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Come spendere meglio per le famiglie, di Francesco Billari, Daniela Del Boca, Chiara Saraceno


Proviamo a pensare come potrebbero essere investiti in modo più efficace per il benessere delle famiglie, i non irrilevanti fondi messi a disposizione nel “pacchetto famiglia”. Facciamolo mantenendo (ed esplicitando più chiaramente) quelli che sembrano i tre obiettivi del Governo: sostenere il costo dei figli (incoraggiando quindi indirettamente le scelte procreative); sostenere le famiglie che hanno persone con invalidità grave; sostenere l’accesso ai servizi.


La riforma degli assegni al nucleo familiare


L’assegno al nucleo familiare è l’unica misura effettiva di sostegno al costo dei figli in Italia. Presenta, però, diversi limiti. In primo luogo è diretta solo alle famiglie di lavoratori dipendenti a basso reddito. Se ciò aveva una giustificazione nel suo finanziamento contributivo, oggi lo ha meno, dato che parte dei contributi è stata dirottata al finanziamento delle pensioni e viceversa le maggiorazioni sono a carico dello Stato. L’estensione a tutte le famiglie a basso reddito appare perciò una scelta di equità. In secondo luogo, la valutazione del reddito utilizza meccanismi totalmente diversi da quelli dell’Ise, sia sul piano della definizione di reddito, sia su quello delle scale di equivalenza. In terzo luogo, il meccanismo degli scaglioni di reddito ha effetti di iniquità tra le famiglie e crea aliquote marginali elevatissime. Destinare le risorse allocate ai bonus a una riforma di questo istituto, convogliandovi anche l’assegno per il terzo figlio introdotto dal governo Prodi per le famiglie a basso reddito con almeno tre figli tutti minori, configurerebbe la messa a punto di uno strumento di sostegno al costo dei figli per le famiglie a reddito medio-basso più sistematico e permanente di una tantum, e anche più equo della situazione attuale.


Congedo genitoriale


Un’altra alternativa è mettere a disposizione la somma per i genitori – madri e padri – che non prendono una quota di congedo genitoriale (in base alla legge 53/2000) perché non possono permettersi di perdere il 70 per cento dello stipendio. Oppure perché, essendo lavoratori autonomi, o a progetto o simili, non possono permettersi di stare troppo a lungo fuori dal mercato del lavoro. Avere un’integrazione di reddito faciliterebbe sia la scelta di optare per qualche mese di congedo, sia la scelta di rimanere al lavoro part time.


Miglioramento dei servizi


Stante la carenza di risorse pubbliche (aggravate dal taglio del fondo sociale), sarebbe opportuno finanziare un fondo per aumentare la disponibilità di posti nei nidi pubblici o convenzionati, piuttosto che di fatto incentivare quelli privati. Varie ricerche hanno mostrato che un incremento delle opportunità degli asili nido in termini di posti e una maggiore flessibilità degli orari giornalieri contribuiscono ad ridurre le difficoltà delle madri di rimanere occupate.


Sanità e trasporti


Sempre per sostenere il costo dei figli, possiamo pensare anche a politiche non unicamente “familiari”, relative in particolare a sanità e trasporti. (1)
Per la sanità, i bambini di età inferiore a sei anni per famiglie sotto una soglia di reddito collegata all’Ise sono solitamente esenti da ticket sanitari. Si potrebbe pensare di estendere questo limite al di là dei sei anni (ad esempio fino all’inclusione di tutti i minorenni), diminuendo il costo della sanità per le famiglie con figli e allo stesso tempo incoraggiando l’investimento nella salute dei figli, anche adolescenti. Lo Stato potrebbe considerare questo aspetto nella fissazione dei criteri minimi per l’assistenza sanitaria.
La voce di spesa “trasporti” pesa per circa il 15 per cento circa sul totale e per i trasporti pubblici aumenta all’aumentare del numero di componenti della famiglia. (2) Si potrebbe aiutare le famiglie agevolando l’utilizzo dei trasporti pubblici attraverso tariffe per il nucleo familiare, come succede in altri paesi europei. Si tratterebbe anche in questo caso di una politica a doppio esito, a favore delle famiglie numerose, ma anche dell’utilizzo dei trasporti pubblici.
Un’altra misura dal doppio effetto sarebbe l’estensione della copertura dell’acquisto di libri all’intera fascia di età di istruzione obbligatoria: soprattutto un sollievo per le famiglie con più figli, ma anche una garanzia di eguaglianza di fronte alle opportunità educative.
Naturalmente, queste e altre proposte dovrebbero rientrare in un quadro di politiche e obiettivi condivisi con le amministrazioni locali, a partire dalla definizione dei livelli essenziali di prestazioni e con una previsione ragionevolmente certa dell’ammontare dei trasferimenti ai governi locali. Solo così si eviterebbe la casualità e occasionalità di politiche una tantum, che poco servono agli individui e alle famiglie per definire strategie di medio-lungo periodo.


