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Energia alle strette

L’alta dipendenza del nostro paese dai combustibili fossili di importazione ci rende vulnerabili alle turbolenze internazionali. La promozione dell’efficienza negli usi finali è una soluzione in grado di armonizzare obiettivi di sicurezza e affidabilità del nostro sistema energetico, tutela ambientale e competitività, a parità di servizi. Ma è necessaria anche una politica che promuova il risparmio energetico: diminuire le importazioni di gas e petrolio non ha solo un effetto benefico sulla bilancia commerciale, ma è un’opportunità per la crescita di nuovi settori produttivi.

I problemi del sistema energetico italiano sono sostanzialmente tre, fortemente interrelati: la sicurezza degli approvvigionamenti, l’impatto ambientale e i prezzi. Lo ha ricordato anche Carlo Scarpa in un suo recente contributo.
Un approccio equilibrato a questi problemi richiede una combinazione di politiche che agiscono sul “lato offerta” del mercato energetico (fondamentalmente generazione e trasporto) e di interventi “lato domanda” (che incidono, cioè, sui comportamenti di consumo).

La gestione della domanda di energia

Le politiche di gestione e controllo della domanda di energia includono interventi cosiddetti di demand-response, orientati a modificare attraverso opportuni segnali di prezzo la distribuzione temporale dei consumi, spostandoli dai periodi di “picco” ai periodi di domanda più contenuta, in tempi assai brevi e tali da contribuire ad affrontare situazioni di emergenza e di squilibrio imprevisto tra domanda e offerta, ma con effetti generalmente trascurabili o nulli sul volume complessivo di energia consumata. Ma anche interventi orientati alla riduzione dei consumi di energia attraverso il miglioramento graduale dell’efficienza nell’uso delle risorse. Ci focalizziamo qui solo sulla seconda tipologia.
Come dimostrano chiaramente gli sforzi per trovare una soluzione all’attuale crisi di offerta nel settore del gas naturale, la promozione dell’efficienza energetica nei consumi rappresenta infatti l’unica opzione di politica energetica che sia in grado di affrontare simultaneamente tutti e tre i problemi: la sicurezza degli approvvigionamenti, grazie alla riduzione della domanda di fonti energetiche di importazione; la tutela ambientale, attraverso la riduzione dell’impatto ambientale negativo connesso alla produzione e al consumo di energia; il contenimento dei costi dei servizi energetici, con impatti positivi in termini di competitività internazionale e di equità sociale.
È proprio in considerazione di queste caratteristiche, che la Commissione europea ha di recente dedicato un’attenzione crescente alle politiche per l’efficienza energetica negli usi finali, con la pubblicazione di un Libro Verde e una proposta di direttiva sul tema. (1)
Al contrario delle politiche di risparmio energetico orientate a ridurre i consumi attraverso l’introduzione di vincoli assoluti alla domanda, le politiche di promozione dell’efficienza energetica garantiscono un contenimento dei consumi a parità di servizio energetico goduto dal consumatore finale: temperatura ambiente, grado di illuminazione, livelli produttivi, per esempio. Queste politiche, se efficaci, riducono infatti l’intensità energetica di tali servizi attraverso cambiamenti dello stock di capitale, con l’adozione di tecnologie e sistemi a maggiore efficienza. In misura assai minore, producono cambiamenti nei comportamenti di consumo a tecnologie date, come i classici “fate funzionare la lavatrice e la lavastoviglie solo a pieno carico” o “non posizionate il frigorifero vicino a fonti di calore”.

Costi e ostacoli sulla via dell’efficienza energetica

Molti di questi interventi hanno costi netti aggiuntivi nulli o addirittura negativi, in quanto l’energia risparmiata ha un valore sufficiente a rimborsare il costo degli investimenti entro la durata della vita tecnica dell’intervento. (2) Ciò nonostante, non vengono spesso realizzati a causa di barriere di vario tipo, molte delle quali riconducibili ai classici “fallimenti del mercato”: scarsità di informazione sui benefici e sui costi degli interventi, esternalità ambientali, difficoltà di accesso al credito, esistenza dei cosiddetti “incentivi separati” tra proprietari di immobili (che dovrebbero sostenere i costi per investimenti in isolamento termico e apparecchiature ad alta efficienza) e locatari (che sostengono invece gli alti costi energetici derivanti dall’abitare in edifici scarsamente coibentati e arredati con apparecchiature a bassa efficienza energetica).

