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Lo tsunami dell’università italiana

L’anali dei dati demografici dei docenti universitari italiani rivela un numero sproporzionato di coloro che appartengono alla fascia compresa tra i cinquantacinque e i sessanta anni. Il picco anomalo si sposta nel tempo man mano che il personale invecchia, ricordando la propagazione di un’onda solitaria. Il “terremoto” che l’ha provocata è la legge 382/1980 che ha assunto ope legis una vasta classe di figure orbitanti nel mondo universitario. Che succederà tra quindici anni, quando tutti questi professori arriveranno all’età della pensione?

La struttura demografica dei docenti universitari italiani rivela molte delle patologie da cui è affetta la nostra università: i professori italiani sono di gran lunga più vecchi di quelli degli altri paesi e i giovani trovano enormi difficoltà a inserirsi, con la precarizzazione del lavoro che ne consegue. Il fenomeno più inquietante è però dovuto alle assunzioni ope legis avvenute in passato che hanno creato uno tsunami demografico i cui effetti, se non si interviene prontamente, saranno devastanti anche nei prossimi anni.

La demografia accademica in Italia

L’ufficio di statistica del ministero dell’Istruzione, università e ricerca mette a disposizione del pubblico i dati demografici dei docenti universitari italiani. La nostra analisi è riassunta nel grafico riportato nella figura 1 dove mostriamo la struttura delle età dei docenti alla fine del 2004. L’elemento che salta subito all’occhio è il numero sproporzionato di coloro che appartengono alla fascia compresa tra i 55 ed i 60 anni rispetto alle classi di età adiacenti. Questo picco anomalo si sposta nel tempo man mano che il personale invecchia e ricorda la propagazione di un onda solitaria: lo tsunami. Il “terremoto” che lo ha provocato è la legge 382/1980 che ha assunto ope legis come ricercatore e professore associato una vasta classe di figure orbitanti nel mondo universitario. Tra circa quindici anni l’onda anomala raggiungerà la “costa” dell’età pensionabile e, se non si interverrà in tempo, sarà necessario assumere in massa nuovo personale per sostituire i docenti che andranno in pensione. La tendenza attuale va in tutt’altra direzione visto che negli ultimi anni la legge sul reclutamento dei docenti universitari (210/1998) ha favorito la promozione del personale esistente piuttosto che l’assunzione di nuovo personale. Inoltre, l’età dei nuovi assunti, compresa tra i 35 e i 45 anni, indica un lungo periodo di precariato. La recente legge Moratti, con l’abolizione del ruolo di ricercatore, non fa che aggravare la situazione.

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La legislazione sul pensionamento dei professori universitari

La distribuzione delle età dei professori universitari è legata alla legislazione che ne determina il pensionamento. In Italia, i lavoratori vanno in pensione in genere a 65 anni, mentre i professori universitari lo fanno più tardi. Si tratta di un’antica tradizione:il Regio decreto 1592/1933 fissa l’età pensionabile dei professori universitari a 75 anni. Nel dopoguerra la regola viene lievemente modificata e la legge 498/1950 introduce la collocazione fuori ruolo a 70 anni, e la pensione definitiva a 75. Il limite viene mantenuto fino alla legge 382/1980 che abbassa l’età di collocamento fuori ruolo a 65 anni e quella della pensione a 70. Un cambiamento così “rivoluzionario” non poteva durare a lungo e infatti la legge 230/1990 ristabilisce la normativa precedente, definendo “opzionale” il collocamento fuori ruolo a 65 anni. Come se ciò non bastasse, con il decreto legge 503/1992 si permette ai dipendenti dello Stato di rimanere in servizio per un ulteriore biennio oltre il limite di età, innalzando quindi l’età di permanenza in ruolo dei professori sino a 72 anni. Infine, la riforma Moratti (203/2005) abolisce la permanenza fuori ruolo e fissa a 70 anni l’età della pensione, ma questo non cambia nulla, visto che la norma si applica solo ai nuovi assunti.