(1) Di alcune misure alternative si è discusso in questi giorni. Si veda l’articolo di Franceso Billari sul Sole 24 Ore del 5 novembre 2005.


(2) Le tariffe dei trasporti pubblici locali sono fissate dalle Regioni.

E il bonus bebè diventa mini, di Francesco Billari, Daniela Del Boca, Chiara Saraceno


È difficile discutere di politiche familiari in questo periodo. Nella Finanziaria 2006 i cambiamenti di rotta si susseguono un giorno dopo l’altro, e prevedere l’esito finale del dibattito sull’utilizzo del fondo a disposizione delle famiglie diviene un esercizio impossibile. Un tema cruciale nell’ambito delle politiche sociali sembra affidato all’estemporanea creatività degli estensori dei diversi testi.


Gli effetti del vecchio bonus


Nel maxiemendamento votato al Senato, il bonus di mille euro una tantum per la nascita del secondo figlio in vigore nel 2004, poi abbandonato nella Finanziaria 2005, è previsto solo per i nati nel 2005 (esteso a tutte le nascite), e non più per i nati nel 2006. In compenso, è apparso un “mini-bonus” per tutti i nati dal 2003 al 2005 di 160 euro.
Il bonus di mille euro serve poco: è un contributo cosi modesto e temporaneo che solo per pochissime famiglie, a reddito molto basso, può essere considerato un sostegno agli alti costi di fare un figlio in più.
I mille euro servono poco anche alla boccheggiante fecondità italiana. Se è vero che il tasso di fecondità è passato da 1,29 figli per coppia nel 2003 a 1,33 nel 2004, pensare che ciò sia dovuto al bonus è assai ardito. In primo luogo, nulla si può dire sugli effetti del passato bonus in mancanza di un disegno di valutazione di impatto scientificamente valido, un gravissimo limite che accompagna praticamente ogni scelta di politica sociale in Italia. In secondo luogo, la fecondità risale soprattutto al Nord e al Centro, mentre ristagna o addirittura cala al Sud e nelle Isole. Ci saremmo aspettati, al contrario, un effetto maggiore nelle Regioni meno ricche. Data la sua scarsa entità, infatti, se le nuove nascite fossero state incentivate dalla politica del bonus, l’effetto si riconoscerebbe prevalentemente sulle famiglie povere. In terzo luogo, parte rilevante di questa ripresa delle nascite è dovuta agli immigrati, che dal bonus erano esclusi.
La ripresa della fecondità era peraltro già iniziata nel 2002, anno in cui il numero medio di figli per coppia era salito da 1,27 a 1,29: un periodo in cui nessun bonus era a disposizione dei potenziali genitori. E, comunque, una politica annunciata a fine 2003 non può avere avuto effetti sulle scelte di fecondità fino agli ultimi mesi del 2004. Appare quindi improbabile che l’aumento di 0,04 figli per coppia sia il risultato del bonus.


