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  1. michele Rispondi
    Il tema ritorna da più di un decennio. Anzi, nell'analisi di alcuni commentatori, se ne parlava in termini futuribili già negli anni 78/80. Un articolo di questi giorni di Silvano Andriani ricorda, a proposito della natura delle cooperative coinvolte nelle cronache giudiziarie e non, che in fondo l'obbligo a reinvestire in azienda gli eventuali profitti ha fatto di questi soggetti imprenditoriali quelli che più hanno saputo adeguarsi alle esigenze del mercato dandosi anche una visione a lungo termine. Difatti sono aumentate in dimensione, produttività, occupazione. Il resto ristagna, e come non potrebbe non ristagnare se le aziende - in gran parte - confondono l'esigenza del just in time diffuso con il ripudio di una dimensione progettuale a medio-lungo termine? I già scarsi profitti, nei tempi brevi, rendono di più se investiti altrove che non nella ricerca e sviluppo. Il risultato è che in Italia si può dire che più che utilizzare tecnologia, si consumano prodotti altrui a contenuto tecnologico più o meno alto. C'è una differenza sostanziale. Una volta ascoltavo una conferenza di Bruno Munari sul design di prodotto (che è un aspetto dell'innovazione) . Citava le centinaia di lampade di diversa forma ideate e commercializzate, molte delle quali riconducibili al cosidetto Italian Style (quello che doveva fare i miracoli, ma che per sopravvivere ha dovuto delocalizzare frettolosamente). E suggeriva una riflessione che trovo molto pertinente :"C'è un designer in grado di inventare oggi l'equivalente della lampadina a suo tempo?". Non c'era, perchè è più facile fare infinite variazioni sul tema e trovare qui o là una nicchia di consumatori da soddisfare (finchè dura) piuttosto che destinare tempo, investimenti, risorse a inventare prodotti che cambino stili e modi di vita e di lavoro. Non sempre, tra l'altro, sono necessari grandi investimenti iniziali (basti pensare al PC): occorre però aver coltivato creatività e sapere. La produttività segue.
  2. roberto colcerasa Rispondi
    ottimo contributo su un tema che forse ha radici davvero antiche, perfino culturali; la capacità italiana, leggendaria nel dopoguerra, di adattarsi al contesto, è stata soprattutto sui "processi", ovvero sulla filiera meccanica; molto minore, sui prodotti, ovvero sullo sviluppo di progetti di ricerca finalizzati, nel tempo, a produrre il nuovo; dagli anni 70 in poi, l'ingresso dell'elettronica ha scompaginato lo status quo; solo nei segmenti delle macchine per produrre macchine che producevano infine prodotti di nicchia (maioliche, scarpe da donna, etc.) l'italia ha conservato leadership tecnologica; l'informatica, confondendo prodotto e processo nella stessa cosa, ci ha tagliato fuori culturalmente da molta economia; ormai, il consumo è la fase più evoluta della nostra economia, ma fino a quando potremo permettercelo?
  3. Giuliano Muzio Rispondi
    Complimenti per l'ottima sintesi della situazione italiana, che coglie finalmente nel segno: investire nelle nuove tecnologie è una condizione necessaria, ma non sufficiente per aumentare competitività e produttività. Senza lo sviluppo dei saperi che consentono di utilizzare le tecnologie a fini di sviluppo non si ottiene nulla. Troppo spesso in Italia quando si pensa all'innovazione si pensa unicamente agli strumenti tecnologici che la abilitano e non ai requisiti in termini di conoscenze che la possono rendere produttiva. D'altra parte, sarebbe ancora più sbagliato ascoltare i suggerimenti di chi, comprendendo che l'investimento in tecnologia non è di per sè sufficiente ad aumentare la produttività, concludesse che non è nemmeno necessario.