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L’elettore incanalato

Quale influenza hanno le televisioni sulle scelte di voto? Gli studi in proposito non danno risultati univoci. Ma se il telespettatore medio della Bbc corrisponde alle caratteristiche dell’elettore medio, i dati italiani mostrano invece una correlazione molto robusta fra scelte televisive e scelte di voto. E ciascuna fonte di notizie appare poco credibile a una parte non trascurabile dell’elettorato, che perciò non si espone a opinioni contrastanti. Al di là delle implicazioni elettorali, l’anomalia mediatica italiana sembra impoverire il confronto democratico.

Si torna a discutere di televisioni e della legge sulla par condicio, che ha come obiettivo la “tutela del pluralismo, dell’’imparzialità, dell’’indipendenza” dei mezzi di informazione in periodo di campagna elettorale. Una discussione razionale di questi temi non può fare a meno di chiedersi quale influenza abbiano le televisioni sulle scelte di voto degli italiani.

Una televisione influente

Sembra di poter dire che i politici e i loro consiglieri pensano che la tv, di influenza, ne abbia molta, almeno a giudicare dall’’importanza che attribuiscono a questo tema e da quanta energia dedicano a commentare le trasmissioni televisive. E forse qui potremmo fermarci perché, si dirà, loro ne sanno certamente più di noi. In realtà, gli studi che riguardano gli effetti dei media sul comportamento elettorale danno risultati tutt’’altro che univoci. Occorre inoltre distinguere fra vari tipi e modalità di effetto (conversione, mobilitazione, agenda setting eccetera). (1)
In breve, non pochi sono i problemi che si deve porre chi voglia identificare tali effetti e discuterne seriamente.
Nel caso italiano vale però la pena di discutere anche di un altro fenomeno: “l’’incanalamento” dell’’elettore. Analizzando l’’indagine campionaria dell’’istituto Cattaneo condotta dopo le elezioni del 2001, si scopre che, fra coloro che hanno dichiarato di guardare i telegiornali prevalentemente sui canali Mediaset, il 56 per cento ha votato per la Casa delle Libertà, il 15 per cento ha votato per l’’Ulivo e il rimanente ha votato per altri partiti o non ha votato. Fra coloro che hanno seguito le news prevalentemente sulla Rai, il 43 per cento ha votato per l’’Ulivo e il 25 per cento per la Cdl. Nel 1996 le proporzioni non furono significativamente differenti, sebbene ovviamente più favorevoli all’’Ulivo, che ottenne più voti e vinse le elezioni. La stessa sostanziale polarizzazione si riscontra nella quota proporzionale: nel 2001, tre voti su quattro per Forza Italia, e solo uno su cinque per l’’Ulivo, vennero da ascoltatori dei telegiornali Mediaset.
Questi dati non implicano che gli elettori siano stati influenzati nelle loro scelte dai telegiornali. È anzi probabile che buona parte di questa correlazione sia dovuta all’’effetto contrario: ossia, elettori che erano già favorevolmente predisposti verso la Casa delle Libertà abbiano preferito i canali Mediaset, mentre i sostenitori dell’’Ulivo sceglievano i canali Rai. Ci sono molti motivi per cui questo può accadere: diversi studi, ad esempio, sembrano indicare che gli elettori sono alla ricerca di informazioni che confermino piuttosto che contraddicano quello che pensano (confirmatory bias). È addirittura possibile che, quando un telegiornale (o un quotidiano) contraddice le nostre opinioni, si arrivi a considerarlo di cattiva qualità, quindi evitando di guardarlo ancora in futuro.