Vecchie e nuove politiche: i certificati bianchi

Tradizionalmente, le politiche di promozione dell’efficienza energetica hanno utilizzato strumenti di regolamentazione diretta, come ad esempio, l’etichettatura energetica o l’imposizione di standard obbligatori di efficienza energetica per apparecchiature o edifici, oppure incentivi fiscali, contributi in conto capitale, o di altro tipo,.
Dal gennaio 2005 in Italia è entrato in vigore un meccanismo che costituisce una novità anche a livello internazionale. Introdotto inizialmente da due decreti ministeriali dell’aprile 2001, seguiti da due successivi decreti del luglio 2004, il meccanismo è regolato e gestito dall’Autorità per l’energia elettrica e il gas e integra elementi di regolazione diretta (di tipo “comando e controllo”), market-based e tariffaria. (3)
L’elemento market-based è costituito dalla creazione di un mercato “artificiale” per il risparmio energetico, noto tra gli addetti ai lavori come “mercato dei titoli di efficienza energetica” o “certificati bianchi”.
La domanda di titoli è generata dall’imposizione ai distributori di energia elettrica e di gas naturale di obiettivi vincolanti di risparmio di energia primaria (tep, tonnellate equivalenti di petrolio) da raggiungersi attraverso interventi di efficienza energetica presso i consumatori finali. In alternativa allo sviluppo di progetti in proprio, i distributori possono acquistare “titoli di efficienza energetica” che attestano il conseguimento di risparmi energetici da parte di altri soggetti. L’offerta di titoli è generata dai distributori di minori dimensioni, per ora non soggetti agli obblighi, società controllate da distributori di energia elettrica o di gas naturale, e società operanti nel settore dei servizi energetici.
La certificazione dei risparmi conseguiti dagli interventi viene effettuata dall’Autorità per l’energia elettrica e il gas a valle di un complesso processo di verifica sui progetti, il risparmio energetico non può infatti essere semplicemente misurato al contatore. A seguito di tale certificazione, l’Autorità autorizza il Gestore del mercato elettrico (Gme) a emettere, a favore dei soggetti che hanno realizzato gli interventi, titoli corrispondenti al volume di risparmi certificati. La compravendita dei titoli di efficienza energetica avviene su un mercato apposito gestito dal Gme, o attraverso contratti bilaterali.
I distributori accedono a un contributo a copertura dei costi connessi al conseguimento dei loro obiettivi di risparmio energetico (attualmente pari a 100 euro per tep risparmiata). Il contributo viene finanziato attraverso un piccolo prelievo sulle tariffe di distribuzione dell’energia elettrica e del gas naturale, e contribuisce alla realizzazione degli interventi presso i consumatori finali, riducendone il costo. Il mancato conseguimento degli obiettivi da parte dei distributori viene sanzionato dall’Autorità.

I benefici potenziali

La ratio alla base di questo meccanismo è nota al grande pubblico attraverso altre esperienze più o meno recenti (emission trading, certificati verdi). Ciò nonostante, l’attenzione dei non addetti ai lavori è stata fino a oggi assai più limitata di quanto non fosse prevedibile in rapporto al contributo strutturale che il meccanismo può dare alla soluzione dei problemi di contenimento dei costi energetici, di sicurezza e affidabilità del sistema energetico nazionale, di riduzione dell’inquinamento ambientale sia a livello locale, in funzione della localizzazione geografica degli interventi, che globale, nel rispetto degli impegni di Kyoto in primis.
Se tutti gli obiettivi fissati dai decreti per il periodo 2005-2009 verranno conseguiti, il meccanismo consentirà infatti una riduzione dei consumi di energia primaria pari a 2,9 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio/anno al termine del quinquennio. La riduzione dei consumi di gas naturale nell’arco dei cinque anni potrà raggiungere i 3,3 miliardi di mc e quella dei consumi elettrici i 14 TWh. Questo contenimento dei consumi, porterà una riduzione strutturale anche dei consumi di picco. Il contributo in termini di riduzione delle emissioni inquinanti in atmosfera dipenderà dal tipo di interventi che saranno realizzati. La riduzione media delle sole emissioni di anidride carbonica è comunque stimabile tra i 7 e gli 8 milioni di tonnellate di CO2.
A questi benefici si aggiungono quelli economici generati dal contenimento dei costi energetici a parità di servizio energetico prodotto.
L’aspetto importante che merita di essere sottolineato ancora una volta, è che gli effetti positivi di interventi regolatori orientati al miglioramento nell’efficienza d’uso dell’energia, pur se più graduali di quelli derivanti dall’introduzione di vincoli assoluti alla domanda, o di quelli conseguibili con politiche di tipo demand-reponse, sono più duraturi, quando non addirittura permanenti. Sono infatti prodotti da cambiamenti strutturali nei comportamenti e nelle scelte di consumo, e sono sicuramente più rapidi e di gran lunga meno costosi rispetto a soluzioni lato offerta.

