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  1. Dario Krebel Rispondi
    L'impiego del TFR si è reso necessario perchè la legge Dini ha confiscato metà della pensione che sarebbe spettata al lavoratre in base ai contributi versati. La legge prevede che la pensione sia calcolata sull'intera vita lavorativa, ma che venga corrisposta solo se ci saranno i soldi per pagarla. Per assicurarsi che questi soldi ci siano si è introdotto una nuova rivalutazione dei contributi basata sul PIL e non sui criteri normalmente usati per il TFR o i fondi pensione. Questo metodo ha permesso di dimezzare le pensioni: paghi per 100 e ottieni 50. Non bastasse questo, è stato previsto un'ulteriore abbassamento delle pensioni agganciando il loro calcolo all'aspettativa di vita residua del pensionando da calcolare a scadenze fisse. Ora facciamo due calcoli. Ipotizziamo un lavoratore che inizi con uno stipendio di 20.000 euanno e che questo aumenti annualmente di 1,5%(inflazione). dopo 40 anni il suo stipendio sarà di circa 36.000 eu. Con l'attuale quota contributiva del 33% e ipotizzando una remunerazione del capitale annualmente accumulato di solo l'1% dopo 40 anni si troverà con un capitale di 800.000 eu. Cioè 22 anni a 36.000 eu. Se consideriamo anche gli interessi sul capitale accumulato e che negli ultimi 35 anni la borsa italiana ha avuto un aumento medio lordo ma reale del 3,4% annuo (Sole 24 ore) ci possiamo facilmente rendere conto che anche questo calcolo può essere largamente sottostimato. Questo calcolo può valere per la maggior parte dei lvoratori italiani, di tutti quelli che hanno hanno una vita contributiva piatta e senza grossi scatti di carriera. C'è qualche falla nel mio raggionamento?
  2. Andrea R. Rispondi
    La questione è che la delega assume tra i suoi principi cardine la non chiara concorrenzialità tra tutti gli strumenti (FP chiusi, aperti, FIP) e il cosiddetto “silenzio assenso” nella fase di adesione. L’opacità del primo principio ha scatenato una guerra tra lobbies per spartirsi la torta TFR in maniera agile, magari con una norma univoca ad hoc. Ma in fin dei conti questo era prevedibile. Ciò che non era prevedibile, è l’epilogo della vicenda ossia il carpiato con doppio avvitamento del decreto fino al 2008. Chi vince ancora è l’adesione individuale, il “fai da te” per la gioia di pochi. Infatti se tre operatori detengono il 52% del mercato delle FIP, il che equivale a dire in termini di adesioni totali alla previdenza complementare che quasi il 13% dei lavoratori ha scelto un’adesione non “contrattata”, un motivo c’è. L’Italia è rappresentata soprattutto da PMI, dove il sindacato non arriva se non in casi particolari. Non credo, infatti, che il lavoratore tipo che non aderisce al proprio FP negoziale sia sempre un Don Chiscotte. La forza delle FIP e di chi le colloca sta nelle asimmetrie informative che si generano tra lavoratore, sindacato e datore di lavoro. Ed il silenzio assenso rischia di amplificare questo meccanismo perverso poiché, detto alla Voltaire, anche chi non decide effettua una scelta, purtroppo inconsapevole. Ma è necessario non far capire nulla ai lavoratori? Rimescolare le carte della previdenza complementare così come concepita nel 1993 e rivitalizzata nel 2000? O magari converrebbe semplicemente rimarcare con più forza i già esistenti paletti di entrata ed uscita da una Forma complementare all’altra e incentivare di più (come proposto) l’adesione? Le norme esistono, quello che manca è una cospicua adesione, non tanto per la carenza di norme, quanto per la scarsa conoscenza ai più dell’utilità prospettica della Previdenza Complementare e della sua genesi, in quanto figlia del futuro taglio alle pensioni pubbliche.
  3. Barbara Appierto Rispondi
    La riforma delle pensioni o meglio delle pensioni integrative ha un grave limite: si rivolge solo, sempre alla stessa categoria i laoratori dipendenti. Se la premessa è fare in modo che i giovani lavoratori di oggi abbiano una pensione decente domani, bisognava o bisognerà trovare una soluzione per quanti sono lavoratori parasubordinati. Sono loro la vera preoccupazione di domani; hanno un' aliquota contributiva troppo esigua per poter avere una pensione dignitosa e anche degli stipendi troppo bassi per potersi permettere un' assicurazione privata. Una recente ricerca ha dimostrato che 40 anni di contributi versati da un collaboratore a progetto daranno diritto ad una pensione inferiore a quella sociale. Pensiamoci!