Il contributo per il nido


Se un bonus di mille euro, pagato a posteriori, può nel migliore dei casi rappresentare solo una sorta di riconoscimento simbolico del costo di un figlio in più, 160 euro, sempre a posteriori, sono invece un insulto, per di più costoso. Per erogare questa miseria occorre infatti mettere in moto una complessa macchina organizzativa, accordi con le poste e così via, che finiranno con il costare tanto quanto l’ammontare del bonus.
Se si voleva scegliere la via dei trasferimenti monetari, sarebbe stato più opportuno utilizzare quei fondi per iniziare a razionalizzare i due trasferimenti che oggi in Italia sono rivolti alle famiglie con figli: l’assegno al nucleo familiare per le famiglie di lavoratori dipendenti a reddito modesto e l’assegno per il terzo figlio per le famiglie a basso reddito e con almeno tre figli minori.
Ma l’obiettivo di sostenere il reddito e insieme di incoraggiare la fecondità, a fronte di risorse limitate, può essere perseguito anche in un altro modo. I risultati della ricerca di Del Boca e Pasqua, come quelli di un lavoro dell’Ocse di D’Addio e Mira d’Ercole mostrano che più che i trasferimenti alle famiglie, conta la disponibilità dei posti asilo, in quanto favorisce la partecipazione delle madri al mercato del lavoro. Ciò potrebbe contribuire anche a spiegare perché la fecondità si sta riprendendo nel Nord e nel Centro mentre continua a scendere nel Sud, dove la carenza di asili nido è più marcata.
La terza misura approvata in Senato sembrerebbe andare in questa direzione, anche se in modo del tutto simbolico e quindi, anche in questo caso, vagamente insultante. Per le famiglie che pagano una retta a un nido sarà infatti possibile dedurre a fini fiscali 120 euro annui. Peccato che il costo di un nido privato oscilli tra i 500 e gli 800 euro mensili e che, secondo i dati Istat più recenti, il costo medio di un nido pubblico sia di 250 euro mensili. Ma questa cifra è la media tra chi non paga nulla e chi invece paga la retta massima, che non è molto lontana da quella dei nidi privati. Tra l’altro, non è chiaro se la generosa somma di 120 euro annui sia destinata solo a chi utilizza il nido privato (spesso per necessità, dato che quelli pubblici non sono sufficienti) o anche a chi utilizza quelli pubblici. In ogni caso, non è certo con queste somme che si viene incontro ai costi del nido e tanto meno si aumenta una offerta che è largamente carente.


E quello per l’affitto


Si conferma anche quest’anno la sparizione del fondo a sostegno del costo dell’affitto. La misura, introdotta dal Governo precedente, sia pure con molti difetti di disegno, era l’unica che si configurava come un sostegno al costo dell’abitazione per le famiglie più povere, tra le quali è molto elevata l’incidenza di quelle numerose. In particolare, tra le coppie con tre figli sono più quelle che vivono in affitto (il 19%) che non quelle con un mutuo a carico (il 16%). In totale si tratta di circa trecentomila famiglie. (1) Destinare un contributo annuale di 1.800 euro alla metà più bisognosa di questo gruppo (aggiungendo anche le coppie con più di tre figli) costerebbe 270 milioni di euro. Non è poco, ma si avrebbe un miglioramento sensibile del benessere di queste famiglie.
Una osservazione conclusiva è d’obbligo. I provvedimenti sulla famiglia, negli ultimi anni, rientrano nella discussione politica pubblica quasi solo a ridosso del difficile dibattito sulla Finanziaria. Sappiamo che le famiglie hanno bisogno di un ambiente caratterizzato da una serie di misure stabili.
Invece, a cinque anni dalla legge 328/2000, e a quattro dalla riforma del Titolo V della Costituzione, manca ancora una definizione dei livelli essenziali di assistenza. Ciò consente il persistere di forti disuguaglianze territoriali nei diritti minimi. Ma consente anche che il Governo centrale, di fatto, si appropri di parte del fondo sociale per perseguire proprie politiche che entrano in competizione con quelle decise a livello locale, sottraendovi risorse, senza che i loro obiettivi siano stati individuati come “livelli essenziali”. In questo modo, tutte le politiche sociali non previdenziali, locali o nazionali che siano, rimangono in uno stato di precarietà permanente, modificabili e cancellabili da un anno all’altro. Il che certo non si configura come una politica per la famiglia di qualsivoglia tipo.


Per saperne di più


Anna Cristina D’Addio e Marco Mira d’Ercole, 2005, “Trends and Determinants of Fertility Rates in Oecd Countries: The Role of Policies”, Oecd Social, Employment and Migration Working Papers. http://www.oecd.org/dataoecd/7/33/35304751.pdf


Daniela Del Boca e Silvia Pasqua (2005), Fertility and Labor Supply in “Women at Work” (Tito Boeri, Daniela Del Boca, Chris Pissarides ), Oxford University Press 2005.


(1) A questo proposito, si veda l’articolo di Francesco Billari sul Sole 24 Ore del 5 novembre 2005

Per il Libro bianco un bilancio in rosso, di Alessandro Rosina


Va riconosciuto al ministro Maroni un sincero interesse per i temi della famiglia, e una genuina preoccupazione per le questioni demografiche. Il Libro bianco sul welfare, pur con un particolare taglio ideologico, metteva oggettivamente la famiglia e le “questioni demografiche” in modo deciso al centro del dibattito delle politiche sociali da attuare.


