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Chi si è preso i guadagni di produttività

Il boom dell’economia americana non ha finora prodotto benefici per tutti. Anzi. Le analisi più recenti mostrano che ad aumentare il loro reddito reale in proporzione pari o maggiore alla crescita della produttività aggregata sono stati in pochi. E’ la conferma di un cruciale dilemma della New Economy: per accelerare, la crescita ha bisogno di rapido progresso tecnico e di un ambiente competitivo, ma i suoi frutti si distribuiscono in modo diseguale. E il riassorbimento delle disuguaglianze non è scontato in un’economia poco sindacalizzata e con un limitato intervento redistributivo dello Stato.

Una delle conclusioni più comunemente accettate dell’economia è che una rapida crescita della produttività è la base per una duratura crescita dei redditi. Forse non è così. Ce lo insegna l’esperienza degli Stati Uniti negli ultimi dieci anni – cioè nel periodo del boom successivo all’introduzione di Internet e delle tecnologie dell’informazione.

Il prolungato boom di produttività dell’economia americana

È dalla metà degli anni Novanta che si discute delle cause del ritorno alla crescita della produttività nell’economia americana. Fino al 2000, però, è stato difficile capire se il boom era temporaneo o permanente.
Gli ottimisti, come Dale Jorgenson di Harvard e Kevin Stiroh della Fed di New York, usavano due parole chiave: miniaturizzazione e Internet. La miniaturizzazione (il processo di riduzione dello spazio fisico occupato dai microprocessori) garantisce una persistente tendenza alla riduzione dei costi di produzione del bene più importante di tutti nella società dell’informazione ( i microprocessori, appunto). E l’avvento di Internet assicura la crescita stabile della domanda dei beni e servizi che la miniaturizzazione consente di produrre a costi sempre minori. In poche parole, un circolo virtuoso che espande il mercato dell’Ict (e il resto dell’economia, sempre più fatta di servizi che usano in modo particolarmente intensivo questi beni e servizi).
Ma c’era anche chi (come Bob Gordon di Northwestern) era dubbioso sulla sostenibilità del boom di produttività. . Prima di tutto, gli aumenti di velocità impressi nei chip di nuova generazione cominciavano a provocare aumenti non marginali nei consumi energetici e nelle necessità di refrigerazione, in pratica sollevando dubbi sulla persistenza del processo di riduzione di costo dei semiconduttori. Inoltre, alcune condizioni alla base del boom nella domanda di computer degli anni Novanta (la creazione del World Wide Web, la paura del Millennium Bug) erano, per ragioni diverse, irripetibili.
I dati del 2001-04 hanno indotto anche il più cocciuto dei pessimisti a cambiare idea: in questo periodo, la produttività per ora lavorata è aumentata del 2,8 per cento nell’economia americana nel suo complesso (e del 3,6 per cento nel settore privato non agricolo), senza curarsi dell’11 settembre, della recessione del 2001, dei fallimenti delle dotcom, né degli scandali finanziari di Enron e WorldCom. Se la produttività continua a crescere a dispetto di shock negativi di tale portata, vuol dire che nell’economia americana c’è veramente qualcosa di nuovo. Tutti si sono quindi convinti che stia vivendo davvero un periodo di grazia, essenzialmente generato dal felice assorbimento delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nell’economia e nelle istituzioni americane.

Dove sono finiti i guadagni di produttività?

Tutto bene dunque? Non proprio. L’aumento della produttività si è manifestato in parallelo con un aumento più timido dell’occupazione e soprattutto dei salari orari e dei redditi reali della maggior parte delle famiglie americane. Se, come ha fatto Bob Gordon in un recente lavoro, si confrontano i dati sui redditi da lavoro e da capitale con l’andamento della produttività, emerge che la maggiore ricchezza generata dall’aumento di produttività è andata a finire nelle tasche di pochi. (1) Non tanto per l’aumento della quota dei profitti sul reddito complessivo (sulla base dei dati di Gordon, la quota dei profitti depurata degli effetti del ciclo economico è anzi leggermente diminuita tra il 1966 e il 2001), ma piuttosto a causa dell’accresciuta disuguaglianza nella distribuzione dei redditi da lavoro.
I salari reali medi sono aumentati grosso modo in linea con l’aumento medio di produttività (un po’ meno veramente). Ma l’andamento medio dei salari è il risultato di andamenti molto differenziati tra le varie categorie di percettori di reddito. E infatti l’aumento reale di stipendio del lavoratore mediano (il lavoratore che sta esattamente a metà della distribuzione del reddito, tra il 50 per cento che ha visto aumento gli aumenti più elevati e il 50 per cento che ha visto gli aumenti meno elevati) è cresciuto in modo insignificante. Per trovare una categoria di lavoratori il cui reddito sia aumentato in linea con gli aumenti di produttività (o di più) bisogna arrivare fino al novantesimo percentile della distribuzione. Come dire che il 90 per cento dei lavoratori americani ha visto aumentare il proprio salario meno degli aumenti medi di produttività dell’intera economia. Il 10 per cento nella parte “fortunata” della distribuzione ha incassato la maggior parte dei frutti del boom, gli altri molto meno o quasi niente.