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No, non è la Bbc

Questo fenomeno di esposizione selettiva è molto comune, anche in democrazie che hanno una tradizione tutto sommato più consolidata della nostra. Dai dati del British Election Study, ad esempio, si evince che, nelle elezioni del 2001 in Gran Bretagna, circa il 60 per cento dei lettori del Guardian, tradizionalmente schierato a sinistra, votò per il partito laburista, rispetto al 17 per cento dei lettori del Daily Telegraph, vicino ai conservatori.
Se però l’’esposizione (politicamente) selettiva è piuttosto normale per i quotidiani, rimane un fenomeno molto più raro nel mondo delle televisioni. In buona parte delle democrazie avanzate, e con qualche rara eccezione (ad esempio Fox News negli ultimi anni negli Stati Uniti), le televisioni, proprio per il fatto di rivolgersi a un pubblico ampio piuttosto che di nicchia, tendono ad assumere posizioni politicamente sfumate e dunque di solito non polarizzano l’’opinione pubblica. Questo è un dato importante perché la televisione raggiunge molte più persone, spesso con opinioni meno definite, ed è quindi un mezzo elettoralmente molto più potente dei quotidiani.
Tornando al Regno Unito e provando a vedere come si dividono elettoralmente i telespettatori della Bbc (o anche di altri canali), ci si accorge di fatto che le variazioni rispetto al risultato elettorale complessivo sono minime. In altri termini, il telespettatore medio della Bbc corrisponde anche alle caratteristiche dell’’elettore medio.
I dati italiani mostrano invece una correlazione molto robusta fra scelte televisive e scelte di voto: il telespettatore medio delle reti Mediaset corrisponde maggiormente all’’identità dell’elettore medio di centrodestra. Dunque, o gli elettori sono in qualche modo influenzati dalle televisioni o, altrimenti, selezionano i canali in modo partigiano, percependone una chiara scelta di campo. Si noti che tale percezione non è infondata, visto che i dati dell’’Osservatorio di Pavia confermano in pieno il diverso comportamento di Mediaset e Rai, almeno finché il centrosinistra è stato al governo. (2)
A scavare ulteriormente nei dati si scopre infine che la forte polarizzazione delle abitudini televisive degli italiani alle ultime elezioni politiche ha qualcosa a che fare con le predisposizioni di tipo ideologico o con opinioni su problemi specifici. E, tuttavia, ha molto di più a che fare con la valutazione che si dà della persona e dell’’operato di Silvio Berlusconi, al tempo stesso candidato di una delle coalizioni e proprietario di uno degli “schieramenti” mediatici. Elettori che esprimono un giudizio favorevole su Berlusconi non solo sono, come è ovvio, più propensi a votarlo, ma esprimono anche una valutazione molto più positiva delle reti Mediaset e dunque sono più propensi a esserne ascoltatori. Qui ovviamente si entra nel campo dei possibili effetti di lungo periodo, troppo difficili da identificare perché se ne possa parlare concretamente e, ciononostante, potenzialmente non meno importanti.

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Le conseguenze sul dibattito politico

Al di là delle possibili conseguenze in termini di voti, resta dunque da chiedersi quali siano le implicazioni di questa simbiosi fra canali televisivi e partiti per il nostro dibattito politico. Un elemento che emerge dai dati è che ciascuna fonte di notizie appare poco credibile a una parte non trascurabile dell’elettorato. Di conseguenza, molti elettori non si espongono a opinioni contrastanti, ma, nella migliore delle ipotesi, restano “incanalati” nella propria area di influenza.
Per concludere, è difficile negare l’importanza della “deliberation”, del dibattito che precede la presa di decisioni collettive, nella vita e nella crescita di una democrazia. Attraverso la discussione razionale, pur nella diversità di opinioni, tutti possono crescere e farsi idee più precise e consistenti su quali siano i problemi più urgenti e su come risolverli.
L’’anomalia mediatica italiana sembra purtroppo avere, al di là delle sue implicazioni elettorali, anche la conseguenza di non favorire il dibattito e il confronto di idee. (3)


(1)
Per una rassegna si veda il saggio di Mauro Barisione “Gli effetti delle comunicazioni politiche di massa sul voto: un panorama delle ricerche” in G. Sani (a cura di), Mass media ed elezioni, Bologna, Il Mulino (2001).

