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Il protezionismo dei francesi. E il nostro

La vicenda Enel-Gdf-Suez ha scatenato le critiche contro il protezionismo francese. Ma anche i nostri politici, di maggioranza e di opposizione, non hanno mai perso l’occasione di difendere l’italianità di questa o quella impresa. Basta guardare al caso Edf-Edison o all’ingresso delle banche straniere. Eppure, i più importanti studi sul grado di apertura dei sistemi economici nazionali dimostrano inequivocabilmente che ogni volta che si proteggono dalla concorrenza internazionale i mercati interni, sono le imprese locali, oltre che i cittadini, a perderci.

Come ci si poteva aspettare, l’affaire Enel-Gdf-Suez ha scatenato, tagliente e rissosa, la critica contro il protezionismo del Governo francese. Non fosse perché la frase è stata coniata contro gli inglesi, si potrebbe gridare “perfida Albione”.

I campioni dell’italianità

Pur senza condividere le scelte strategiche del Governo francese, guardando al nostro “orticello” vengono in mente le pagine di un giornale enigmistico, in cui il personaggio ogni volta predica bene, ma razzola male. Anzi malissimo.
Ora, proprio su queste pagine abbiamo letto una appassionata difesa dell’italianità delle banche da parte di senatori che appartengono alla coalizione governativa. Ma queste posizioni non erano certo isolate, nuove, né appannaggio della sola maggioranza di governo. (1) Quando il Governatore Fazio, qualche anno or sono, andò in Parlamento per illustrare alcune scelte, assai contestabili e non certo solo con il senno di poi, in materia di autorizzazione all’acquisto di banche nazionali da parte di “stranieri”, i membri dell’apposita commissione, di fronte a un “io li ho fermati (gli stranieri, n.d.r.). Se il Parlamento non è d’accordo me lo dica, e lasciamo entrare tutti”, applaudirono convinti. (2)
Si trattava, è bene notare, di acquisizioni di banche “private” nazionali da parte di banche “private” estere. Forse, acquisizioni non volte a creare “valore”, ma unicamente a assorbire gli elevatissimi margini tipici delle banche italiane, è vero. Ma verosimilmente anche tali da stimolare la concorrenza, una migliore allocazione del credito, e più convenienti tassi e condizioni per la domanda.
Poi c’è stata la vicenda Edf. Un “cattivo” monopolista francese – cattivo in quanto statale, seppur più efficiente del nostro formalmente “privatizzato”, ma sostanzialmente pubblico “national champion” – vuole entrare in Italia, acquisendo un (piccolo) concorrente di Enel, Edison. Tutti contro. Perché è un “male” che la proprietà delle imprese italiane passi in mano allo straniero, in barba, peraltro, ai principi comunitari di libera circolazione dei capitali. Perché Edf è un’impresa pubblica – ma il trattato europeo spinge per la parità di trattamento tra imprese pubbliche e private. Per questioni di reciprocità. È molto, molto interessante la circostanza che quasi nessuno si sia chiesto se questo ingresso fosse un bene o un male per il paese, per i suoi consumatori, per la generazione di energia e i costi della sua distribuzione. (3) Fosse cioè in grado di aumentare o ridurre il benessere economico generale. Ovviamente, neanch’io conosco la risposta. Né so fare previsioni. Mi stupisce, però, che questo a mio avviso non irrilevante problema sia stato del tutto espunto dal dibattito sul caso. E la soluzione politica alla crisi Edf, come ben racconta Carlo Scarpa su queste pagine, è stata ancora peggiore, un tentativo, oggi abortito, di scambiarsi favori tra i Governi francese e italiano, attraverso una specie di interlocking dell’energia, tale da garantire una situazione di non belligeranza tra le imprese pubbliche dei due paesi nei rispettivi settori. Un accordo forse positivo per i rispettivi campioni nazionali, ma certamente dannoso per la concorrenza.

