La legge sulla par condicio ribadisce un principio di pari opportunità, secondo cui tutti i soggetti politici debbono avere le stesse possibilità di comunicare le proprie posizioni e programmi indipendentemente dal loro peso elettorale. In modo da garantire all’elettore le informazioni rilevanti per compiere una scelta consapevole. Modificare la legge non è auspicabile. Perché in un sistema bipolare l’esecutivo avrà meno incentivi a rispettare il mandato ricevuto se ritiene di poter compensare una cattiva azione di governo con una adeguata raffica di spot.

Con l’approssimarsi del termine della legislatura e della convocazione dei comizi elettorali il dibattito sulla par condicio diviene un tema di grande rilevanza. Con questo termine, è noto, si intende una specifica regolamentazione che viene adottata in campagna elettorale per controllare che l’informazione politica venga svolta rispettando un principio generale di corretta e bilanciata rappresentazione delle diverse posizioni. (Si veda Maiola per Francia e Inghilterra).

Cosa dice la legge

La situazione italiana è regolata dalla legge n. 28 del 22/2/2000, che si prefigge di “garantire la parità di trattamento e l’imparzialità rispetto a tutti i soggetti politici“. In particolare, questo provvedimento regolamenta due aree cruciali dell’informazione politica, distinguendo quando questa è trasmessa all’interno di programmi televisivi (telegiornali, programmi di approfondimento, dibattiti) e quando invece viene fornita direttamente dai soggetti politici in forma autogestita (spot). Per i primi la legge (articolo 5) impone il rispetto della parità di trattamento, dell’obiettività, completezza e imparzialità dell’informazione. Per i secondi vengono invece definite le regole relative al tempo giornaliero complessivo (per le televisioni nazionali non superiore al 25 per cento del tempo totale dedicato alla comunicazione politica – articolo 3) degli spot e quelle riguardanti la ripartizione del tempo totale tra i diversi soggetti politici (a parità di condizioni – articolo 4). Esistono infine limiti quantitativi al numero di messaggi giornalieri (al massimo due per ogni soggetto politico). Le sole reti televisive locali sono autorizzate a offrire messaggi politici a pagamento con uno sconto del 50 per cento sulle tariffe pubblicitarie e per un tempo non superiore rispetto a quello dei messaggi gratuiti (articolo 3).
Da questo elenco dei principali punti della legge è possibile cogliere come questa risulti vincolante su determinati aspetti della campagna elettorale, ad esempio sugli spazi autogestiti, mentre in altri casi definisca requisiti di comportamento (obiettività e imparzialità nella conduzione dei programmi informativi) non facilmente verificabili e stringenti. Mentre infatti in quest’ultimo caso plateali violazioni sono individuabili (mancanza di un ospite della coalizione contraria, giudizi espliciti del conduttore a favore di uno dei due schieramenti, eccetera) e sanzionabili (imponendo a compensazione un uguale tempo a disposizione del soggetto politico svantaggiato, escludendo dalle trasmissioni un conduttore), esiste una zona grigia dove le eventuali preferenze di un moderatore o di un giornalista possono trasparire da sfumature espressive efficaci, ma difficilmente individuabili in modo oggettivo.
È in particolare sui vincoli agli spot autogestiti che si è riscontrato un contrasto di vedute nelle forze politiche tra chi caldeggia una forte deregolamentazione su questa materia e chi intende invece mantenerla. È forse utile cercare di individuare quali possono essere le ragioni per una regolamentazione negli sforzi di promozione dei soggetti politici, e quali problemi si pongano a questo riguardo.