(2)
Si veda al riguardo l’’interessante saggio di Sani e Legnante “La politica in televisione (1997-99)”, in G. Sani (a cura di) “Mass media ed elezioni”, Bologna, Il Mulino (2001).

(3)

Ulteriori dettagli sono disponibili in un paper in inglese scaricabile dalla seguente Url: http://personal.lse.ac.uk/LARCINES/Channelled.pdf.

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10 commenti

  1. Simeone Russo

    Purtroppo da oltre dieci anni la sorte della politica italiana è legata al dipanarsi di logiche e di atti di comunicazione e marketing politico.
    All’elettore italiano è stata somministrata una sconvolgente dose di immagini e discorsi, quadretti surreali. La vita quotidiana è diventata più difficile, sorgono nuove problematiche mentre si acuiscono quelle antiche di un lavoro che manca e di un divario economico sociale fra classi che inceppa il funzionamento dell’ “ascensore sociale” (esiste in Italia?). L’elettore, a mio avviso però, non è solo vittima, ma anche artefice di questa situazione. Chiuso nel raggio di interessi della sua vita, si è dimenticato del suo Paese, che forse ama solo quando gioca la nazionale di calcio. Alla sera continua a farsi imbonire dalla tv; perchè se no a chi gioverebbe tanto apparire? Un programma, non dettagliato, non con numeri e virgole, poche pagine che dicessero che ci sono i problemi urgenti A, B, C a cui potremmo dare (condizionale d’obbligo) le risposte X, Y, Z. Poi la bella trovata del ritorno al proporzionale! Italiani, spegnete la tv, accendete il cervello!

  2. alberto bisin

    Segnalo il lavoro di Stefano della Vigna e Ethan Kaplan che identificano un effetto (abbastanza limitato) di Fox News sulle presidenziali negli Stati Uniti.
    http://emlab.berkeley.edu/users/sdellavi/wp/foxvote05-10-15b.pdf

    • La redazione

      Grazie per la segnalazione. In effetti gli studi piu’ recenti mostrano ormai chiaramente che la televisione ha un effetto sui comportamenti di voto, anche se resta difficile da quantificare. Per chi voglia saperne di piu’ suggersico anche di dare un’occhiata ai lavori di Steve Ansolabehere (MIT), Larry Bartels (Princeton), Shanto Iyengar (Stanford). e John Zaller (UCLA).

  3. Matteo Olivieri

    La guida nelle opinioni esercitata dai tg è in relazione anche ad altri eventi televisivi in cui gli stessi giornalisti sono conduttori, intervistano, ecc.. Le intere testate di informazione si giocano gli ascoltatori nei modi più diversi e spesso scelgono il basso profilo per non scontentare nessuno (Lecciso passion). La guerra dei contenuti è senz’altro minoritaria nel dirigere i voti o nel condizionare gli ascolti di parte, ma è un ulteriore fattore che limita lo scambio di idee. Il reality show ne è la dimostrazione più evidente, riuscendo ad entrare anche in molti tg. Se posso esprimere un parere del tutto personale il problema non è tanto di mediaset quanto di rai, specie in rapporto alla BBC britannica. Comunque la si pensi il servizio pubblico non è stimato tale da gran parte degli elettori – contribuenti – teledipendenti. Allora lo scambio di idee ha già un suo luogo di elezione, il forte servizio pubblico italiano. Se poi ci si preoccupa della perdita di ascolti si rivolgano gli sforzi sugli altri programmi di informazione delle testate, ma lasciamo stare i tg.
    P.S.: tali considerazioni sono vigenti finchè tale lo sarà la legge Gasparri & C, in piena amnesia della concessioe pubblica di cui godono le reti Silvioset.