Alcune domande ai politici

Dove siamo, oggi? Contestiamo le politiche “protezionistiche” del Governo francese. In compenso, ci “scordiamo” che stiamo difendendo un’operazione condotta da una impresa controllata dallo Stato, non particolarmente efficiente, se è vero che il costo dell’energia in Italia è tra i più alti (per usare un eufemismo) d’Europa, e che, in passato, oltre a subire le pressioni e le distorsioni dovute al controllo pubblico ha anche, eccome, beneficiato dei vantaggi che ne derivano.
E, perché probabilmente non faccio parte della élite (cricca) di economisti autoreferenziali che scrivono solo di loro stessi, nei loro “siti” privati, come ha affermato il ministro Tremonti qualche giorno fa sul Corriere, mi sorgono spontanee alcune domande. Mentre sbandieravano e disquisivano sulle privatizzazioni e sulle liberalizzazioni nei programmi di governo per le prossime elezioni, dove erano i rappresentanti italiani nelle riunioni europee sugli orientamenti politici generali da assumere in materia? Sembrerebbe, guarda caso, che negli ultimi incontri i nostri rappresentanti abbiano brillato per la loro assenza. Dove erano i nostri politici quando si trattava di rilanciare la politica energetica nazionale, e magari il nucleare, oltre che le fonti alternative, vista l’ampia maggioranza parlamentare che sostiene il Governo? Dove erano i nostri politici quando si trattava di spingere per il principio di reciprocità nei settori liberalizzati – principio che per altro non è del tutto condivisibile, quantomeno dal punto di vista del benessere dei consumatori nazionali?
Forse erano tutti a difendere, prima i nostri “immobiliaristi” e, poi, i nostri “finanzieri”, bianchi, grigi o rosetti che fossero. In modo, purtroppo, assolutamente bi-partisan.
Di là dalla scelta, rivelatasi a posteriori nefasta, dei cavalli, privati e pubblici, su cui puntare per difendere la proprietà italiana delle imprese, rimane una considerazione di fondo, o meglio, fondamentale, sugli interessi da proteggere.
I più importanti studi sul grado di apertura dei sistemi economici nazionali dimostrano inequivocabilmente che ogni volta che si proteggono dalla concorrenza internazionale i mercati interni, sono le imprese locali, oltre che i cittadini, a perderci. Non sono in grado di prevedere se, almeno nel prossimo millennio, riusciremo a imparare questa lezione. Mi piacerebbe, quantomeno, che, quando si attaccano i sistemi protezionistici altrui, chi punta il dito fosse in grado di sostenere lo sguardo di fronte al detto “scagli la prima pietra” e, soprattutto, parlasse senza avere palesi conflitti di interesse. Il che, quantomeno per i ministri economici, azionisti controllori di Enel, evidentemente non è.


(1)
E, a leggere la stampa quotidiana, quantomeno in alcuni casi, si trattava, oltre che difesa dell’italianità, della difesa di interessi personali, se non personalissimi.

(2) Antonio Fazio, Audizione del Governatore della Banca d’Italia nell’ambito della Indagine conoscitiva sui più recenti sviluppi del processo di ristrutturazione del sistema bancario italiano, di fronte alla VI Commissione Permanente “Finanze e Tesoro”, XIII Legislatura, 20 aprile 1999, p. 33 del documento.

(3) Si distingue solo qualche intervento dottrinale “anarchico”, come quello di Massimo Motta nel Forum L’Edf in Italia. È un problema antitrust? in Mercato concorrenza Regole 3/2001, che ha visto la partecipazione anche di Giuliano Amato, Guido Rossi, e Mario Siragusa.

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Sommario 28 febbraio 2006

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  1. riccardo boero

    Sig. Ghezzi, credo che occorra una notevole dose di partigianeria per paragonare il protezionismo francese a quello italiano. Per paragonare a EDF una ENEL che detiene appena il 30% del mercato energetico nazionale. Per paragonare alle banche francesi quelle italiane, la cui quota azionaria e` per il 20% in mani straniere, e che ad eccezione di Unicredito sono minuscule o fotemente partecipate da stranieri spesso francesi. Diamo poi un’occhiata alla chimica e all’agroalimentare, svenduti da tempo agli stranieri quando il solo rumore di un’OPA sugli Yoghurt Danone ha scatenato tempo fa una virulenta campagna di stampa oltralpe. Insomma se lei conosce la parabola della trave e del fuscello, o quella del lupo o dell’agnello il suo intervento non è molto lontano.
    Nel caso improbabile il mio non venga censurato, distinti saluti
    Riccardo Boero