L’Italia come caso-studio a livello internazionale

L’introduzione di questo pacchetto di misure nel nostro paese ha suscitato grande attenzione.
La Commissione europea ne segue da vicino l’evoluzione e ha inserito i titoli di efficienza energetica tra i possibili strumenti di politica energetico-ambientale da includere nel futuro pacchetto di interventi. Nel luglio 2005 la Francia, ha introdotto uno schema assai simile a quelli italiano, con l’obiettivo di avviarlo nel corso del 2006. (4) Nel Regno Unito dal 1994 è in vigore un sistema di obblighi di risparmio energetico negli usi domestici per i fornitori di elettricità e gas naturale che ha prodotto risultati estremamente positivi (5), ma ora si sta studiando il caso italiano per valutare l’opportunità di creare un mercato dei certificati bianchi. In altri paesi membri della Unione Europea e negli Stati Uniti è in corso un interessante dibattito, sia a livello tecnico che politico, sull’efficacia di un approccio di questo tipo nel promuovere l’efficienza energetica negli usi finali e il conseguimento dei benefici connessi.

(*) Le opinioni espresse in questo contributo non sono necessariamente quelle dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas

(1) “Libro Verde sull’efficienza energetica: fare di più con meno”, Comunità europea, 2005. E “Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio concernente l’efficienza degli usi finali dell’energia e i servizi energetici”, Com (2003) 739, approvata e attualmente in fase di finalizzazione.
(2) La Comunità europea indica un costo medio per kWh risparmiato nel settore domestico in molti paesi membri (al di fuori delle ore di punta) pari a 2,6 c€/kWh, rispetto a un prezzo medio (al di fuori delle ore di punta) dell’elettricità fornita indicato pari a 3,9 centesimi di euro. Anche per gli altri vettori energetici esistono differenze simili tra il costo dei risparmi e il prezzo dell’energia fornita.
(3) Decreto del ministro delle Attività produttive di concerto con il ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio, Gazzetta ufficiale della Repubblica Italiana, serie generale, n. 205.
(4) Legge n. 2005-781 del 13 luglio 2005 «De programme fixant les orientations de la politique énergétique».
(5) Informazioni dettagliate sono disponibili attraverso il sito del regolatore inglese (Ofgem): http://www.ofgem.gov.uk.

L’industria energetica

Il nostro paese sta vivendo un particolare momento dal punto di vista energetico. Da un lato, assistiamo al taglio di un’ora al riscaldamento delle case che potrebbe essere solo un anticipo dei disagi cui rischiano di andare incontro le aziende con l’aggravarsi dell’emergenza gas. Dall’altro, esportiamo energia elettrica.

Importazioni ed esportazioni di energia elettrica

Tra i vari paesi che si avvantaggiano delle nostre forniture, troviamo la Francia che storicamente ci ha sempre rifornito di energia a basso costo prodotta con le centrali nucleari. I giornali hanno dato grande risalto a questo, apparente, paradosso. Tale condizione viene attribuita all’evoluzione delle contrattazioni nelle borse elettriche europee. È probabile che quanto sta accadendo sia dovuto al fatto che dalla fine di novembre alla fine di dicembre dello scorso anno, sia i prezzi italiani medi di base sia quelli di picco, sono stati superati del 30 per cento nella borsa tedesca e di quasi il 50 per cento in quella britannica. Ciò ha generato per i nostri produttori e trader ottime opportunità. In ogni caso, secondo il ministero delle Attività produttive, nel 2004 l’energia elettrica esportata è stata pari a 0,2 Mtep a fronte di un importazione di 10,2 Mtep..