    • La redazione

      Sono d’accordo con lei, la RAI in primo luogo dovrebbe essere messa in condizione di fare meglio: sottraendola all’influenza dei partiti, cosa che al momento appare assai remota. Pero’, come giustamente ricorda, le frequenze sono un bene scarso dato in concessione: e gli italiani hanno dunque diritto a che anche le reti private vengano usate nell’interesse pubblico, compatibilmente con i vincoli del mercato. In assenza di concorrenza e di una reale possibilita’ di entrata di nuovi soggetti questo e’ molto difficile. Purtroppo i cittadini italiani sono stati di fatto espropriati del loro diritto ad una informazione equilibrata, altro che esproprio proletario!

  4. Michele

    ..canticchiava Renzo Arbore in una sua trasmissione arcinota. Continuiamo a ripeterlo, forse neppue accorgendoci che la stessa BBC è cambiata e, comunque, costituisce solo una nicchia. per quanto importante, nel panorama informativo inglese.
    Ovviamente, in tempo di campagna elettorale, il tema dell’informazione televisiva tende ad assumere più evidenza anche se, sospetto, soprattutto in ambienti colti che la televisione la usano poco comunque.
    L’onnipresenza di Berlusconi fa il resto e, tuttavia, rischia di sviare l’attenzione. Perchè il problema non sta tanto in questa o quella nicchia informativa o nel chiedersi quanto la televisione possa influenzare scelte elettorali a breve scadenza.
    Come dimostra ironicamente Blob sovvertendolo e giocandoci, la televisione è un flusso e l’organizzazione dei palinsesti è la sua reale struttura. nella quale le singoli trasmissioni, per quanto apparentemente più o meno importanti, acquistano rilievo nella continuità e nel saperla mantenere. Il problema, mi pare, dal punto di vista dell’imprenditore televisivo è acchiappare lo spettatore e tenerselo per più tempo possibile, in un flusso appunto nel quale – non a caso – i generi spesso si rimodellano e si mescolano confondendosi.
    Più che di questioni come la par condicio – pure entro certi limiti rilevante – mi sembra che ci si dovrebbe occupare dei meccanismi che intessono e mantengono il rapporto tra telespettatore e televisione, fatto di un gioco di rispecchiamenti, proiezioni e identificazioni che conformano i comportamenti sociali ben più a lungo di quelli elettorali.
    Limitarsi a dire – come fece Popper – “televisione cattiva maestra” è un pò come fermarsi sulla soglia del problema e liquidarlo ideologicamente. Mi sembra abbia spiegato molto di più il rapporto spettatore-emittente – seppur rozzamente – Videodrome di Cronenberg. Ma già molto aveva scritto, a proposito di proiezione/identificazione degli individui, W. Benjamin, che pure la televisione non l’aveva sperimentata.

  5. Antonino Russo

    La forte correlazione tra il voto eletorale e le preferenze televisive del pubblico italiano (non tento di riflettere sul fatto che sia una prerogativa tutta italiana perchè non vorrei ripensare le mie credenze relative all’ininfluenza genetica sui comportamenti) ha valore descrittivo e non esplicativo cosi come peraltro affermato chiaramente dall’autore dell’articolo.
    vorrei esplicitare (essa è presente tra le righe dello stesso articolo e tra quelle dei successivi commenti) una possibile spiegazione: il comportamento volto a trovare conferme esterne e di sistema all’idea che si ha della propria identità socio-politica è quel “bias” necessario a sostenere il meccanismo della rappresentanza che trova nella delega politco sociale sotanza ultima. Si tratta di una necessaria semplificazione che consiste nella riduzione a schemi delle proprie identità (comprensive di bisogni e risorse)
    Quando, come soggetto o come gruppo, mi spoglio della facoltà di agire direttamente per i miei bisogni diciamo collettivi, ho bisogno di costruire una “impalcatura” di convinzioni/adesioni in cui identificarmi per liberarmi dall’ansia della responsabilità: dunque leggo solo il Manifesto ovvero vedo e ascolto il Tg4. L’informazione diventa “confermazione”.