Il confronto con gli altri paesi

Una recente ricerca del Miur mostra come l’Italia sia tra i paesi con il più alto numero di docenti ultracinquantenni (42 per cento) pari solo a quello del Giappone e della Francia, mentre in Spagna e in Germania questa percentuale scende a circa il 27 per cento. (1)
Questo dato, ancorché allarmante, cela purtroppo una situazione ancora più drammatica. Da un’analisi dell’intera distribuzione delle età nei vari paesi si può notare che la percentuale di docenti ultrasessantenni raggiunge in Italia il 22,5 per cento, mentre questo valore in Francia è del 13,3 per cento, per scendere nel Regno Unito all’8 per cento. (2) Inoltre, la percentuale di docenti d’età inferiore a trentacinque anni è del 4,6 per cento in Italia, contro il 16 per cento nel Regno Unito e l’11,6 per cento in Francia. Se consideriamo invece solo i professori ordinari vediamo che in Italia il 40 per cento di questi ha più di sessanta anni e l’80 per cento più di cinquanta. In Francia queste percentuali sono rispettivamente del 20 e del 65 per cento. Ricordiamo che in Francia e Regno Unito, così come nella maggioranza dei paesi europei, i professori universitari vanno in pensione a sessantacinque anni. (3)
Il caso degli Stati Uniti merita un discorso a parte, poiché dal 1994 non esiste più un limite obbligatorio per l’età pensionabile, che sino ad allora era fissata a 70 anni. Ciononostante, la percentuale di docenti con meno di 35 anni è del 7,3 per cento (contro il 4,6 per cento dell’Italia) e quella degli ultra sessantacinquenni è del 5,4 per cento (contro il 10 per cento dell’Italia). (4)
Per ovviare ai problemi dell’università italiana occorre un’inversione di rotta, con un ringiovanimento del personale accademico. Un processo che dovrebbe cominciare subito, per evitare di essere costretti a ripetere le assunzioni indiscriminate avvenute nel passato, palesemente contrarie alla meritocrazia, precludendo così la carriera accademica ad alcune generazioni a vantaggio di altre sulla base di criteri puramente anagrafici. È evidente che lasciando le cose come stanno non si può sperare di invertire la fuga dei cervelli e riportare l’università e la ricerca italiana al livello di quella degli altri paesi sviluppati. (5)

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Figura: 1: La distribuzione delle età dei docenti universitari al 31-12-2004. Fonte MIUR-URST e AFAM- Ufficio di Statistica

 

(1) L’università in cifre 2005, http://www.miur.it/ustat/documenti/pub2005/index.asp

(2) I dati sono ottenuti per l’Italia dal Miur-Urst e Afam-Ufficio di Statistica (rilevamento 2004), per la Francia dal rapporto sulla “Démographie des personelles eneseignant” del ministere de l’Education nationale (rilevamento 2004-2005), per il Regno Unito dall’Hesa, Individualised Staff Records (1999-2000), per gli Stati Uniti dal US Department of Education, National Center for Education Statistics, 1999 National Study of Postsecondary Faculty (Nsopf: 99)

(3) Per un confronto dei sistemi universitari europeri vedi http://www.eurydice.org/

(4) Per un’analisi dell’invecchiamento dei professori americani vedi O. Ashenfelter and D. Card, “Did the elimination of mandatory retirement affect faculty retirement flow?”, NBER working paper 8378 http://www.nber.org/papers/w8378

(5) Per uno studio più dettagliato, diviso per facoltà e per anno, si rimanda a http://pil.phys.uniroma1.it/~sylos/tsunami1.html

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Che fine faranno confische e sequestri

  1. Marco Tingoli

    Credo che l’unica ragionevole soluzione al problema dell’assunzione di una intera generazione a scapito delle successive, sia quella di evitare che quella più numerosa se ne vada in blocco e per fare questo basterebbe mandarci in quiescenza tra 65 e 70 anni, ciò che già accade in altri paesi avanzati. Questo dovrebbe però valere per tutti, ovvero anche per coloro che a partire dai Provvedimenti Urgenti per l’Università del 1973, hanno condizionato fortemente in più di trenta anni le scelte dell’Università, compreso il ricambio generazionale.