Tab.1 – Copertura del fabbisogno di energia primaria in Italia

Fonti

2001

(Mtep)

2002

(Mtep)

2003

(Mtep)

Combustibili solidi

13,7

14,2

15,3

Gas naturale

58,5

58,1

63,1

Petrolio

88,4

91,4

90,2

Importazioni energia elettrica

10,7

11,1

11,2

Fonti rinnovabili

13,8

12,6

12,6

TOTALE

185,1

187,4

192,4

Mtep: Milioni di tonnellate equivalenti di petrolio

Fonte: MAP

L’Italia viene definito un “paese a tutto gas” perché da questa materia prima dipende circa un terzo del nostro fabbisogno di energia primaria (tabella 1). Oggi la produzione nazionale di gas è in diminuzione, mentre si registra un incremento costante della domanda. Ciò determina una crescente dipendenza dall’estero dei nostri consumi (tabella 2).

Tab.2 – Italia: dipendenza dalle importazioni per fonti di energia (Valori %)

Anni

Combustibili solidi

Gas naturale

Petrolio

TOTALE

2000

97,8

77,6

95,1

83,7

2001

96,5

78,2

95,4

83,6

2002

96,0

80,2

94,0

84,1

2003

96,0

81,9

93,9

84,6

Fonte: ENEA, Rapporto Energia e Ambiente 2004

Tre obiettivi di politica energetica

Proprio l’elevata dipendenza dell’Italia dai combustibili fossili di importazione ha messo il nostro paese in una condizione di estrema vulnerabilità di fronte alle turbolenze internazionali.
La continua diminuzione delle forniture di gas naturale dalla Russia ha determinato una situazione di emergenza, per questo il Governo ha deciso di varare alcune misure per ridurre i consumi civili, ha consentito alle centrali elettriche di bruciare olio combustibile senza zolfo o a basso tenore di zolfo al posto del gas metano e ha autorizzato l’avvio del prelievo delle riserve strategiche.
Si tratta di misure eccezionali che hanno un carattere temporaneo. In tempi più lunghi il nostro paese dovrà finalmente elaborare una politica energetica che abbia, a nostro avviso, tre obiettivi: il risparmio energetico, che comprende la riduzione degli sprechi e l’aumento dell’efficienza; la diversificazione delle fonti energetiche per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili; la ricerca e lo sviluppo di nuove tecnologie e nuovi prodotti con basse emissioni di CO2.
Per quanto riguarda la produzione di energia elettrica, i dati riportati nel grafico seguente dimostrano la necessità di effettuare immediati investimenti per ridurre i consumi e gli sprechi che sono pari al 63,4 per cento della produzione totale di elettricità. Si tratta dunque di migliorare la rete e l’efficienza dell’intero sistema elettrico.
In Italia carbone e petrolio rappresentano, nel 2004, il 50 per cento dei combustibili fossili (23,7 Mtep) utilizzati per produrre energia elettrica con un’efficienza pari a circa il 40 per cento.
Il metano copre il rimanente 50 per cento, ma solo la metà di questa quota è impiegata negli impianti a ciclo combinato che ormai toccano il 60 per cento di efficienza. Le perdite di rete sono valutabili tra il 5 e il 10 per cento e sono ascrivibili sostanzialmente a problemi tecnici e di obsolescenza.


