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Il campionato accademico

In Gran Bretagna ci si prepara al Research Assessment Exercise del 2008, il quinto della serie. Un sistema ormai collaudato e condiviso che assegna le risorse alle università in base al punteggio ottenuto nella valutazione. L’Italia ha cominciato nel complesso bene. Si tratta ora di continuare, seguendo i principi che spiegano il successo del sistema inglese, pur considerando alcune differenze importanti. In particolare, va ampliata la base dei ricercatori sui quali si effettua la valutazione. E gradualmente deve crescere la dipendenza tra risorse e performance.

Si chiude in Italia il primo ciclo di valutazione della ricerca, e qui in Gran Bretagna stiamo per entrare nella dirittura d’arrivo del quinto. Il Research Assessment Exercise (Rae) del 2008 valuterà la ricerca di tutte le università. Come in un campionato di calcio, ci saranno promozioni e retrocessioni, e l’accademia avrà una nuova serie A e serie B di atenei e dipartimenti.

Il Rae e le sue regole

La metafora calcistica non è fuori luogo: i rettori, come presidenti nel calciomercato, cercano di ingaggiare docenti con buoni curriculum vitae, e i docenti a loro volta usano il potere contrattuale dato da un buon cv per ottenere stipendi e condizioni migliori.
Gli incentivi sono immediati, prestigio e soldi. Le pagine web delle università di successo mettono spesso in bella mostra il risultato del Rae. Dal punto di vista finanziario, un buon Rae è per un ateneo come un miliardario russo per una squadra di calcio: una percentuale molto alta del finanziamento complessivo dipende infatti dal risultato della valutazione. (1)
Le regole del Rae sono semplici. Ogni dipartimento sottopone al Rae tutti i ricercatori “attivi”, in ruolo il 31 ottobre 2007, e per ogni ricercatore quattro prodotti pubblicati nei sette anni precedenti. Per ognuna delle settanta aree disciplinari un panel, scelto in modo da essere rappresentativo della disciplina, sia come aree di ricerca, sia come reputazione internazionale, formula un giudizio di sintesi su ciascun dipartimento.
L’esperienza inglese, ormai ventennale, ha cambiato molte cose nell’accademia, per lo più in meglio, rafforzando gli incentivi in direzioni socialmente positive. L’efficienza degli atenei viene premiata a scapito del blasone, e i risultati si vedono nelle classifiche pubblicate dai giornali e i siti web usati dagli studenti stranieri. All’interno di ciascun ateneo, c’è accesa competizione tra facoltà e tra dipartimenti. L’allocazione di nuovi posti e di promozioni riflette il contributo (finanziario e di prestigio) all’università: chi vince e porta soldi viene premiato.
Chi, come me, lavorava in Gran Bretagna alla prima valutazione, ha visto spazzar via la torpida e assopita atmosfera, magistralmente descritta nei romanzi di David Lodge, dell’università di provincia, dove la fine del trimestre era l’inizio di una lunga vacanza, e non, come oggi, un periodo in cui si può finalmente “lavorare in pace”.
La promozione oggi non dipende più dall’età, ma dalle pubblicazioni. A parità di anzianità e di disciplina, ci sono oggi professori pagati il doppio, o più, dei colleghi. Tra discipline, la variazione è ancora maggiore. “Si vota con i piedi” spostandosi, alla ricerca di migliori ambienti accademici e stipendi migliori, e si porta con sé entusiasmo ed esperienza. Moltissimi professori di economia sono stati professori allo stesso livello in un’altra università. Alzi la mano chi è stato ordinario in Italia in due atenei.

