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  1. michele Rispondi
    Qualcuno ha sottolineato come le tipologie de meccanismi selettivi siano un ostacolo al perseguimento della qualità in diversi settori. Giusto. Faccio un esempio concreto. Nelle nostre università, ma anche nelle strutture di ricerca private o aziendali , qualsiasi new entry dotato/a di voglia di fare indipendenza critica viene spesso percepita come un potenziale pericolo, più che come un valore. Non dico che viga il principio della prevalenza del cretino (anche se casi recenti sembrano dimostrarlo), ma non vige quello di premiare l'eccellenza e l'innovatività stando al merito più che alla difesa dello statu quo. Una mia giovane amica ricercatrice in astrofisica (pagata sinora circa 700 euro mensili in Italia e da qualche mese alla Nasa negli Usa con ben altro compenso) mi ha detto che le differenze più grandi che ha percepito non sono, nonostante tutto, il dislivello economico e la minor precarietà. E' il fatto che, anche se sei l'ultimo arrivato, se hai qualcosa da dire alle riunioni ricercatori famosi ti ascoltano, senza imporre gerarchie nè pregiudizi. Alla pari: poi, ovviamente, altrettanto francamente ti dicono se hai espresso imbecillità o cose di cui tener conto. In Italia si è sempre molto parlato della presunta gerontocrazia dei ceti mediobassi, che - con la previdenza - sottrarrebbero risorse alle prospettive future dei giovani. Molto meno si parla di questa struttura gerontocratica diffusa dalle università alle imprese alla politica, che fa ritener "giovani" i sessantanni. Lo sono - forse - ma non è utile che possano condizionare così fortemente la spinta all'innovazione dei giovani in settori chiave. Purtroppo spesso questo dato viene ridotto a un fenomeno di colore, buono per qualche settimanale, mentre è un fenomeno preoccupante, che contribuisce a cristallizzare tutte le strutture, comprese quelle produttive e di ricerca/innovazione diffusa e che andrebbe sviscerato analiticamente.
  2. Gabriele Orlandi Rispondi
    Come rappresentante di un'azienda hi-tech (perlomeno, nel senso di rispondenza ai parametri che suggerisce Gambardella), non posso che confermare rispetto ai miei concorrenti esteri la nostra zavorra IRAP, che si accanisce sulle attività ad alto contenuto di capitale umano. Buona la proposta, però sull'IRAP la Commissione Europea ha già dato un parere chiaro di incostituzionalità, a prescindere. Su laureati e PhD, dati e testimonianze interessanti sono su una pubblicazione recente (www.cervelliingabbia.it), credo che l'adverse selection sia il male più duro da estirpare, tanti o pochi che siano i Laureati.
  3. Mario Lovera Rispondi
    Analisi molto interessante su cui però dissento almeno in un punto. Per favore smettetela di dire che in Italia ci sono pochi laureati. In Italia ci sono TROPPI laureati per le esigenze dell'economia del Paese. Lo dimostra il numero di ingegneri che devono emigrare per trovare un lavoro congruo con l'impegno e gli sforzi fatti nei loro studi e il numero di ingegneri che fanno lavori da diplomati standosene in Italia. Per favore smettetela di illudere i giovani che intraprendono gli studi universitari convinti che servano loro per trovare un lavoro "decoroso", quando una volta usciti dall'università conviene lavorare come cameriere per guadagnare di più che un ingegnere. Distinti saluti ecomplimenti per il vostro ottimo lavoro.
  4. Roberto Castelli Rispondi
    L'articolo del prof. Gambardella, anche se di grande interesse, a mio modo di vedere, sfugge il problema fondamentale e cioè perchè in Italia investire in ricerca non è conveniente. Non è conveniente per una miriade di motivi che sarebbero troppo lunghi da discutere in questo mio commento. Ma proprio perchè la ricerca e lo sviluppo, insiene alla formazione, sono fondamentali, allora, forse è il caso di allontanarci da una interpretazione rigorosamente liberista della politica economica, rilanciand ad esempio il ruolo, all'interno di una politica industriale moderna, delle imprese (o delle holding) a controllo pubblico. Proprio perchè rispondenti a una logica di lungo termine potrebbero rifuggire dai limiti di un comportamento economico che vuole profitti subito (o quasi). E' il suggerimento contenuto in un bell'articolo di Giorgio Lunghini sul Manifesto, che invita a riconsiderare il ruolo delle imprese pubbliche, pur avendo ben presente le storture e le deviazioni degli anni passati. Cordialissimi saluti
    • La redazione Rispondi
      L'articolo parla di tecnologie applicative, non high-tech. Liberista? In realtà, sperimentazione = New Deal. Se poi anche il Manifesto si rendesse conto che ci vuole innovazione nel modo con cui lo Stato può intervenire nell'economia la cultura progressista farebbe passi avanti.