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Il debole legame tra nuove tecnologie e produttività nell’economia italiana

Nell’economia italiana la tecnologia si diffonde lentamente e, se si diffonde, provoca scarse ricadute produttive. E’ un problema di non facile soluzione. Ci vogliono lavoratori e imprese con caratteristiche diverse da quelle oggi prevalenti nell’economia italiana. Di sicuro, questi problemi strutturali non sono stati nemmeno scalfiti da politiche di incentivazione come i sussidi all’acquisto dei PC degli ultimi anni.

Il rallentamento della produttività nell’economia italiana

Anche se non sono ancora disponibili i dati definitivi, è già chiaro che il 2005 potrà essere ricordato come l’Anno dei Tre Zeri per l’economia italiana: zero (e qualcosa) di crescita del PIL, zero (e qualcosa) di crescita dell’occupazione, zero (meno qualcosa) di crescita della produttività del lavoro. Tre zeri non ce li ha nessuno in Europa, nemmeno la Germania, l’altro grande malato d’Europa. Un record davvero non lusinghiero.
Purtroppo il pessimo andamento dell’economia del 2005 non è una novità né è semplicemente il risultato di una oscillazione ciclica particolarmente sfortunata. E’ invece la continuazione di una tendenza – iniziata intorno alla metà degli anni Novanta – che vede la performance dell’economia italiana peggiorare non solo rispetto ad un entità economicamente variegata come l’economia mondiale, ma anche rispetto ai quattro altri grandi paesi dell’Europa (Germania, Francia, Regno Unito e Spagna). Nel loro insieme, i dati di lungo periodo suggeriscono che l’Italia, all’inseguimento dei più elevati standard di vita degli altri paesi europei, è riuscita nell’intento di ridurre gradualmente la differenza di reddito pro-capite esistente nel 1950 fino alla metà degli anni ’90. Dal 1995, però, si è verificata una preoccupante inversione di tendenza.
Da dove venga fuori questa crisi decennale è presto detto: è prevalentemente un problema di diminuzione della crescita della produttività (parzialmente attenuato nel suo effetto negativo sull’andamento del PIL dall’aumento delle ore lavorate complessive su cui non mi soffermo qui). (1)
Negli ultimi dieci anni, la produttività del lavoro è cresciuta solo di mezzo punto percentuale l’anno e di zero (0) punti percentuali circa negli ultimi quattro anni. Negli anni del boom economico, invece, la produttività per ora lavorata cresceva a tassi “irlandesi” (+5-6% l’anno), e anche nei turbolenti anni ’70 si registrava ancora un +4% l’anno. Un dato ancora più allarmante (e relativamente ignorato dagli osservatori) è ciò che è successo alla produttività del capitale. Come indicato in una recente pubblicazione dell’OCSE,(2) la produttività del capitale in Italia è addirittura diminuita del 2% l’anno nel periodo 1995-2003. Anche se, in una certa misura, il fenomeno della riduzione nella produttività del capitale è comune anche ad altri paesi (-0.5% in Francia, -1.0% in Germania, -1.5% in Spagna e Regno Unito), in Italia tale fenomeno è stato più marcato che altrove.

