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Il mercato*

Tra gli economisti c’è chi pensa che il mercato sia in grado di risolvere tutti i problemi, ma tra la gente comune, i politici e gli intellettuali sono moltissimi a percepirlo come una fonte di preoccupazioni. In realtà è un meccanismo potente, che non può risolvere tutto, ma può migliorare la nostra vita. Ma è anche un meccanismo complesso e delicato, che va compreso per essere apprezzato e che, come altri canali di interazione sociale e come i fenomeni naturali, per esserci utile ha bisogno di regolazione e manutenzione. Per i lettori de lavoce.info un estratto, già pubblicato a suo tempo come anticipazione, dell’ultimo libro di Giuseppe Bertola.

Tra gli economisti c’è chi pensa che il mercato sia in grado di risolvere tutti i problemi, ma tra la gente comune, i politici e gli intellettuali sono moltissimi a percepirlo come una fonte di preoccupazioni. (…)
Ostilità, paura, stupore possono derivare da poca familiarità con il mercato sia come concetto teorico, sia come realtà pratica. Chi non ha dovuto o voluto misurarsi con la concorrenza può vedere il mercato come un gioco a somma zero, dove al guadagno dell’uno deve corrispondere la perdita dell’altro. Può essere convinto che nelle relazioni economiche sia sempre necessario farsi valere, o rinunciare più o meno volentieri a qualche propria prerogativa. Avere un posto di lavoro può parere un diritto fondamentale ai lavoratori, crearlo può parere una gentile concessione agli imprenditori.
In realtà il mercato è un meccanismo potente, che non può risolvere tutto, ma può consentirci di comprare quanto ci serve ed è stato prodotto da persone lontane, senza doverci affidare alla loro benevolenza. Ed è un meccanismo complesso e delicato, che va compreso per essere apprezzato e che, come altri canali di interazione sociale e come i fenomeni naturali, per esserci utile ha bisogno di regolazione e manutenzione. Il funzionamento del mercato ci dà grandi benefici, ma non è privo di costi, e deve basarsi su un’infrastruttura di carattere sociale.

Che senso ha trasportare le acque minerali del Piemonte in Calabria e viceversa?

Questa è una domanda che Beppe Grillo pone spesso nei suoi monologhi comici, ed in effetti sorge spontanea alla mente di chiunque si renda conto che ciò effettivamente accade. Per rispondere, immaginiamo che oltre alla città (Torino, diciamo) dell’imbottigliatore monopolista ce ne sia un’altra (Cosenza) dotata anch’essa di una sola sorgente d’acqua imbottigliabile. Finché le due città sono isolate l’una dall’altra, anche a Cosenza c’è un imbottigliatore monopolista, a cui conviene mantenere il prezzo più alto del costo di imbottigliamento e non esaurire completamente i vantaggi dello scambio con i suoi concittadini.
Ma che cosa succede se le due città vengono collegate da un’autostrada? Se il prezzo è più alto del costo non solo di imbottigliare, ma anche di trasportare l’acqua, all’imbottigliatore torinese conviene spedire a Cosenza un po’ dell’acqua che preferiva non vendere per non far calare il prezzo a Torino. Così facendo farà calare il prezzo a Cosenza ma, visto che su quel mercato non vendeva nulla, il minor ricavo è a carico del suo collega di Cosenza. Il quale farà lo stesso ragionamento e spedirà subito a Torino un autotreno di bottiglie. Il mercato passa allora da un monopolio ad un oligopolio (più precisamente, un duopolio), in cui ciascun venditore ha potere di mercato ma deve tener conto di quel che all’altro conviene fare, perché prezzi e ricavi dipendono anche da quel che decide il concorrente. Visto che ciascuno preferisce spedire un po’ della sua acqua, acqua identica verrà trasportata in entrambe le direzioni, e il prezzo in ciascuno dei due mercati sarà più basso di quel che avrebbe deciso ciascun monopolista. Con rischio di incidenti e spreco di carburante, ma non necessariamente uno spreco più grande di quello (d’acqua non imbottigliata e non bevuta) causato dal potere per ciascun imbottigliatore senza concorrenti di tenere alti i prezzi nella propria città.
Anche molti altri fenomeni apparentemente strani si capiscono meglio se ci si rende conto che far funzionare il mercato è utile ma, in generale, costoso. Sono in parte simili i motivi per cui frutta e verdura percorrono chilometri verso centri di selezione e confezionamento e poi verso supermercati forse non lontani dal campo in cui sono state coltivate. Sembra uno spreco, ma non lo è se organizzare un mercato più ampio di quelli dei piccoli villaggi di una volta consente di mettere in contatto tra loro bisogni e disponibilità diversi, e di generare scambi più vantaggiosi.
È facile immaginare a parole un mondo migliore, ma è tutt’altro che facile dimostrare che sarebbe possibile realizzarlo in pratica. Chi volesse provarci, dovrebbe tener conto del fatto che i costi di funzionamento del mercato (i costi di transazione) sono generalmente inferiori ai benefici derivanti dalla concorrenza e dalla moderazione dei prezzi. Se trasportare l’acqua fosse proibito si risparmierebbe sui costi di trasporto, ma ciascun proprietario di fonti d’acqua minerale manterrebbe alto il prezzo nella propria zona, e solo i ricchi potrebbero permettersi l’acqua imbottigliata.