  6. Giuseppe Scalas

    Secondo me dire che i contatti televisivi rappresentano il momento della deliberation non è una base per una regolamentazione. Infatti l’elettore dev’essere libero di scegliere tempi, criteri e fonti per la deliberation, e di tenersi i suoi bias se vuole. Più interessante sarebbe capire la reale pervasività dei in base allo schieramento politico, usando un’unità oggettivache può essere i minuti persona (numero di minuti di contatto per persona moltiplicato le persone contattate).
    Lo schieramento dei media può essere misurato col metodo della issue ownership, ovvero quante issues fatte proprie da uno schieramento sono affrontate dal mezzo di comunicazione in un modo che supporta il punto di vista dello schieramento.
    È uno studio che ci direbbe quanto è il reale sbilanciamento nella presenza mediatica delle varie parti politiche.

    • La redazione

      Il suo suggerimento e’ molto interessante, ma solo parzialmente in tema. Di certo il bias dei media puo’ essere misurato in molti modi, anche usando, come lei suggerisce, il criterio della “issue ownership”. Per chi volesse capire meglio cosa vuol dire, c’e’ un lavoro molto interessante condotto da Riccardo Puglisi sul bias del New York Times. Il punto del mio articolo, pero’; non e’ quello di misurare il bias: per farlo occorre guardare all’offerta di news. Io invece ho cercato di guardare al comportamento degli elettori-spettatori italiani, riscontrando una anomalia, per lo meno rispetto a paesi socio-economicamente simili al nostro. Ovviamente, come dice lei, ognuno e’ libero di informarsi come vuole ed ha pieno diritto ai suoi bias. Ma libero di informarsi significa avere l’opportunita’ di confrontare le alternative e questo, purtroppo, la nostra televisione non lo fa o lo fa male. Non voglio fare l’esterofilo (e non lo sono) ma le consiglio, se ne avra’ l’opportunita’, di seguire un qualsiasi dibattito politico in Gran Bretagna (su qualunque canale pubblico o privato) per rendersi conto dell’abisso che ci divide da una deliberation che funziona: politici che fanno proposte concrete, che argomentano pro e contro senza insultarsi ma badando ai ragionamenti, giornalisti che incalzano con le domande piu’ insidiose (proprio quelle che il politico non vuole sentirsi rivolgere) e che non mollano la preda fino a quando non ottengono risposte precise. Perche’ in Italia questo non c’e’? Perche’ la nostra dialettica politica e’ molto piu’ simile a quella di una fragile democrazia del terzo mondo? Com’e’ possibile che un primo ministro possa occupare le televisioni a tempo pieno con comizi senza contraddittorio? E dove sono i programmi, le proposte, le nuove idee per far ripartire un paese alla frutta secca? Forse gli italiani sono piu’ stupidi o i nostri giornalisti piu’ incompetenti? Non credo proprio. L’eccessiva vicinanza fra partiti e televisioni (o addirittura la totale identificazione fra gli uni e le altre) e’ deleteria in quanto crea incentivi sbagliati e troppo spesso (non sempre, per fortuna) fa dipendere la carriera di un giornalista non dall’intelligenza delle sue domande ma dall’affidabilita’ del suo servilismo: piu’ servile sei piu’ vai in alto e quello piu’ in alto e’ il piu’ servile di tutti. Si badi bene: questo era un problema anche prima di Berlusconi, con la lottizzazione. Eppure siamo riusciti a peggiorare, e di molto. Non sara’ un caso se Freedomhouse, un think tank americano indipendente e certamente non di sinistra, ha tolto l’Italia dal novero dei paesi con una informazione libera. Vada su questo link: http://www.freedomhouse.org/template.cfm?page=16&year=2005. Contiene una mappa della liberta’ d’informazione nel 2005: notera’ che c’e’ un solo paese colorato in giallo in Europa occidentale (ed e’ anche l’unico dei 25 paesi EU), e che diversi paesi africani e sudamericani risultano piu’ liberi di noi. Che sia una delle solite congiure dei bolscevichi?

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