Cellulari e iPod dappertutto, ma nessun effetto sulla produttività

L’azzeramento nella crescita della produttività del lavoro e del capitale deriva soprattutto dalla diminuita capacità delle imprese italiane di adottare nuovi metodi di produzione e di inventare nuovi prodotti nel mondo rivoluzionato dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Negli ultimi anni, nei dati aggregati sulla produttività non si trova nessuna evidenza positiva dei cambiamenti indotti dalle nuove tecnologie dell’informazione nell’attività d’impresa.
Eppure, soprattutto dal 1999 in poi, la rivoluzione tecnologica ha finalmente investito le imprese e anche le famiglie italiane. Una recente analisi dell’Istat(3) mostra che, al primo gennaio 2005, il 96% delle imprese italiane con più di dieci addetti – insomma quasi tutte – possedeva almeno un personal computer. Inoltre, come emerge da un’altra Indagine Istat,(4) l’80% delle famiglie italiane ha almeno un cellulare (era il 27% nel 1997), il 34% ha accesso ad Internet (il 2% nel 1997), e un terzo di queste (dunque il 10% circa del totale) lo fa con una connessione veloce. A questo boom, hanno probabilmente(5) contribuito i vari programmi del Governo che hanno sussidiato l’acquisto di PC da parte di varie categorie di persone (studenti, impiegati pubblici).
Ma tale rivoluzione è ancora parziale. Solo il 38% degli addetti delle imprese usa il computer almeno una volta la settimana e solo un quarto degli addetti usa un computer connesso con Internet (per avere un’idea, questi dati sono simili a quelli osservati per la società e l’economia americana alla metà degli anni Novanta). Inoltre, come già sottolineato in passato da altri studi (6), le nuove tecnologie e le loro funzionalità produttive sono attivate soprattutto nelle imprese di più grandi dimensioni e in quelle che dispongono della manodopera con più elevati livelli di istruzione. Le imprese più piccole si dotano di siti Web ma non integrano le vecchie funzioni con le nuove potenzialità e, in definitiva, riducono al minimo l’impatto delle nuove tecnologie sulla loro struttura organizzativa e produttiva. La mancata adozione e la scarsa ricaduta positiva delle nuove tecnologie è ancora più evidente per le imprese non incluse nell’indagine Istat, cioè quelle sotto ai dieci dipendenti, che rappresentano la maggioranza delle imprese italiane. Anche tra le famiglie, la diffusione delle tecnologie dell’informazione è fortemente limitata dagli scarsi livelli di istruzione, mentre le funzioni più usate dei vari beni dell’elettronica di consumo sono per lo più quelle di base.
Insomma, ciò che tre anni fa era riassumibile con la frase “cellulari dappertutto ma non nelle statistiche della produttività”(7) è diventato “cellulari di terza generazione e iPod dappertutto ma non nelle statistiche della produttività”. La storia è però sempre la stessa: di fronte a nuove tecnologie inventate e prodotte all’estero e messe a disposizione a costi sempre più bassi, la risposta di imprese e famiglie italiane è duplice. Non li acquistano o, se li acquistano, acquistano quelli con minor ricaduta sui livelli di produttività osservata.
Come mai questo succeda è difficile a dirsi in poche parole. Di sicuro, in passato, le imprese italiane, importando tecnologia dall’estero, riuscivano ad ottenere elevati tassi di crescita della produttività anche da una forza lavoro relativamente poco alfabetizzata. Oggi, con le nuove tecnologie e la loro potenziale spinta verso il decentramento decisionale, ci vogliono lavoratori dotati di maggiore istruzione tecnica e scientifica, di abilità di adattamento, e di conoscenza dell’inglese. Dal lato delle imprese, le grandi imprese devono imparare a usare le nuove tecnologie per delocalizzare e coordinare le reti dei fornitori e rispondere alle mutevoli esigenze dei clienti. Per i piccoli imprenditori, le nuove tecnologie implicano, invece, la delega di una parte del loro potere nella conduzione dell’impresa ai mercati finanziari: per questo, piuttosto che perdere il controllo, spesso è meglio non usarle o usarle in modo minimale.

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Conclusioni

Ci vogliono lavoratori e imprese con caratteristiche diverse da quelle oggi prevalenti nell’economia italiana: ecco perché le nuove tecnologie non riescono a far crescere la produttività in Italia. Di sicuro, questi problemi strutturali non sono stati nemmeno scalfiti da politiche di incentivazione come i sussidi all’acquisto dei PC degli ultimi anni. La verità però è che, entro brevi intervalli di tempo, si può fare poco per risollevare l’andamento della produttività.
Ma provarci è importante: la produttività è stata il motore della crescita del passato per l’economia italiana e, soprattutto, per i salari dei lavoratori italiani. Se la produttività non torna a crescere, nessun sindacato, per quanto abile nella contrattazione, e nessun governo, per quanto favorevole ai lavoratori, riuscirà a far tornare a crescere in modo duraturo il tenore di vita medio e quello di coloro che ne hanno più bisogno, i lavoratori delle famiglie a basso reddito.


