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Consigli coordinati per gli acquisti di latte

L’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha rilevato l’esistenza di comportamenti collusivi tra i principali produttori di alimenti per neonati nel caso del cosiddetto “caro latte”. L’evidenza è data dal prezzo elevato, soprattutto se confrontato con gli altri paesi europei, nonché dalla strutturazione di un mercato impermeabile ai crismi della concorrenza e nel quale un parallelismo consapevole tra i produttori appare esito “naturale”. Ma l’architettura concettuale costruita dall’Autorità è sufficiente a provare la collusione tacita dei produttori?

L’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha recentemente concluso l’istruttoria relativa al cosiddetto “caro latte” per l’infanzia, rilevando l’esistenza di comportamenti collusivi tra i principali produttori di alimenti per neonati. L’attenzione dell’Authority si è infatti appuntata sulle ragioni che favoriscono, in Italia, l’alterazione delle normali dinamiche di mercato, con definizione di prezzi a livelli assai superiori rispetto agli omologhi prodotti europei. La decisione, sfociata nella censura delle pratiche concordate e nell’irrogazione di rilevanti sanzioni (complessivamente pari a circa 10 milioni di euro), offre il destro per abbozzare alcune considerazioni a margine anche sull’operato dell’Autorità.

La spesa degli utenti in latte per l’infanzia: il prezzo è giusto?

Il dato che emerge dalle risultanze istruttorie non lascia margini di incertezza. I prezzi dei latti per l’infanzia (in particolare, dei latti di partenza e di proseguimento) nel nostro paese sono di gran lunga superiori rispetto a quelli applicati negli altri paesi europei. Più precisamente, i differenziali tra i prezzi italiani e quelli esteri, distribuiti attraverso il canale farmaceutico, presentano maggiorazioni comprese tra il 100 e il 300 per cento, con punte prossime al 350 per cento.
Il dato assume contorni di particolare gravità se si considera che non solo sussiste una completa fungibilità tra i prodotti venduti i Italia e quelli, dello stesso gruppo, messi in commercio all’estero; ma anche che tra prodotti di aziende differenti non corrono differenze qualitative tali da far preferire un alimento rispetto ad un altro. La constatazione che tali alimenti devono rispettare standard fissati dal ministero della Salute e che le strutture sanitarie scelgono la somministrazione del prodotto in modo indipendente dalla marca, corrobora le lagnanze dei consumatori circa l’iniquità (comparata) dei prezzi. Morale spicciola: nel quinquennio 2000-2004 si è assistito a prezzi talmente elevati da non trovare giustificazioni nella minore redditività del mercato nostrano, e nemmeno nella struttura dei costi delle diverse società.

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L’iter logico dell’Autorità

Nell’ampio catalogo delle condotte suscettibili di generare effetti anticompetitivi, le pratiche vocazionalmente deputate a elevare i prezzi a carico dell’utenza finale si candidano quali obiettivi privilegiati della repressione antimonopolistica. Le pratiche concordate, pur non formalizzate in accordi espliciti, rientrano indubitabilmente nella categoria. Nondimeno, di là dall’allineamento dei prezzi su valori inopinatamente elevati, è necessario provare l’esistenza di una volontà comune chiaramente volta all’illecito.
In proposito, il ragionamento (censorio) dell’Autorità garante ha fatto leva sullo scambio di informazioni, avvenuto sia direttamente che indirettamente. Quanto al primo, la prova del coordinamento è stata desunta dalla riduzione dei prezzi applicati dalle imprese, a seguito dell’invito espresso in tal senso dal ministro della Salute. Nel 2004, infatti, lo stesso ministro aveva convocato a più riprese le società, sollecitando un intervento deflativo sui prezzi in misura (almeno) pari al 10 per cento, e minacciando, in caso contrario, l’adozione di provvedimenti sanzionatori. La successiva diminuzione dei prezzi, sebbene prossima alla soglia indicata dal ministro, non sembra sufficiente a dimostrare l’intento concertativo. In breve, distillare la volontà comune dalle riunioni presso il ministero, nelle quali sia l’ufficio giuridico dello stesso ministero, sia le aziende erano consapevoli dei rischi anticompetitivi di una riduzione dei prezzi di eguale ammontare, per di più realizzata in momenti e quantità differenti, non aiuta a dare spessore alla concertazione. In ogni caso, avendo efficacia ex nunc, appare inidonea a provare la collusione nel quinquennio precedente. L’illiceità di una condotta avvenuta in passato va suffragata diversamente.
In effetti, l’altro torno argomentativo, lo scambio indiretto di informazioni, ha poggiato sulla presunzione che i produttori potessero coordinarsi attraverso la fissazione, e successiva comunicazione alle farmacie, dei prezzi di vendita consigliati al pubblico. Sotto questo profilo, l’Autorità, oltre a rilevare che i listini delle società erano inseriti in apposite banche dati e quindi accessibili dai concorrenti, ha posto enfasi sul fatto che, attraverso la detrazione del margine dei farmacisti (pari circa al 25 per cento), fosse possibile risalire ai prezzi di cessione degli alimenti ai distributori. Certo, il meccanismo favoriva la trasparenza del mercato e l’ipotetico coordinamento indiretto delle società, ma non senza la “collaborazione” del canale farmaceutico.