Un ritratto impietoso


La difficile situazione (definita testualmente “allarmante”) del nostro paese veniva ritratta impietosamente, senza troppi infingimenti. Troppi i record negativi. I giovani italiani sono quelli che più ritardano in Europa l’ingresso nella vita adulta e più a lungo dipendono economicamente dalla famiglia di origine. Si arriva troppo tardi a formare una famiglia e si fanno pochi figli. La fecondità italiana è infatti tra le più basse nel mondo occidentale. Inoltre, l’Italia è il paese che da più tempo – e precisamente dal record negativo mondiale toccato nel 1987 – presenta valori congiunturali del numero medio di figli per donna inferiori a 1,4. Le conseguenze sul rapido e accentuato invecchiamento della popolazione sono ben note.
Inoltre, molta enfasi veniva data al problema della povertà delle famiglie. Usando le stesse parole del ministro Maroni nella presentazione del Libro: “Per troppo tempo la famiglia italiana non è stata aiutata per nulla e i risultati negativi si vedono: il 12 per cento dei nuclei familiari è oggi in uno stato di povertà”.
Il ritratto della problematicità della situazione demografica italiana era in effetti sostanzialmente fedele, e le preoccupazioni sollevate erano in larga parte condivisibili. Qualche critica invece la sollevò l’enfatica dichiarazione che al centro del sistema di protezione sociale sarebbe stata posta la famiglia fondata sul matrimonio. Ma questa, poteva anche essere considerata una legittima scelta politica, posto che finalmente si fossero messe in atto misure adeguate per correggere le tendenze sfavorevoli. Sulle misure da adottare e sulle modalità della loro attuazione si sono invece concentrate le maggiori perplessità. (1)


Buone intenzioni e fatti concreti


Il Libro bianco si poneva un orizzonte di dieci anni. Dopo oltre quattro anni di legislatura si può però cominciare a fare un primo bilancio, almeno per valutare se alle buone intenzioni sono seguiti fatti concreti, in misura tale da aver inciso sulle tendenze dei principali fenomeni demografici e aver migliorato le condizioni delle famiglie italiane.
Ebbene, la realtà è piuttosto sconsolante. Partiamo da quello che potrebbe sembrare come un risultato positivo delle recenti dinamiche demografiche, ovvero il fatto che da qualche anno il tasso di fecondità totale sia leggermente in ripresa. Non si può certo affermare che tale ripresa sia la conseguenza degli interventi operati nell’attuale legislatura. Va infatti ricordato che in Italia la fecondità ha toccato il suo minimo storico nel 1995, e che quindi l’attuale fase di leggero, ma continuo, aumento è iniziata nel 1996. Non solo. Le ultime previsioni Istat, con base 2001, proiettando nel futuro le dinamiche osservate sino a quel momento e utilizzando ipotesi verosimili, prevedevano per il 2004 un tasso di fecondità totale pari a 1,36. (2) Ma il dato effettivamente osservato nel 2004, appena pubblicato nell’Annuario Istat, è pari ad 1,33. (3) Abbiamo quindi avuto in questi anni meno figli rispetto a quanto previsto dall’Istat nel 2000.
Non si può inoltre dire che si sia osservata negli ultimi anni un’inversione di tendenza sui tempi di uscita dei giovani dalla casa dei genitori e di formazione di una propria famiglia. Tutte le indagini più recenti concordano nell’evidenziare come il ritardo nelle tappe della transizione alla vita adulta abbia raggiunto punte estreme, sia rispetto al passato sia rispetto a quanto accade nel resto d’Europa. (Link. Saraceno su Lavoce del 06-06-2005) Risulta inoltre quasi paradossale osservare come, nonostante l’enfasi data alla centralità del matrimonio, si sia toccato in Italia nel 2004 (ultimo dato disponibile fornito dall’Annuario Istat) il minimo storico dei matrimoni celebrati, e come il tasso di nuzialità sia addirittura sceso sotto la media europea. Da segnalare, en passant, che i matrimoni sono invece in netto aumento in realtà più secolarizzate, ma con politiche demografiche e familiari più concrete e mirate, come la Francia.
Infine, le condizioni economiche delle famiglie. Una delle priorità del Libro bianco erala riduzione della povertà relativa. Recentemente l’Istat ha pubblicato il dato del 2004. (4) La quota di famiglie sotto la soglia di povertà relativa è aumentata rispetto al 2002 e 2003 ed è tornata a un livello statisticamente non diverso da quello del 2001 (Figura 1). Del resto, sempre secondo l’ultimo Annuario Istat, è aumenta nel 2004 anche la percentuale di persone che si dichiarano insoddisfatte della propria situazione economica.
Anche su questo punto, quindi, gli effetti delle politiche sociali dell’attuale Governo non hanno prodotto risultati apprezzabili. Questo non significa necessariamente che sui temi qui trattati si sia fatto meno o peggio rispetto ai governi precedenti. Significa però sicuramente che le buone intenzioni del Libro bianco sul welfare non hanno, almeno per ora, trovato riscontro nella realtà dei fatti, e soprattutto, che una seria politica demografica e per la famiglia ha bisogno di scelte incisive e coraggiose. L’Italia le chiede, ne ha un gran bisogno, le sta ancora aspettando.