Il “gioco” all’italiana

Sono d’accordo con Tullio Jappelli e Fabio Schiantarelli: l’Italia ha cominciato nel complesso bene. Si tratta ora di continuare, seguendo i principi che spiegano il successo del sistema inglese.
Occhio agli incentivi. Una caratteristica del sistema britannico è che si valutano i lavori dei docenti in ruolo a una certa data, indipendentemente da dove sono stati scritti; è quindi una misura dello stock di capitale umano presente all’università, misurato dalla produzione recente. In Italia contano le pubblicazioni scritte nell’ateneo, ed è perciò misurato il flusso di pubblicazioni. L’incentivo alla ricerca è maggiore nel sistema inglese, perché consente a un docente di “portare con sé” i suoi lavori, e aumentare così il suo valore sul mercato: una pubblicazione di successo ha valore immediato per ciascun dipartimento, mentre in Italia ha valore solo in quanto indicatore di qualità.
Accettazione del mondo accademico. In Gran Bretagna sono tutti d’accordo che si tratti di un buon sistema: chi si sente maltrattato non dà la colpa agli arbitri, ma si tira su le maniche e cerca di far meglio la prossima volta. Molti degli elementi essenziali per l’accettazione sono già presenti nel meccanismo italiano: la consultazione con la comunità accademica, la peer review, la rappresentatività del panel, il coinvolgimento di docenti che lavorano all’estero, la chiarezza delle regole.
Ampia base. Nel sistema italiano il numero di prodotti da giudicare è limitato: un dodicesimo per persona anno, contro quattro settimi per persona anno in Gran Bretagna. Inoltre, ogni ricercatore deve sottoporre quattro lavori, mentre in Italia tutti i prodotti presentati da un’università potrebbero, al limite, essere scritti dallo stesso docente. Soprattutto, se i finanziamenti seguiranno la valutazione (e a un certo punti i tornei estivi dovranno pur finire, e il campionato cominciare), è importante far “pagare” agli atenei l’assenza di una cultura di ricerca diffusa.
Introduzione graduale. Il primo ciclo inglese ebbe natura informale, senza chiare conseguenze finanziarie immediate, un po’ come un torneo di calcio estivo. Aprì però la strada a cicli di valutazioni sempre più effettive, con un aumento continuo della dipendenza tra risorse e performance, evitando però di creare crisi, e preferendo indirizzare i finanziamenti aggiuntivi verso le università di successo, lasciando che quelle che non funzionano si spengano lentamente, invece che fallire.
Flessibilità. Dopo ogni tornata c’è una valutazione ufficiale, e spesso il sistema cambia. Ad esempio, il prossimo Rae avrà un periodo più lungo che in passato, e non avrà più le sette categorie del 2001, ma un istogramma, come per il Civr. In passato, il punteggio di un dipartimento era dato dalla valutazione del docente mediano: così si poteva aumentare la probabilità di un punteggio più elevato non presentando i docenti al di sotto della mediana del dipartimento. Questo comportamento tattico è stato percepito come fuorviante, e irrilevante ai fini dello stimolo alla ricerca, ed e stato perciò sostituito da un sistema che ne elimina l’incentivo finanziario. Altri esempi sono la specificità del tipo di prodotto all’area di ricerca e l’assenza di automatismi tra classificazione di un lavoro e qualità della rivista o della casa editrice. I panel riconoscono che in certe aree (ad esempio, le scienze, medicina, le aree economiche) contano solo le riviste con sistema di referee, mentre in altre (archeologia, critica letteraria) la ricerca originale è spesso pubblicata in libri. Inoltre, possono esserci articoli di qualità eccellente pubblicati in riviste secondarie, e viceversa, una nota di due pagine su una rivista prestigiosa, non è di per sé eccellente.

(1) Su un finanziamento complessivo all’università in Inghilterra (la situazione in Scozia, Galles e Irlanda del Nord è simile) di 6,3 miliardi di sterline, circa 1,25 miliardi sono allocati sulla base della valutazione, si veda www.hefce.ac.uk/Pubs/hefce/2005/05_34/05_34.pdf.
Il sito
www.hefce.ac.uk/research/funding/QRfunding/2005/data0506.xls contiene l’allocazione di fondi soggetto per soggetto, dove si vedono le enormi differenze nel finanziamento: prendendo ad esempio l’area economica, il mio dipartimento, Leicester (valutato 5) ottiene un contributo di quasi 447mila sterline all’anno, mentre il dipartimento di Birmingham, pari in dimensione, ma valutato il gradino sotto (4) riceve 138mila sterline, meno di un terzo.

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  1. Alessandro Figà-Talamanca

    1)L’effetto (e forse lo scopo) principale dei RAE britannici è stato quello di ripristinare, a posteriori, la distinzione, in termini di rapporto tra finanziamento ordinario e numero di docenti, tra le università che erano tali anche prima del 1992 e le università che prima del 1992 erano istituzioni parauniversitarie denominate Polytechnics, che producevano, e presumibilmente producono, circa la metà dei laureati.
    2)Gli effetti più sgradevoli dei primi RAE, sono stati corretti dalla “devolution” che ha evitato che le università scozzesi si confrontassero con quelle inglesi. Possiamo immaginare simili problemi e simili soluzioni anche in Italia?
    3)L’effetto “campionato”, cioè la graduatoria, è stato giudicato negativo dalle autorità inglesi, che infatti per il prossimo turno degli RAE hanno previsto un esito in termini vettoriali piuttosto che scalari, rendendo impossibile una graduatoria univoca. Al contrario nella VTR italiana si è puntato direttamente ad una “graduatoria” che ha interesse solo giornalistico.
    4)Già nell’ultimo RAE non era più possibile per un’università avvalersi della ricerca dei precedenti 5 (7 per le materie umanistiche) anni di un docente assunto all’ultimo momento.
    5) Con riferimento ai RAE già effettuati, non sembra che il rapporto tra numero dei “prodotti” presentati e numero dei docenti sia stato maggiore in GB che in Italia, tenuto conto che le sedi hanno spesso preferito rinunciare al maggior finanziamento conseguibile presentando un maggior numero di docenti buoni, ma non eccezionali, pur di conseguire, con pochi docenti eccezionali, un punteggio molto alto. Le nuove regole, ancora da sperimentare, possono cambiare la situazione, ma non la cambieranno nelle molte sedi, eredi dei Polytechnics, dove la maggioranza dei docenti non è attiva nella ricerca.
    6)Gli RAE e l’abolizione della scala stipendiale hanno aumentato le spese per il personale docente universitario in GB. Sarebbe accettabile questo effetto in Italia?

