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  1. Gianluca Cocco Rispondi
    Salve, Vorrei esprimere il mio modesto disappunto rispetto alla tendenza che vede nelle rigidità salariali la causa principale del dualismo territoriale italiano. E' vero che i pur significativi differenziali salariali tra Nord e Sud non riflettono i più ampi differenziali di produttività tra queste macro-aree. Tuttavia, finchè al Sud ci saranno una notevole carenza di infrastrutture, un costo del denaro più elevato, una più scarsa capacità di innovazione e la carenza di programmi di formazione professionale mirata, potremmo anche legalizzare il lavoro sommerso, ma il divario in termini di tassi di disoccupazione rimarrebbe. Quanto al potere d'acquisto, i salari reali al nord sono gia notevolmente superiori, almeno nel privato. Penso che all'insegnante che paga il pane 4 volte tanto rispetto al collega del Sud non rimanga che indignarsi di fronte alla liberalizzazione dei prezzi dei beni di prima necessità! Saluti http://www.tesionline.it/default/tesi.asp?idt=9866
  2. lucaverbo Rispondi
    Egregio professore vorrei aggiungere al suo articolo una breve riflessione partendo da quanto è successo con il caso Fiat a Melfi. L'operaio lucano obiettivamnte percepiva uno stipendio misero e l'aumento era giustissimo. Ma altrettanto giusto sarebbe che se l'operaio di Melfi percepisce ora 1000 euro (prima 700) quello di Torino avesse un salario almeno di 1500. Non nascondiamoci dietro un dito, a Melfi come in tutto il sud il costo della vita è nettamente inferiore rispetto al nord, mediamente è quasi la metà (il pane giù costa 1 euro al kg, a bologna in media 4). Il sindacato non dovrebbe difendere solo la sua forza e il suo potere con la propaganda dell'uguaglianza dei lavoratori, ma difendere il loro reale potere d'acquisto. Si potrebbe partire dalle gabbie salariali o da strumenti ancora più flessibili per ristabilire una certa parità di tenore di vita tra la popolazione italiana. Faccio un altro esempio per capirci ancora meglio: l'insegnante milanese che percepisce 1200 euro, per non morire di fame è costretto a fare il doppio lavoro, lo stesso insegnante a Lecce o altrove nel sud conduce un buon tenore di vita. E' ora che il sindacato faccia veramente la sua parte in difesa dei lavoratori e non di se stesso. Grazie e buon lavoro a tutti!
  3. Andrea Mantovani Rispondi
    Concordo pienamente con quanto espresso dal Professor Faini. Tra l'altro vorrei sottolineare che mobilità del lavoro e flessibilità dei salari sono una delle condizioni già individuate (da anni) dalla teoria delle aree valutarie ottimali affinchè una unione monetaria funzioni bene. Finchè i governi non si decideranno ad affrontare il tema delle riforme del mercato del lavoro, dell'unione monetaria vedremo solo i costi. Mi pare però che, almeno in Italia, manchi un governo che abbia un "capitale politico" sufficiente da spendere in una riforma di questo tipo. Il timore è che la mancanza di coraggio politico dei governanti finisca per mettere in crisi l'unione.
  4. Nicola Borri Rispondi
    Gentile prof. Faini, almeno in Italia, le distorsioni del mercato del lavoro nelle zone a elevata disoccupazione suppliscono in parte alla mancanza di una struttura di welfare e di ammortizzatori sociali. Il lavoro "protetto" e retribuito secondo contratti nazionali che non tengono conto del diverso costo della vita finisce spesso per essere un sussidio nei confronti dei componenti della famiglia privi di lavoro perche' disoccupati, non occupati , anziani o malati. Ritengo che questa sia stata una scelta politica precisa, che personalmente non condivido. Tuttavia, mi sembra non si possa pensare ad una riforma del mercato del lavoro come quella da lei descritta (che appoggio) se non accompagnata da una riforma del welfare.
  5. riccardo boero Rispondi
    Egregio Professore, vorrei complimentarmi per il suo intervento sintetico, documentato e ineccepibile nello sviluppo e nelle conclusioni. Personalmente ritengo che il problema della mobilita` intraeuropea sia causato in primo luogo dalle fortissime differenze linguistiche e in secondo luogo dallo Welfare che allevia le situazioni di grave disagio. Non tutti i lavoratori europei sono scienziati poliglotti, e se le molte persone che a volte parlano con difficolta` la lingua nazionale preferiranno sempre il sussidio di disoccupazione al duro compito di apprendere una lingua straniera, anche il lavoratore medio, titolare di un diploma di scuola secondaria trovera` sempre piu' facile adattarsi ad un lavoro meno remunerativo nel proprio paese che a nuovi regolamenti scritti in lingua straniera, nuove culture e diciamolo anche purtroppo spesso pregiudizi e emarginazione. Io stimo che non vi sara` una soddisfacente mobilita` intraeuropea fino a che non avremo una lingua unica. Basta vedere l'esempio svizzero dove la mobilita` fra le zone linguistiche e` modestissima, e il contro esempio italiano dove malgrado un recente rallentamento, le ondate migratorie dal Sud hanno cancellato l'identita` culturale e dialettale di interi territori soprattutto del NordOvest industriale, meta privilegiata dell'emigrazione meridionale.