Costi fissi e varietà

Il mercato genera il massimo benessere nel punto d’incrocio tra curva di domanda e curva di costo marginale, ma non è quello il punto in cui lo portano i venditori con potere di mercato. L’imbottigliatore d’acqua minerale con costo marginale costante, che praticando quel prezzo non guadagnerebbe nulla, in assenza di concorrenti può praticare prezzi più alti, vendere di meno, guadagnare profitti (o meglio rendite monopolistiche). Guadagna di più, ma infligge una più grande perdita di benessere ai consumatori, che rinunciano a bere acqua imbottigliata anche se il costo di imbottigliarla è più basso della loro disponibilità a pagarla.
Quando i venditori possono scegliere il prezzo senza temere la concorrenza, allora riducono la quantità disponibile sul mercato e il benessere dei compratori. In realtà, quasi tutti i venditori sono in grado di influire sul prezzo dei loro prodotti, e potrebbe sembrare che l’onnipresenza del potere di mercato renda del tutto irrilevante il ragionamento secondo il quale il mercato può massimizzare il benessere di tutti.
Non sempre, però, il potere di mercato deriva dal fatto che i venditori sono pochi per motivi naturali, come nel caso in cui il loro numero è limitato da quello delle fonti d’acqua (e in altri casi di monopolio naturale). La scarsità di concorrenti può anche dipendere dal fatto che, per coprire il costo di essere presenti sul mercato, i venditori devono poter praticare prezzi più alti del costo marginale di ciascuna unità.
Immaginiamo il gestore di un chiosco che vende bottigliette d’acqua a gitanti assetati. Lo fa a prezzo di equilibrio perché se provasse a praticare prezzi più alti, altri venditori soddisferebbero la domanda dei gitanti, a costo marginale. In realtà, i chioschi praticano prezzi superiori al costo marginale di comprare e mettere in vendita le bibite. Ma ciò non basta ad attirare concorrenti, perché installare un chiosco è costoso di per sé, indipendentemente dalla quantità venduta. Praticando un prezzo inferiore, non necessariamente si riuscirebbe a compensare, oltre al costo variabile delle bottigliette, anche il costo fisso di recarsi sul colle e montare il chiosco.
Per coprire i costi che bisogna sostenere comunque, indipendentemente dalla quantità trasportata e venduta, occorre praticare un prezzo superiore al costo marginale. Ed è proprio l’assenza di concorrenti negli immediati dintorni a permettere a ciascun gestore di praticare un prezzo superiore senza temere di perdere tutti i clienti. Quando il funzionamento del mercato richiede che chi vende abbia precedentemente accumulato capitale, attrezzature e conoscenze, il mercato nel suo complesso deve poter dedicare risorse alla creazione dei presupposti per l’attività di scambio: sarebbe troppo costoso, tanto per il mercato quanto per un ipotetico pianificatore, collocare ovunque chioschi pronti a soddisfare la sete dei viandanti.
Nel mercato delle bibite lo stesso meccanismo funziona ad altri livelli, come quello in cui si stabilisce quali e quanti tipi diversi di bottigliette saranno messi sul mercato. Si tratta di beni differenziati: pur soddisfacendo essenzialmente lo stesso bisogno (di dissetarsi), i vari tipi di bibita hanno caratteristiche diverse. Proprio perché quel che vendono non è esattamente identico ad altri beni, i venditori di beni differenziati non rischiano di perdere tutti i clienti se provano a praticare prezzi diversi da quelli dei concorrenti. Ciascun chiosco e ciascun imbottigliatore serve una sua clientela che confina con quelle dei suoi concorrenti, ma non coincide con esse. In questo tipo di mercato (detto di concorrenza monopolistica) la differenza tra prezzo e costo marginale compensa ciascun produttore del costo di procurarsi una nicchia almeno parzialmente protetta dalla concorrenza. Ma la concorrenza esercita molta della sua forza prima del momento in cui si decidono i prezzi e si vendono i prodotti. Se è comunque possibile l’entrata di altri produttori, quando un chiosco o un bar ha successo altri imprenditori tenderanno ad imitarlo e, attraendo una parte della sua clientela, ad allineare i ricavi e costi complessivi di ciascun esercizio.