    • La redazione

      1)Sono senz’altro d’accordo. C’era, ed è rimasta, una chiara gerarchia data dal prestigio e dalla qualità della ricerca, che corrisponde piuttosto fedelmente alla divisione tra università e polytechics (nuove università). Ci sono però “promozioni”, ad esempio, in Lingua e letterature Inglese cinque dipartimenti in università nuove hanno ricevuto una graduatoria di 5 o più nel 2001.
      2)Le università scozzesi continuano a confrontarsi con quelle inglesi: la competizione per i fondi per la ricerca è nazionale, i vari funding councils nazionali possono fare aggiustamenti basati su condizioni locali, ma Edinburgo e Nottingham giocano con le stesse regole, sono valutate dalla stessa commissione in ogni area, e il finanziamneto segue fondamentalemte gli stessi criteri.
      3)Vero, al governo non piacciono le classifiche. La graduatoria univoca era, in teoria, difficile anche prima, visto che c’era un numero (la qualità media) e una lettera (la percentuale di ricercatori attivi sul totale di staff accademico). Anche con il nuovo sistema, i giornali (e i siti web usati da studenti stranieri) faranno sicuramente una classifica di università basate sulla media; il motivo per cui si è passati al sistema vettoriale, è per ridurre l’incentivo a escludere ricercatori attivi, ma deboli, per scattare di un gradino. In ogni dipartimento ci sono state riunioni a non finire, su chi lasciar fuori e chi mettere dentro: queste erano demoralizzanti per gli individui in questione, e una perdita di tempo per tutti gli altri. Secondo me la formula attuale (che differisce da quella del CIVR solo nell’assenza di una misura aggregata ufficiale) è migliore.
      4)Vero: nel RAE 2001 un docente assunto nell’anno precedente contava metà nel precedente dipartimento e metà in quello nuovo. Questo è però stato abolito: per il prossimo RAE conta che è in ruolo il 31/10/2007: si misura lo stock del capitale umano in un certo giorno.
      5)Vero anche questo: nel prossimo RAE inserire una persona con zero output o non inserirla non farà alcuna differenza. Penso che verranno perciò inserite più persone. Val la pena di notare, però, che c’è sempre stata una forte correlazione positiva tra punteggio di un dipartimento e percentuale di ricercatori presentati: le università migliori hanno sia ricercatori migliori, sia una percentuale più alta di ricercatori attivi.
      6)Non saprei, dipende dal bilacio pubblico e dalla volontà politica di pagare di più per ricerca di alta qualità. La mia percezione è che un professore universitario abbia, in Italia, meno potere di acquisto, ma più prestigio sociale che un professore in UK (si lamentava un mio amico ricercatore, avendo scoperto che la paga di base di un soldato semplice nel nuovo esercito volontario sarebbe stata più alta della sua!). La mia impressione è anche che, come qui, vi siano aree di ricerca in cui è molto più difficile assumere a livello internazionale che in altre, e che quindi differenzire le scale tra disciplina e disciplina potrebbe offire incentivi senza gravare troppo sul bilancio publlico. Certo l’autonomia universitaria di cui tanto si parla dovrebbe permettere agli atenei di fare almeno questo piccolo passo. Ma direi che è un punto che merita un dibattito tutto a sè.

  2. Mario Strada

    Il quadro che emerge e’ molto positivo. Mi domando se, ad avviso dell’autore, vi sono state delle conseguenze negative di questo processo radicale di modificazione iniziato a meta’ degli anni ’80 (a parte i problemi legati alle modificazioni stesse verso il meglio: storie personali, universita’ ed istituti in disarmo ecc.). Inoltre, che peso ha avuto tutto cio’ sulla didattica? Solo positivo per le ricadute della ricerca effettuata, o anche negativo per i criteri di finanziamento finalizzati soprattutto alla ricerca?

    • La redazione

      Un po’ di “short-termismo” c’è stato: la gente si preoccupava di avere le quattro pubblicazioni, e poteva evitare di seguire filoni rischiosi. Ma questo non influenzava i migliori ricercatori, comunque motivati da altri incentivi (premi nobel, riconoscimenti internazionali e così via).

      Sul secondo punto. La didattica è sempre stata un po’ la cenerentola: tra un ricercatore bravo che non sa insegnare e un ottimo docente che pubblica in modo mediocre, dipartimenti e università hanno molto spesso scelto il primo, anche prima del RAE. Il RAE non ha avuto effetti sulla didattica, perchè ha ridistribuito i fondi della ricerca tra atenei, senza alterare il rapporto di fondi tra didattica e ricerca alivello nazionale. Le cose sono cambiate negli ultimi anni, sia per la cresente importanza degli studenti stranieri, sia per il fatto che gli studenti britannici pagano le tasse: un docente che non insegna bene viene richiamato dal preside o direttore di dipartimento. L’effetto della misura diretta della didattica (il QAA) è stato, a mio avviso, meno importante.

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