su dimensioni tali da non provocare sommovimenti golpisti. Quanto alla seconda obiezione (difficolta’ di accertamento del bisogno, finti poveri ecc.), confesso di essere piuttosto favorevole ad un intervento generalizzato del tipo reddito di cittadinanza (con dimensioni realistiche da studiare), sia perche’ riduce drasticamente i problemi di disincentivo al lavoro, sia perche’ elimina i costi di accertamento. A fronte di questi benefici ci sono naturalmente dei costi: qualche truffa, qualche finto povero che in realta’ e’ miliardario ecc. Personalmente sono disposto a pagarli, esattamente come accetto le truffe sulle carte di credito pur di avere la comodita’ di usarle.
      Cordiali saluti.

  4. dr.ssa donatella salina

    La proposta e’ giusta e fattibile.Capisco che come economista Lei si preoccupi delle ricadute sul bilancio statale o sull’inflazione -Forse pero’ se i politici e gli economisti che studiano la questione della povertà avessero l’esatta fotografia della situazione di certe famiglie sicuramente si troverebbe una soluzione a questo disagio.Gente che vive in case o baracche fatiscenti senza acqua calda e senza riscaldamento come quella famiglia pugliese.
    Oggi volta che si parla del RMI o di reddito di cittadinanza sembra che i beneficiari stiano rubando qualche cosa a qualcuno a me sembra invece che ci sia una specie di tetto di cristallo
    che provoca di fatto l’esistenza di 76 milioni di poveri nell’area UE.Nessuno di questi ha voglia di lavorare??Allora il problema e’ un altro.E’ UN DIRITTO AVERE UN REDDITO CHE CONSENTA AD UNA PERSONA DI VIVERE PUNTO E BASTA.Sarebbe meglio che questo reddito provenga dal lavoro ma se non e’ cosi’ no si puo’ buttare la croce addosso a chi il lavoro non lo trova.Giorni fa e’ morta l’ennesima neonata picchiata dalla madre-bambina.I gentori vivevano in una condizione di ignoranza degrado ed indicibile miseria in Puglia non nel Burkina Faso ed erano italiani.Vivevano in un casolare fatiscente senza frigo senza riscaldamento senza luce.Di casi cosi’ ce ne sono decine di migliaia dappertutto Non credo che sia giusto per difendere il bilancio statale far sprofondare la gente nella miseria piu’ nera.Di piu’ l’ultimo Governo ha concentrato scandalosamente la ricchezza nelle mani di pochissimi tagliando le gambe al ceto medio ed adesso pretenderebbero che noi impiegati impoveriti si combatta con i poverissimi per le briciole.Per favore mandate avanti questa proposta e togliete denari a chi ne ha troppi e guadagnati illegalmente o con l’evasione fiscale.
    Solo cosi’ l’Italia ci guadagna.
    Cordiali saluti

  5. eugeniorosso

    Sono d’accordo all’introduzione di un reddito minimo garantito, come nelle democrazie del nord-europa.
    Io personalmente, ho quasi 50 anni, sono stato licenziato per riduzione di personale da una piccola azienda del settore edile, e non avendo la cassa integrazione nè l’indennità di mobilità, ma avendo solo potuto usufruire di una piccola indennità di disoccupazione per circa 6 mesi, ora mi trovo senza alcun tipo di reddito.
    Avendo quasi 50 anni e data la situazione di criticità congiunturale, soprattutto dell’area Biellese, zona ove io abito, trovo molta difficoltà ad un reinserimento nel mondo del lavoro.
    Sto anche frequentando corsi di formazione per la riqualificazione di lavoratori disoccupati da oltre 24 mesi con età avanzata e trovo molte persone nella mia stessa, difficile situazione, sia economica che in parte anche psicologica per la paura di non potere trovare più un lavoro che consenta di condurre una vita onesta e dignitosa.
    Purtroppo anche le istituzioni locali, essendo penalizzate dalla mancanza di fondi, sono latitanti e l’unico aiuto concreto mi viene dalla “Caritas con la possibilità di un pasto caldo tutti i giorni.
    Mi piacerebbe ricevere un commento ed un suggerimento da parte Vostra per cercare di uscire da questa mia desolante situazione.
    Ringrazio per la possibilità di scrivere da Voi concessami.
    Rosso Pier Eugenio
    Via Milano 84 13856 Vigliano Biellese (BI)
    14.04.2006

  6. mario nevio

    Credetemi è urgente garantire il reddito minimo
    a chi non lavora, specialmente a chi la perso e si trova a 50 anni disperato, questo non’è più accettabile in unademocrazia. Ivito tutti i politici, i sindacati, economisti ecc..ecc.. ha rappresentare i disoccupati perchè non sono rappresentati da nessuno, bisogna dare una svolta alle povertà, anche perchè se tutti questi poveri si dovessero ammalare per la continua indigenza, costerebbero molto di più alla comunità.

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