L’Unione Europea ha pubblicato un “Libro Verde” ed emanerà quest’anno un piano d’azione con misure specifiche volte proprio al potenziamento dell’efficienza. Anche il G8, nel vertice di
Gleneagles, ha puntato su queste misure per ridurre i consumi e le emissioni in atmosfera, aumentando allo stesso tempo la sicurezza. Dal lato della domanda, e in genere nelle politiche di demand side management, nelle scelte future dovranno essere maggiormente coinvolte anche le associazioni dei consumatori.
Accanto agli investimenti per il risparmio e l’efficienza si devono potenziare gli investimenti nelle fonti alternative. Oggi l’eolico è già competitivo in molti paesi con costi simili a quelli del gas e poco al di sopra di quelli del carbone. Eppure l’Italia ha solo 1.800 MW di energia prodotta da questa fonte, mentre la Germania ne possiede oltre 17mila MW.
D’altro canto, lo sviluppo di fonti energetiche alternative è necessario anche per rispettare i vincoli del Protocollo di Kyoto. Nel 2004 le imprese energetiche italiane hanno speso in ricerca e sviluppo appena lo 0,6 per cento del fatturato, mentre vi sono alcune grandi compagnie petrolifere – per esempio British Petroleum – e imprese tradizionali, come General Electric, che stanno diversificando la produzione e stanno investendo in modo massiccio nelle fonti alternative e nelle tecnologie “pulite”. Bp ha lanciato una campagna denominata “Beyond Petroleum” e ha pianificato investimenti per circa 8 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni, mentre Ge conta di raddoppiare i ricavi derivanti dalle tecnologie pulite, che dovrebbero raggiungere i 20 miliardi di dollari nel 2010.

L’eredità di Mattei e Ippolito

Anche l’Eni di Enrico Mattei oltre che sul petrolio e sul gas naturale aveva puntato sulla diversificazione delle fonti energetiche investendo nel nucleare. Tutto questo avveniva all’inizio degli anni Sessanta quando il Comitato nazionale per l’energia nucleare di Felice Ippolito aveva lanciato un programma di ricerca e sviluppo nelle tecnologie nucleari. Oggi sappiamo bene che il nucleare non è praticabile in Italia, in ogni caso non va sottaciuto lo sforzo di Mattei e Ippolito per dare all’Italia una maggiore indipendenza energetica e quindi per far conseguire al nostro paese una maggiore autonomia politica.
Lo sviluppo di nuovi settori tecnologici può determinare l’attrazione di capitali interni e internazionali. Per esempio, i “fondi verdi” che puntano sui produttori di fonti rinnovabili e riciclabili, nel 2005, hanno avuto performance azionarie superiori a quelle, già molto elevate, del settore energetico tradizionale e del settore delle materie prime. Dunque, la riduzione della dipendenza dai combustibili fossili, oltre a far diminuire le importazioni e quindi ad avere un effetto benefico sulla nostra bilancia commerciale, costituisce un’opportunità per promuovere la crescita di nuovi settori produttivi.

Per saperne di più

Autorità per l’energia elettrica e il gas, 2005 http://www.autorita.energia.it/relaz_ann/05/03_2005.pdf
Ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente,
http://www.enea.it
European Commission, 2005, http://europa.eu.int/comm/competition/antitrust/others/sector_inquiries/energy/issues_paper15112005.pdf

* Le opinioni espresse nell’articolo sono da riferirsi esclusivamente agli autori e non impegnano in alcun modo la responsabilità degli istituti di appartenenza.

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  1. Mirco Marabini

    Complimenti per l’articolo, trovo fotografi e indirizzi opportunamente le riflessioni e gli impegni per una politica energetica responsabile. Pur non essendo strettamente collegato all’argomento degli articoli, vorrei però sottoporvi un altro argomento di riflessione che presenta a mio parere analogie con i problemi di approvvigionamento energetico di cui sopra. Si tratta del fabbisogno idrico (civile ed industriale) che secondo molti (spesso cassandre, ma non sempre) porterà al sorgere di conflitti e dispute internazionali. Lo sfruttamento delle energie disponibili, principalmente idrocarburi, porta ad un innalzamento delle temperature, che porta ad un (probabile) inaridimento di territori sino ad ora floridi. Alcune regioni italiane (p.es il grossetano) sono già a rischio, come intervenire su tematiche di questo genere può essere interessante già da oggi.

  2. Paolo Fornaciari

    Complimenti per l’articolo. Non condivido però ciò che propone Scarpa per ridurre il costo delle bollette energetiche e cioè aumentare l’importazione e costruire rigassidicatori di LNG. Per ridure il costo dell’energia elettrica nel nostro Paese, non servono nè le liberalizzazioni nè i rigassificatori di LNG, bisogna invece diversificare le fonti, usare più carbone e ritornare al nucleare.
    Il petrolio dovrebbe essere utilizzato solo per i settori trasporto e petrolchimico e il gas per uso domestico. Bruciare idrocarburi per generare eergia elettrica non è solo una sciocchezza dal punto di vista economico, ma è anche un crimine nei confronti delle generazioni future.

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