Figura 1. Percentuale di famiglie sotto la soglia di povertà relativa (linea continua), ed intervallo di confidenza al 95% sul dato del 2004 (linee tratteggiate)






Fonte: dati Istat (4).


(1) Si veda ad esempio Daniela Del Boca su lavoce.info del 06-02-2003 e Billari F. C., “A proposito del Libro bianco sul Welfare”, il Mulino, 4, luglio-agosto 2003.


(2) Istat, Previsioni della popolazione residente per sesso, età e regione dal 1.1.2001 al 1.1.2051, Informazioni n. 13.


(3) Istat, Annuario statistico italiano 2005.


(4) Istat, “La povertà relativa in Italia nel 2004”, Statistica in breve, 6 ottobre 2005.

Consigli coordinati per gli acquisti di latte, di Andrea Giannaccari


L’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha recentemente concluso l’istruttoria relativa al cosiddetto “caro latte” per l’infanzia, rilevando l’esistenza di comportamenti collusivi tra i principali produttori di alimenti per neonati. L’attenzione dell’Authority si è infatti appuntata sulle ragioni che favoriscono, in Italia, l’alterazione delle normali dinamiche di mercato, con definizione di prezzi a livelli assai superiori rispetto agli omologhi prodotti europei. La decisione, sfociata nella censura delle pratiche concordate e nell’irrogazione di rilevanti sanzioni (complessivamente pari a circa 10 milioni di euro), offre il destro per abbozzare alcune considerazioni a margine anche sull’operato dell’Autorità.


La spesa degli utenti in latte per l’infanzia: il prezzo è giusto?


Il dato che emerge dalle risultanze istruttorie non lascia margini di incertezza. I prezzi dei latti per l’infanzia (in particolare, dei latti di partenza e di proseguimento) nel nostro paese sono di gran lunga superiori rispetto a quelli applicati negli altri paesi europei. Più precisamente, i differenziali tra i prezzi italiani e quelli esteri, distribuiti attraverso il canale farmaceutico, presentano maggiorazioni comprese tra il 100 e il 300 per cento, con punte prossime al 350 per cento.
Il dato assume contorni di particolare gravità se si considera che non solo sussiste una completa fungibilità tra i prodotti venduti i Italia e quelli, dello stesso gruppo, messi in commercio all’estero; ma anche che tra prodotti di aziende differenti non corrono differenze qualitative tali da far preferire un alimento rispetto ad un altro. La constatazione che tali alimenti devono rispettare standard fissati dal ministero della Salute e che le strutture sanitarie scelgono la somministrazione del prodotto in modo indipendente dalla marca, corrobora le lagnanze dei consumatori circa l’iniquità (comparata) dei prezzi. Morale spicciola: nel quinquennio 2000-2004 si è assistito a prezzi talmente elevati da non trovare giustificazioni nella minore redditività del mercato nostrano, e nemmeno nella struttura dei costi delle diverse società.