    • La redazione

      Le rispondo brevemente, perché mi sembra che il suo commento parta da una lettura (o da una interpretazione) sbagliata di quanto ho scritto. A me non sembra di avere criticato la politica protezionistica italiana elogiando invece quella francese. Penso al contrario che il protezionismo, in particolare il mero protezionismo, costituisca un male da evitare, per i motivi cui ho accennato in coda all’articolo. Né ho paragonado EDF ad Enel (a proposito, l’AEEG nella sua ultima relazione attribuisce ad ENEL una quota di mercato della generazione variabile tra il 43 ed il 51%; si tratta pur sempre di impresa di stato in posizione dominante). Peraltro, in relazione ai suoi esempi, mi lasci dire che avere quote azioniarie minoritarie è cosa affatto diversa da avere banche estere operanti nel nostro territorio. E mi lasci ricordare anche che a fronte dei tanti esempi francesi di barriere alla circolazione del capitale, se ne possono contrapporre altrettanti – purtroppo – in Italia, a partire dalla cessione di Alfa Romeo. Ripeto, tuttavia, che la questione non è tanto quella di fare la conta a chi è più o meno protezionistico, ma di valutare se queste politiche siano o meno benefiche per una nazione. A me pare proprio di avere capito che nel lungo periodo il protezionismo porta ad una riduzione del benessere complessivo. Ed è quindi da evitare. Federico Ghezzi

      P.S.: come vede, non vi è stata alcuna censura del suo messaggio.

  2. Fabrizio Grandi

    Egregio Professor Ghezzi,
    penso che la questione fra Enel e Suez sia solo la punta di un iceberg molto pericoloso. Negli ultimi tempi stiamo assistendo a preoccupanti atteggiamenti protezionistici da parte di molti governi europei, e prima di questa vicenda mi vengono in mente UniCredit ostacolata dai nazionalisti in Polonia e la stessa Enel in Spagna con Endesa, ma va anche giustamente sottolineato, come ha fatto il Dottor Scarpa nel suo ultimo articolo, che l’Italia degli ultimi anni non può certo scagliare la pietra, visto che è stata uno dei Paesi europei tradizionalmente più protezionistici. Credo che purtroppo l’UE sia ben lontana dal concludere il processo di integrazione sia politica sia economica.

  3. Matteo Olivieri

    Il primo commento alla notizia porta la discussione sul protezionismo più o meno grave, tra quello francese e quello italiano.
    Se con onestà consideriamo il protezionismo come una delle massime forme di espressione delle oligarchie parastatali credo che i francesi siano difficili da battere, e solo noi possiamo vantarci di avere altrettanti incompetenti raccomandati nei posti chiave.
    Se invece guardiamo all’inefficenza dettata dal protezionismo credo che nessuno ci può battere: avere dei tubi in cui, per un favore particolare, il gas non può essere pompato con maggior pressione è degno di un paese delle banane molto più che protezionista, direi idiota.

  4. giovanni

    Egregio Prof. credo che impostare la questione in base al principio chi è senza peccato scagli la prima pietra sia inutile e dannoso. Lottare contro i monopoli è, a mio avviso, una battaglia giusta, indipendentemente da chi la porta avanti. il fatto, che in passato l’Italia abbia violato le regole del libero mercato, non giustifica il comportamento del governo francese. Gli unici che dovrebbero aver diritto a accettare o rifiutare l’offerta di Enel sono gli azionisti di Suez, i quali invece sembra che non abbiano voce in capitolo.
    Infine un dubbio: dato che, secondo il code de commerce francese, la fusione deve essere deliberata dall’assemblea generale( art. L 236-9), il cda di Suez aveva la delega dell’assemblea per tale operazione?
    e comunque, anche se l’avesse avuta, perchè Enel non ha lanciato tempestivamente l’Opa in modo tale da far scattare la passivity rule (art. L 225-129-3) che sospende qualsiasi delega dell’assemblea generale nel periodo dell’offerta?

  5. Marco D'Egidio

    Egregio Professore,
    mi pare di notare tra la vicenda Enel-GdF-Suez e la fusione Autostrade-Abertis di questi ultimi giorni delle somiglianze. Molta parte del mondo politico allora ebbe parole severe contro la chiusura francese, mentre adesso certi politici che in passato furono in prima fila per denunciare patriottismi e protezionismi non vedono di buon occhio il matrimonio italo-spagnolo. Tali dubbi consistono nel fatto che Autostrade è azienda sì privata e quotata in Borsa, ma concessionaria dello Stato. Ebbene, se si istituisse un’Authority in grado di regolare e vigilare sugli investimenti e la gestione del campo infrastrutturale, e Autostrade fosse così richiamata (come se ce ne fosse bisogno) ai suoi doveri nei confronti dello Stato, non vedo quali altri interrogativi o dubbi porsi. Tanto più che quella di Enel era un’opa ostile, questa sarebbe una fusione quasi uno a uno. Spero cioè che non si tratti di una chiusura ideologica.

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