Alla fin fine, in questo tipo di mercato la differenza tra prezzo e costo marginale è essa stessa un prezzo, che ripaga i venditori del servizio di esistere, di aprire un locale o sviluppare nuovi modelli, di farsi pubblicità, di mettersi a disposizione del mercato. Collocandosi a una certa distanza dai concorrenti i venditori di prodotti differenziati da un lato si procurano potere di mercato, ma dall’altro vengono incontro ai bisogni dei compratori, che sono tutti un po’ diversi. E si fanno concorrenza sia con il prezzo, che è calmierato dalle alternative disponibili ai compratori, sia con la collocazione e le caratteristiche dei loro servizi e dei loro prodotti.
L’esistenza e le caratteristiche dei tanti prodotti e servizi diversi offerti in un mercato di concorrenza monopolistica dipendono da decisioni imprenditoriali orientate al profitto ma, come in concorrenza perfetta, l’interazione di tali decisioni tende ad annullare i profitti. L’equilibrio del mercato è influenzato dalla struttura non solo dei costi ma anche dei gusti dei consumatori, ai quali offre il beneficio di una grande varietà di bibite, automobili, e quant’altro.
Che cosa costituisca un prodotto differenziato, però, a volte è opinabile. Tra i circa 265 tipi di acqua minerale in vendita in Italia ci sono minime differenze di contenuto di sodio ed altri minerali. E può venire il dubbio che il mercato sprechi risorse in modi anche più evidenti del trasporto di acqua minerale. Invece di tenere aperti tanti piccoli bar quasi identici nel centro delle città, non sarebbe meno costoso gestire un’unica grande mescita di stile sovietico? Ed è veramente utile rifornire ogni supermercato di decine o centinaia di tipi diversi di biscotti o yogurt?
Chi ha questo dubbio, però, può anche avere quello opposto: può pensare che il mercato, lasciato a sé stesso, non sia in grado di offrire una sufficiente varietà di formaggi tipici, o di libri, o di altri beni circondati da un’aura culturale più intensa dei biscotti e degli yogurt. Come sarebbe pericoloso cercare di eliminare sprechi proibendo il trasporto dell’acqua minerale ed indebolendo la concorrenza, così sarebbe presuntuoso illudersi di poter identificare ed eliminare altri tipi di spreco.
I bar e i biscotti sono simili, quindi i loro gestori e produttori si fanno concorrenza a beneficio dei consumatori. Ma non sono identici: omogeneizzandoli si rischierebbe di non soddisfare adeguatamente i bisogni dei consumatori, quand’anche si tratti del capriccioso desiderio di bere sempre e solo un certo tipo di acqua minerale. Ricorrendo a licenze e permessi per limitarne il numero si rafforza il potere di mercato dei venditori a cui è permesso esistere, ma non si può essere sicuri di eliminare sprechi e ridondanze, e bisogna anche riflettere prima di intervenire per mantenere alta la varietà di formaggi, negozietti, o libri offerti nel mercato.

Il prezzo è giusto?

Far funzionare il mercato è spesso complicato e costoso, ma altrettanto spesso benefico, ed è difficile organizzare in altro modo molta della produzione e distribuzione dei beni sempre più diversificati e complessi che ci vengono offerti nelle economie avanzate. Non si può in generale essere sicuri che il mercato sia organizzato nel modo migliore possibile, ma il mercato può riuscire a migliorare la nostra vita.

* Di prossima pubblicazione per il Mulino nell’ambito della Collana “farsi un’idea”.

I commenti ricevuti fanno riferimento a temi più ampi, alcuni dei quali sono trattati nel libro completo che sarà prossimamente disponibile in libreria.