(1) Una recente trattazione dei problemi della produttività italiana è nel mio lavoro con Cecilia Jona-Lasinio: “Italy’s decline: getting the facts right”, IGIER Working Paper #301, December 2005, in corso di pubblicazione sul Giornale degli Economisti.
(2) OECD, Compendium of Productivity Indicators, 2005.
(3) Istat, L’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nelle imprese. Anni 2004-2005, 27 dicembre 2005
(4) Istat, Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione: disponibilità nelle famiglie e utilizzo degli individui – Anno 2005, Roma, 27 dicembre 2005.
(5) Mancano analisi sistematiche che verifichino l’effetto di addizionalità delle misure introdotte, cioè se i sussidi hanno indotto all’acquisto di un PC persone che non l’avrebbero acquistato in assenza dello stesso.
(6) Tra gli altri, l’analisi più completa e pensata è la raccolta di studi degli economisti della Banca d’Italia curata da Salvatore Rossi, La Nuova Economia – I fatti dietro il mito, il Mulino, 2003.
(7) Francesco Daveri e Guido Tabellini, “Europa: non bastano i cellulari a far crescere la produttività”, LaVoce, 18 febbraio 2003.

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  1. Giuliano Muzio

    Complimenti per l’ottima sintesi della situazione italiana, che coglie finalmente nel segno: investire nelle nuove tecnologie è una condizione necessaria, ma non sufficiente per aumentare competitività e produttività. Senza lo sviluppo dei saperi che consentono di utilizzare le tecnologie a fini di sviluppo non si ottiene nulla. Troppo spesso in Italia quando si pensa all’innovazione si pensa unicamente agli strumenti tecnologici che la abilitano e non ai requisiti in termini di conoscenze che la possono rendere produttiva.
    D’altra parte, sarebbe ancora più sbagliato ascoltare i suggerimenti di chi, comprendendo che l’investimento in tecnologia non è di per sè sufficiente ad aumentare la produttività, concludesse che non è nemmeno necessario.

  2. roberto colcerasa

    ottimo contributo su un tema che forse ha radici davvero antiche, perfino culturali; la capacità italiana, leggendaria nel dopoguerra, di adattarsi al contesto, è stata soprattutto sui “processi”, ovvero sulla filiera meccanica; molto minore, sui prodotti, ovvero sullo sviluppo di progetti di ricerca finalizzati, nel tempo, a produrre il nuovo; dagli anni 70 in poi, l’ingresso dell’elettronica ha scompaginato lo status quo; solo nei segmenti delle macchine per produrre macchine che producevano infine prodotti di nicchia (maioliche, scarpe da donna, etc.) l’italia ha conservato leadership tecnologica; l’informatica, confondendo prodotto e processo nella stessa cosa, ci ha tagliato fuori culturalmente da molta economia; ormai, il consumo è la fase più evoluta della nostra economia, ma fino a quando potremo permettercelo?

  3. michele

    Il tema ritorna da più di un decennio. Anzi, nell’analisi di alcuni commentatori, se ne parlava in termini futuribili già negli anni 78/80. Un articolo di questi giorni di Silvano Andriani ricorda, a proposito della natura delle cooperative coinvolte nelle cronache giudiziarie e non, che in fondo l’obbligo a reinvestire in azienda gli eventuali profitti ha fatto di questi soggetti imprenditoriali quelli che più hanno saputo adeguarsi alle esigenze del mercato dandosi anche una visione a lungo termine. Difatti sono aumentate in dimensione, produttività, occupazione.
    Il resto ristagna, e come non potrebbe non ristagnare se le aziende – in gran parte – confondono l’esigenza del just in time diffuso con il ripudio di una dimensione progettuale a medio-lungo termine? I già scarsi profitti, nei tempi brevi, rendono di più se investiti altrove che non nella ricerca e sviluppo.
    Il risultato è che in Italia si può dire che più che utilizzare tecnologia, si consumano prodotti altrui a contenuto tecnologico più o meno alto.
    C’è una differenza sostanziale. Una volta ascoltavo una conferenza di Bruno Munari sul design di prodotto (che è un aspetto dell’innovazione) .
    Citava le centinaia di lampade di diversa forma ideate e commercializzate, molte delle quali riconducibili al cosidetto Italian Style (quello che doveva fare i miracoli, ma che per sopravvivere ha dovuto delocalizzare frettolosamente).
    E suggeriva una riflessione che trovo molto pertinente :”C’è un designer in grado di inventare oggi l’equivalente della lampadina a suo tempo?”. Non c’era, perchè è più facile fare infinite variazioni sul tema e trovare qui o là una nicchia di consumatori da soddisfare (finchè dura) piuttosto che destinare tempo, investimenti, risorse a inventare prodotti che cambino stili e modi di vita e di lavoro. Non sempre, tra l’altro, sono necessari grandi investimenti iniziali (basti pensare al PC): occorre però aver coltivato creatività e sapere. La produttività segue.

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