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Perché le disuguaglianze sono aumentate

Perché i guadagni di produttività si sono distribuiti in maniera così diseguale? Per due ragioni complementari. Come documentato da Bob Gordon, i bassi tassi di sindacalizzazione, la concorrenza dei produttori di paesi a basso costo del lavoro e l’immigrazione di lavoratori non qualificati dai paesi confinanti hanno certamente schiacciato verso il basso i redditi dei lavoratori non qualificati, che più di altri (non solo negli Stati Uniti) finiscono per pagare i costi di impatto della crescente apertura delle economie. Il successo del 10 per cento più fortunato (e ancora di più quello dell’1 per cento più in alto di tutti, i top manager, le star del mondo della televisione e dello sport) è invece sostanzialmente il risultato del cosiddetto digital divide. Le nuove tecnologie richiedono livelli di istruzione ed esperienza più elevati che in passato per svolgere la maggior parte delle mansioni. Nello stesso tempo, tecnologie come quella televisiva o di Internet rendono disponibile a tutti a costi molto contenuti i beni o servizi offerti dai pochi fortunati in possesso di abilità non facilmente riproducibili. Dalla combinazione di questi elementi nasce il digital divide che ha contribuito a trasformare il mercato del lavoro in un mercato per superstar, in cui cioè i pochi che possiedono le competenze si prendono tutta la torta.
Di per sé, il fatto che si manifesti una così marcata differenziazione negli esiti del mercato del lavoro non porta necessariamente a gridare allo scandalo. Dopo tutto, la società americana, al contrario di quella italiana, è caratterizzata da elevata mobilità sociale. Quindi, nessuno rimane “lavoratore mediano” per tutta la sua vita lavorativa. Se la mobilità sociale fosse perfetta, la probabilità di partecipare alla divisione della torta dei guadagni di produttività in una posizione fortunata o sfortunata sarebbe la stessa e non ci sarebbe ragione di preoccuparsi per l’aumento delle disuguaglianze: oggi a me, domani a te, si potrebbe dire. Ma i dati dell’Agenzia delle entrate americana (l’Internal Revenue Service) suggeriscono che la mobilità sociale non è molto elevata nemmeno in America – la Terra delle Opportunità. Chi guadagna tanto oggi è molto probabile che continui a guadagnare tanto anche domani. La presenza di disuguaglianza è una componente stabile della società americana fin dagli anni Settanta. Già allora si parlava di un progresso tecnico che favoriva coloro che fossero dotati delle necessarie abilità. Ma è solo negli ultimi dieci anni che le forze della tecnologia hanno dispiegato pienamente la loro potenza, producendo simultaneamente il boom della produttività e quello delle disuguaglianze. (2)

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Conclusione

Il boom dell’economia americana – motivo di invidia per i grandi paesi europei – non ha finora prodotto benefici per tutti. Le analisi statistiche più recenti mostrano che ad aumentare il loro reddito reale in proporzione pari o maggiore della produttività sono stati davvero in pochi – il 10 per cento più alto della distribuzione dei redditi da lavoro o giù di lì. È la conferma di un cruciale dilemma della New Economy: per accelerare, la crescita ha bisogno di rapido progresso tecnico e di un ambiente competitivo, ma i suoi frutti tendono a distribuirsi in modo diseguale. È difficile che in un paese in cui politiche fiscali tendenti a ridurre il peso dello Stato godono di così ampio consenso, le potenti tendenze della società dell’informazione possano essere rovesciate con politiche pubbliche di redistribuzione del reddito. Ci si può però chiedere: per quanto tempo l’aumento delle disuguaglianze osservato in questi anni continuerà a essere socialmente tollerabile per la maggior parte degli americani?

(1) Ian Dew-Becker and Robert J. Gordon, “Where did the Productivity Growth Go? Inflation Dynamics and the Distribution of Income”, Brooking Papers on Economic Activity, 2005:2, in corso di pubblicazione.

(2) Chi ha dato i principali contributi allo studio dello “skill-biased technical change” è l’economista del Mit di Boston Daron Acemoglu, che ha recentemente ricevuto la Clark-Bates Medal come miglior economista americano sotto i 40 anni. I suoi principali articoli sull’argomento sono: Acemoglu, Daron, “Why Do New Technologies Complement Skills? Directed Technical Change and Wage Inequality” Quarterly Journal of Economics, CXIII (1998), 1055-1090; “Directed Technical Change” Review of Economic Studies, (2002), 69, 781-810; “Patterns of Skill Premia”, Review of Economic Studies, (2003a), 70, 199-230.

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Sommario 12 gennaio 2006

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Due pareri sulla TAV

  1. Pietro Della Casa

    Egregio dott. Daveri,
    Trovo molto interessante il fatto che si cominci a quantificare la discrepanza tra la crescita di produttività e la crescita dei redditi, con particolare riguardo al Paese (gli USA) assunto da molti come modello da imitare in campo economico in quanto ritenuto più dinamico e “vincente”. Personalmente non ho dubbi sul fatto che quel modello spinga, in effetti, l’acceleratore del dinamismo imprenditoriale più di altri. Ma se l’obiettivo dell’economia è di garantire la massima soddisfazione presente e futura della totalità della popolazione, temo che si tratti di un modello zoppo. A mio parere il motivo principale è il fatto che in presenza di cambiamenti rapidi (per esempio di una rapida evoluzione tecnologica, ma anche di cambiamenti politici come la nascita del “capitalismo cinese”) c’è sempre una elite dotata d’informazioni e strumenti adatti a pilotare e volgere tali cambiamenti in proprio favore, mentre la massa della popolazione li subisce senza comprenderne in anticipo la portata. Credo che per preverire o contenere entro limiti ragionevoli le conseguenti disuguaglianze, vi siano due opzioni complementari: aumentare il livello medio dell’educazione dei cittadini e spostare il punto focale della politica economica sul raggiungimento di progressi sociali. Ma, in democrazia, dovrebbero essere i cittadini stessi ad essere sufficientemente consapevoli dei propri interessi in modo da scegliersi dei rappresentanti in grado di (ed intenzionati a) raggiungere questi scopi.
    Cordiali saluti
    Pietro Della Casa

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