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Informazione e preferenze

L’obiettivo pubblico relativo all’informazione politica dovrebbe essere quello di garantire all’elettore le informazioni rilevanti per poter compiere una scelta consapevole. È quindi necessario che i soggetti politici che partecipano alle elezioni possano fornire le informazioni relative ai propri programmi e candidati. La scelta dell’elettore deriverà poi dalla valutazione delle diverse posizioni e dalle proprie preferenze e convinzioni. Informazione e preferenze appaiono quindi i due termini del problema.
Una conoscenza piena delle diverse posizioni politiche rappresenta quindi il prerequisito, da raggiungere con una informazione politica completa e da una uguale possibilità per tutti i partecipanti di illustrare le proprie posizioni. Date le informazioni disponibili, gli elettori potranno poi scegliere in modo diverso poiché mossi da convinzioni, preferenze e interessi differenti. Le elezioni democratiche debbono servire esattamente a questo scopo: rappresentare le diverse preferenze e convinzioni dell’elettorato. Non sarebbe invece desiderabile se l’esito elettorale dipendesse non solamente dalle diverse preferenze dei cittadini elettori, ma anche da una informazione non uniforme sui partecipanti, più completa e ripetuta per certi soggetti e meno per altri.
Da questa impostazione deriva direttamente l’approccio che si ritrova nella legge italiana: gli spazi di informazione gratuita debbono essere assegnati in modo uguale a tutti i soggetti politici partecipanti, senza premi o maggiorazioni per quanti abbiano ricevuto in passato un consenso elettorale maggiore. L’informazione a pagamento, inoltre, quando consentita, deve avvenire senza discriminare nessun soggetto politico: i tempi a disposizione debbono quindi essere uguali, e il costo degli spot deve essere calmierato per non avvantaggiare impropriamente i soggetti politici dotati di maggiori risorse.
In questo modo si ribadisce un principio di pari opportunità, secondo cui tutti i soggetti politici debbono avere le stesse possibilità di comunicare le proprie posizioni e programmi agli elettori indipendentemente dal loro peso elettorale.

Senza par condicio

Appare difficile invece trovare argomenti a sostegno di una impostazione che, assegnando gli spazi gratuiti in relazione al passato peso elettorale e rimuovendo i vincoli sui tempi a disposizione e sui tetti di spesa per la pubblicità a pagamento, mira a concedere di fatto maggiori possibilità ai soggetti politici con maggior consenso e con più ampie risorse proprie o dei propri elettorati e lobby di riferimento. Il risultato di tale impostazione è infatti quello secondo cui l’elettore riceverebbe una esposizione maggiore ai messaggi politici dei soggetti più popolari, creando potenzialmente una distorsione nell’espressione del voto. In questo modo, l’esito elettorale finirebbe per riflettere non solo le diverse preferenze degli elettori rispetto ai soggetti politici, ma anche il diverso grado di informazione da essi ricevuto riguardo ai contendenti.
Questa impostazione, oltre a essere in contrasto con l’esigenza di porre su un piano di parità informativa tutti i contendenti, in modo che il loro successo elettorale dipenda dalle diverse preferenze degli elettori, comporta anche potenziali effetti negativi quando guardiamo al funzionamento di un sistema democratico. In questa forma di governo la verifica elettorale rappresenta un momento cruciale per sottoporre i rappresentanti eletti ai giusti incentivi affinché portino a termine, nell’azione di governo, l’agenda di obiettivi e programmi su cui hanno ottenuto il mandato a governare. Senza un controllo elettorale forte, la prevalenza di una agenda privata dei rappresentanti eletti sarebbe inevitabile.
In questo senso assegnare un vantaggio informativo ai soggetti politici che hanno raccolto i maggiori consensi, e quindi, ad esempio, in un sistema bipolare ai rappresentanti della coalizione al governo, consente di allentare i vincoli che l’esecutivo altrimenti dovrebbe tenere in considerazione nella sua azione di governo. Se, con una adeguata raffica di spot, si ritiene di poter compensare le cattive prestazioni di governo, l’esecutivo avrà meno incentivi a rispettare il mandato ricevuto.
Analogamente, consentire una crescita senza limiti alle spese pubblicitarie in campagna elettorale favorirebbe formazioni politiche con maggiori capacità di accesso a risorse proprie o del proprio elettorato, e renderebbe i soggetti politici più esposti alle offerte delle lobby.
La specifica situazione italiana offre poi una ulteriore e originale variazione sul tema, laddove uno dei gruppi televisivi, che sarebbe tra i principali beneficiari degli investimenti in pubblicità politica, farebbe parte del patrimonio personale di uno dei contendenti, prefigurando la incredibile situazione di una formazione politica che nel fasi pubblicità finanzia indirettamente lo schieramento avversario.
Per tutte queste ragioni non si ritiene auspicabile che l’attuale regolamentazione sulla par condicio venga modificata.

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