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Perdita di credibilità: ma quanto costi?

  1. A. Moretti

    Condivido ‘scientificamente’ l’articolo ma che ne è dei costi nascosti? Dato che ad esempio trasportare libera C02 in atmosfera, si è poi costetti ad ammettere che:

    “Secondo un Rapporto dell’Unep, l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Ambiente, i costi dei cambiamenti climatici ammonteranno nei prossimi 10 anni a circa 150 miliardi di dollari l’anno. Ciò potrebbe comportare il rischio di insolvenza per le compagnie di assicurazione, i servizi finanziari e le banche. Due colossi delle riassicurazioni, Swiss Re e Munich re hanno stimato che nel 2002 i 700 diversi eventi catastrofici che si sono verificati sul Pianeta hanno provocato 11 mila vittime e causato perdite fra i 45 e i 55 miliardi di euro. Il 50% in piu’ rispetto al 2001.”

    Chi pagherà per questo? I consumatori naturalmente. Perchè questo non viene mai preso in considerazione?

  2. Berardo Guzzi

    E’ indubitabile quanto esposto nell’articolo. Tuttavia, come nei suoi commenti magari Grillo manca di analisi economica approfondita, non è possibile tralasciare quanto sia inefficace in Italia il controllo della concorrenza.
    Guardandomi attorno, tralasciando il caso specifico delle acque minerali, ma affrontando il caso più serio e costoso per i consumatori delle utenze(telefono, internet, energia elettrica, assicurazioni, banche etc.), non è possibile dire che ci si trovi in un mercato di vera e propria concorrenza. Che dire poi degli accordi tra le imprese, i famosi cartelli di imprese, cose sulle quali non ho mai sentito l’antitrust intervenire seriamente. E poi, quand’anche l’antitrust dovesse intervenire, quali le sanzioni, dove i rimborsi?
    Non è contro il mercato che molti si scagliano, bensì contro la distorsione del nostro mercato ormai vecchio, logoro nelle produzioni come nei mezzi di produzione.

  3. maurizio

    Ho l’impressione che nell’articolo non venga preso in considerazione l’impatto che il mercato ha sugli stipendi e contratti dei “lavoratori che lavorano” per le imprese in concorrenza, ma probabilmente non era quello lo scopo dell’autore. Tralasciare pero’ un’analisi della concorrenza basata “anche” sul costo del lavoro mi sembra pero’ immaginare che l’economia sia costituita solo da “un mercato” del quale fanno parte unicamente produttori e consumatori – analisi a mio avviso un po’ riduttiva.

  4. giuseppe zito

    Volevo solamente fare una precisazione, nell’articolo commentando la proposta volutamente polemica di Beppe Grillo non si tiene in conto di un concetto fondamentale nella analisi microeconomica, quello di esternalità negativa.
    Nell’esempio fatto dell’acqua minerale, credo, la presenza di tali esternalità sia rilevante, a cominciare dal danno ambientale creato dai camion adibiti al trasporto.Tra i costi sostenuti dall'”esportatore” bisognerebbe conteggiare anche questi costi,sostenuti in realtà dalla collettività!Comprerò il libro, spero lo facciano anche i vari finanzieri e politici dei nostri giorni.

  5. Claudio Resentini

    Egr. professore,
    la sua descrizione della teoria del mercato dimentica un aspetto fondamentale che pur inscrivendosi sempre in un’ottica economica credo vada considerato. Si tratta dei cosiddetti “fallimenti del mercato”, tra i quali si è soliti annoverare, oltre ai monopoli, da lei citati, e altri, le cosiddette “esternalità”, negative e positive. Nell’esempio dell’acqua minerale, oltre al rischio di incidenti, si dovrebbe considerare come esternalità negativa l’inquinamento derivante dal trasporto. Non è cosa da poco se si considera che il modello consumistico occidentale non spreca solo risorse economiche, ma anche risorse ecologiche primarie non rinnovabili, come l’aria, e che per questo motivo non è affatto esportabile come si pensa di solito: se lo immagina cosa sarebbe della nostra atmosfera con un miliardo di cinesi con l’automobile? Senza contare le risorse “sociali” … ma il discorso sarebbe lungo.
    Comunque lasci stare Grillo come “maitre à panser” e si rivolga a ben altri pensatori, che di sicuro conosce bene, come Karl Polanyi o Andrè Gorz per i quali semplicemente la “società di mercato” è un’antinomia, una contraddizione in termini. Vedrebbe ciò che le lenti economicistiche nascondono alla vista, vale a dire la prevaricazione dell’uomo (ricco) sull’uomo (povero), GRAZIE al mercato e non, come pensano gli economisti, NONOSTANTE il mercato.
    Non me ne voglia se magari le ho fatto un torto fraintendendo il suo pensiero: se ho letto di corsa il suo testo è colpa di un mercato, quello “indecente” del lavoro, sul quale sono costretto a vendere quanto di più prezioso posseggo: il mio tempo.
    D’altra parte, ad ognuno il suo mestiere. A lei, esperto ed economista di vaglia, quello di “consigliere del principe” e difensore dei dispositivi istituzionali che preservano lo status quo. A me, semplice operatore socio-culturale ed orientatore, quello di “consigliere del popolo” e difensore delle persone da quegli stessi dispositivi.
    Cordiali saluti.