L’iter logico dell’Autorità


Nell’ampio catalogo delle condotte suscettibili di generare effetti anticompetitivi, le pratiche vocazionalmente deputate a elevare i prezzi a carico dell’utenza finale si candidano quali obiettivi privilegiati della repressione antimonopolistica. Le pratiche concordate, pur non formalizzate in accordi espliciti, rientrano indubitabilmente nella categoria. Nondimeno, di là dall’allineamento dei prezzi su valori inopinatamente elevati, è necessario provare l’esistenza di una volontà comune chiaramente volta all’illecito.
In proposito, il ragionamento (censorio) dell’Autorità garante ha fatto leva sullo scambio di informazioni, avvenuto sia direttamente che indirettamente. Quanto al primo, la prova del coordinamento è stata desunta dalla riduzione dei prezzi applicati dalle imprese, a seguito dell’invito espresso in tal senso dal ministro della Salute. Nel 2004, infatti, lo stesso ministro aveva convocato a più riprese le società, sollecitando un intervento deflativo sui prezzi in misura (almeno) pari al 10 per cento, e minacciando, in caso contrario, l’adozione di provvedimenti sanzionatori. La successiva diminuzione dei prezzi, sebbene prossima alla soglia indicata dal ministro, non sembra sufficiente a dimostrare l’intento concertativo. In breve, distillare la volontà comune dalle riunioni presso il ministero, nelle quali sia l’ufficio giuridico dello stesso ministero, sia le aziende erano consapevoli dei rischi anticompetitivi di una riduzione dei prezzi di eguale ammontare, per di più realizzata in momenti e quantità differenti, non aiuta a dare spessore alla concertazione. In ogni caso, avendo efficacia ex nunc, appare inidonea a provare la collusione nel quinquennio precedente. L’illiceità di una condotta avvenuta in passato va suffragata diversamente.
In effetti, l’altro torno argomentativo, lo scambio indiretto di informazioni, ha poggiato sulla presunzione che i produttori potessero coordinarsi attraverso la fissazione, e successiva comunicazione alle farmacie, dei prezzi di vendita consigliati al pubblico. Sotto questo profilo, l’Autorità, oltre a rilevare che i listini delle società erano inseriti in apposite banche dati e quindi accessibili dai concorrenti, ha posto enfasi sul fatto che, attraverso la detrazione del margine dei farmacisti (pari circa al 25 per cento), fosse possibile risalire ai prezzi di cessione degli alimenti ai distributori. Certo, il meccanismo favoriva la trasparenza del mercato e l’ipotetico coordinamento indiretto delle società, ma non senza la “collaborazione” del canale farmaceutico.


Un po’ di concorrenza nel settore farmaceutico


Proprio il settore farmaceutico, non a caso scelto dalla più parte dei produttori quale canale primario di distribuzione degli alimenti per l’infanzia (chi ha optato per la traiettoria alternativa della grande distribuzione sfugge ai rigori della repressione antitrust), rappresenta uno dei comparti nei quali appare fondamentale introdurre principi di concorrenza. Se ci fosse stata concorrenza di prezzo tra le farmacie, e non l’applicazione di un margine sostanzialmente predeterminato, sarebbe riuscito più complesso per i produttori risalire ai prezzi di cessione degli alimenti. Tanto più che l’indicazione di un prezzo consigliato al pubblico non costituisce di per sé prassi illecita. In atri termini, la concorrenza di prezzo nel mercato a valle, tra le farmacie, avrebbe contribuito a ridurre la trasparenza del mercato, così come la possibilità di concertazione tra i produttori di latte. Al contrario, all’assenza di concorrenza sulla qualità dei prodotti si è aggiunta una sostanziale ingessatura del mercato a valle.
In conclusione, l’evidenza del caso è data dall’esistenza di un prezzo (oligopolistico) elevato, soprattutto se confrontato con la migliore pratica europea, nonché dalla strutturazione di un mercato impermeabile ai crismi della concorrenza e nel quale un parallelismo consapevole tra i produttori appare esito “naturale”. La domanda, ancora in cerca di una risposta, è se l’architettura concettuale costruita dall’Autorità sia sufficiente a provare la collusione tacita dei produttori, anche perché le modalità con le quali il mercato è stato ritagliato, togliendo dal giro numerose società (obiettivamente minori, ma) responsabili dello stesso tipo di condotte, rischiano di rivelarsi strumentali all’individuazione dell’intesa collusiva. Su questi punti si pronuncerà presumibilmente il Tar del Lazio.



Per saperne di più


M. Motta, Competition Policy- Theory and practice, Oxford University Press, 2004, 137 ss.
P. Fattori, M. Todino, La disciplina della concorrenza in Italia, il Mulino, 2004, 51 ss.

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