  2. Giovanni Maglio

    Giova ricordare che che la 382/80 ha favorito l’immissione in tempi brevi di molti docenti anche a causa del passaggio da una Università di elité ad una di massa. Per evitare una seconda anomalia si potrebbe agevolare il graduale prepensionamento degli ultrasessantenni offrendo contratti d’insegnamento per 3-5 anni e bandendo concorsi per giovani docenti.

  3. Paolo Zappavigna

    Sono d’accordo sul favorire il pensionamento in età meno avanzata consentendo forme di uscita “morbida” quali contratti di insegnamento, possibilità di ricerca, part time e simili.

  4. Guido Martinotti

    Non penso sia giusto dare la croce addosso alla 382. Il fenomeno della “bolla demografica” nella coorte entrata nel sistema universitario è comune a tutti i paesi che hanno ampliato l’educazione terziaria negli anni ’60-’70. Negli USA è stato studiato con molto anticipo (vedi tra l’altro William G.Bowen and Julie Ann Sosa, Prospects for Faculty in the Arts and Sciences, Princeton University Press, Princeton 1989. Ma anche in Italia è stato segnalato dal gruppo di lavoro per la Programmazione universitaria del Piano Triennale 1991-1993 presieduto da Antonio Ruberti, che forse sarebbe giusto citare. La responsabilità non è della 382, ma dei governi che non hanno effettuato nessuna azione di smoothing della curva, favorendo interventi peristaltici con grossi blocchi di concorsi. Il peggio lo ha fatto la Moratti con la famosa “riforma” tanto lodata anche da docenti di sinistra, che provocherà un altro ingorgo di qui a una coorte futura (10-15 anni). Ma il sistema ha una sua capacità di reazione con i posti a contratto (adjuncts nel sistema americano) che tra non molto creeranno notevoli problemi di precariato. Così il governo va in una direzione e il sistema in quella opposta, temo sullo stesso binario.

  5. Giuseppe Saccomandi

    Non credo che i mali dell’università italiana siano una, pur anomala, distribuzione dell’età dei suoi docenti e ricercatori, ma piuttosto la loro qualità professionale e la loro moralità.
    Soprattutto quello della moralità sembra essere un nodo insormontabile. Non esiste legge o riforma che in Italia non venga gabbata e piegata (qualunque sia lo spirito, l’origine e lo scopo) ai soliti comodi.

  6. Matteo Olivieri

    Risolvere la curva di invecchiamento dei nostri baroni è un problema che investe condizioni sindacali fortissime, come in tutti i campi nel nostro paese.
    L’uscita di questi protagonisti dalle aule e dai laboratori è un’impresa titanica, persino più difficile del rientro o del mantenimento dei cervelli. I riflessi li conosciamo, voglio citare su tutti l’epidemia di accademismo che colpisce ricercatori, assistenti, associati e soprattutto studenti. Insomma le nuove leve insegnano spesso in maniera obsoleta concetti obsoleti, perchè questo è il metodo impartitogli.
    Nel campo della ricerca stendiamo un velo pietoso: sarebbe interessante calcolare il rapporto tra fondi destinati allo studio del pecorino e fondi destinati all’idrogeno.
    All’interno dell’Università, come di tutti gli enti pubblici, c’è oggi un estremo bisogno di monitorare la spesa dei fondi, di rendicontarla, di sfruttarla e rivolgerla al meglio verso risultati palpabili.
    Il raccordo tra settore tecnico ed amministrativo è spesso una chimera. Perchè non rivolgere le energie dei baroni a un’attività di passacarte che tanto tempo toglie alle giovani menti?
    Sfido chiunque a definire questa un’attività di poco conto, è oggi forse una delle necessità più impellenti.

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