  6. daniele nepoti

    Caro Professore,
    l’articolo è in sé impeccabile come immagino lo sarà il libro. L’unico appunto, del tutto sostanziale però, è che traspare chiaramente la “solita” mistica “mercatara” seppur temperata da quel “può” riferito ai miglioramenti per la vita di ciascuno ottenibili da un miglior funzionamento del mercato.
    Mistica nel senso che argomenti e ragionamenti attorno e a favore del mercato tendono non solo, come rilevato da altri, a concentrarsi sul rapporto lineare impresa-prodotto-consumatore (mediato dal prezzo) trascurando, per esempio, società e ambiente che vengono coinvolti o sconvolti dall’attuarsi di quel rapporto. Ma anche perché trascurano il fatto banalissimo per cui il miglioramento della vita dipende da una tale varietà di fattori per i quali non sempre è detto che la miglior soluzione sia il funzionamento ottimo del mercato. Al contrario, talvolta può essere conveniente, in termini di qualità della vita, che qualcuno (lo Stato, in genere) provveda a limitare lo sviluppo del mercato in alcuni settori (l’esempio della sanità o dell’istruzione sarebbe troppo facile). Dove porre il confine tra limiti o spinte al mercato è questione evidentemente politica e non economica. Ci sono paesi in cui, per le ragioni più diverse, il mercato ha meno spazi che altrove (quelli, per usare una vecchia definizione, di “capitalismo sociale di mercato”) e lo Stato, al contrario, gioca un ruolo più “pesante” in ecomomia. Di solito si tratta di quei paesi, guarda un po’!, perennemente in testa alle classifiche degli indici di sviluppo umano e di qualità della vita. Strano, no?

  7. Davide Schenetti

    Parlo da profano, ma se il venditore di acqua di Torino abbassa i prezzi per reagire alla concorrenza dei venditori d’acqua delle altre città e poter vendere di più, ad un certo punto i prezzi scendono sotto al livello in cui gli altri venditori possono guadagnare qualcosa, perché ai costi che hanno tutti di imbottigliamento si sommano quelli di trasporto. Se è così allora si può dire che il mercato tende al monopolio?

  8. Emanuele Santanché

    Quanto da Lei esposto è perfettamente valido delle assunzioni dell’economia quale la conosciamo da due secoli a questa parte. Tali assunzioni partono dall’ipotesi che il benessere sia definito da una quantità di beni disponibile al minor costo possibile. Tali assunzioni sono un’invenzione dell’Umanità e come tali possono essere da essa cambiate nel momento in cui ci si accorge di alcuni problemi che esse pongono. Non si tratta di verità tautologiche ma di assunti cambiando i quali tutto ciò che ne consegue va di conseguenza rielaborato.
    Se tali assunti sono serviti a produrre un certo tipo di benessere, è anche vero che hanno creato anche molti problemi. E l’ipotesi di un consumatore il cui unico obiettivo sia quello di massimizzare la disponibilità di beni al minor costo non è più vera. Un esempio banale: per molti è preferibile avere una minor disponibilità di beni ma salvaguardare un bene non commerciale qual’è il rispetto dell’ambiente, piuttosto che avere più beni a disposizione ma inquinando. Cadendo l’assunto, cadono anche le conseguenze.
    Quindi essendo il mercato un’invenzione umana, il mercato può cambiare e cambierà nonostante le resistenze di chi purtroppo soffre di ossessione per l’accumulo di ricchezze.

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