Un po’ di concorrenza nel settore farmaceutico

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Proprio il settore farmaceutico, non a caso scelto dalla più parte dei produttori quale canale primario di distribuzione degli alimenti per l’infanzia (chi ha optato per la traiettoria alternativa della grande distribuzione sfugge ai rigori della repressione antitrust), rappresenta uno dei comparti nei quali appare fondamentale introdurre principi di concorrenza. Se ci fosse stata concorrenza di prezzo tra le farmacie, e non l’applicazione di un margine sostanzialmente predeterminato, sarebbe riuscito più complesso per i produttori risalire ai prezzi di cessione degli alimenti. Tanto più che l’indicazione di un prezzo consigliato al pubblico non costituisce di per sé prassi illecita. In atri termini, la concorrenza di prezzo nel mercato a valle, tra le farmacie, avrebbe contribuito a ridurre la trasparenza del mercato, così come la possibilità di concertazione tra i produttori di latte. Al contrario, all’assenza di concorrenza sulla qualità dei prodotti si è aggiunta una sostanziale ingessatura del mercato a valle.
In conclusione, l’evidenza del caso è data dall’esistenza di un prezzo (oligopolistico) elevato, soprattutto se confrontato con la migliore pratica europea, nonché dalla strutturazione di un mercato impermeabile ai crismi della concorrenza e nel quale un parallelismo consapevole tra i produttori appare esito “naturale”. La domanda, ancora in cerca di una risposta, è se l’architettura concettuale costruita dall’Autorità sia sufficiente a provare la collusione tacita dei produttori, anche perché le modalità con le quali il mercato è stato ritagliato, togliendo dal giro numerose società (obiettivamente minori, ma) responsabili dello stesso tipo di condotte, rischiano di rivelarsi strumentali all’individuazione dell’intesa collusiva. Su questi punti si pronuncerà presumibilmente il Tar del Lazio.


Per saperne di più

M. Motta, Competition Policy- Theory and practice, Oxford University Press, 2004, 137 ss.
P. Fattori, M. Todino, La disciplina della concorrenza in Italia, il Mulino, 2004, 51 ss.

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Perché le periferie non “brucino”

13 commenti

  1. Massimo Giannini

    La decisione dell’Authority é benvenuta. Mi domando perché ci sia voluto cosi’ tanto tempo per scoprire che all’estero costa meno e c’é poca differenza tra il prezzo di vendita in farmacia o al supermercato. Sono anni che é cosi’ e chi l’ha potuto fare ha allevato i propri figli a latte in polvere “importato” dal’estero. Il risparmio, nell’ordine di centinaia di euro, é stato cosi’ ben più del bonus ai nuovi nati. Ma si sa i politici all’estero non ci vanno….e l’authority per scoprire qualcosa ci mette degli anni. Non é che magari l’ammenda inflitta dall’authorithy viene reinvestita in qualche politica per la famiglia? Almeno il maltolto viene un po’ ridato.

    • La redazione

      In questo caso, l’indagine dell’Autorità è scaturita dalle segnalazioni dei consumatori presentate nel 2003. L’istruttoria ha permesso di evidenziare quanto fossero elevati i differenziali di prezzo tra i latti commercializzati in Italia e quelli distribuiti negli altri paesi europei. Le armi dell’autorità non sono tuttavia infallibili ed è talvolta difficile (soprattutto in casi come questo) avere le prove di condotte illecite. Se poi il problema è di corporazioni forti, allora credo che il nodo sia anche del Parlamento e della relativa volontà (???) di liberalizzare questo ed altri settori. Quanto all’eventuale investimento della sanzione (dieci milioni di euro), non esiste una relazione diretta tra entrate e successive destinazioni, ma comunque la somma da destinare alle politiche sulla famiglia dovrebbe essere di ben altro ammontare.
      AG

  2. Stefano Soro

    Mi pare che l’analisi dell’operato dell’AGCM sviluppato nell’articolo non prenda in considerazione un fattore importante.
    Nel 2000 l’AGCM aveva già multato per gli stessi motivi alcuni produttori per una cifra totale attorno ai 6 miliardi di lire. Il provvedimento (http://tinyurl.com/33bn8) era stato poi sostanzialmente confermato dal Consiglio di Stato.
    Nel periodo intercorso tra i due provvedimenti, le differenze di prezzo con gli altri paesi europei non sono cambiate sostanzialmente. Aneddoto personale: all’inizio del 2004, la confezione da 900 g. del latte che prendeva mio figlio costava – in farmacia – 16,18 € in Belgio e 40€ (quaranta euro!) in Italia.

    • La redazione

      Sono d’accordo, ma è opportuno allora ricordare che la stessa Autorità garante aveva pubblicato nel 1997 “L’indagine conoscitiva nel settore farmaceutico” (cfr. Provvedimento n. 5486, IC14, in Bollettino n. 9/1998), a firma del Presidente Giuliano Amato, caldeggiando l’introduzione della concorrenza e la liberalizzazione dei prezzi finali. Il provvedimento è rimasto lettera (sostanzialmente) morta.
      AG

  3. Fabio Cantoni

    Ho acquistato un mese fa in austria presso la catena di drogheria DM, una confezione di 900 g di latte in polvere Humana 2, del tutto identico all’Humana 2 venuto in Italia (vd. composizione chimica), a 6,98€. In Italia lo si trova intorno ai 28€.
    Ho chiesto chiarimenti ad un mio amico farmacista, che mi ha assicurato che i margini che hanno sul latte in polvere sono ridottissimi (guadagnano di più sul “loro” latte venduto in farmacia al prezzo politico di 9,90€).
    A questo punto mi sembra che la fetta più grossa venga presa dalle case produttrici. Sempre per quello che riguarda l’Humana, molti pediatri (compreso quello di mia figlia) consigliano fortemente l’utilizzo dell’Humana Plus (con campioni gratuiti all’inizio…), che guarda caso è venduto solo ed esclusivamente in Italia, chiaramente a più di 30€ al kg. Non è così possibile acquistarlo a prezzi inferiori in altri paesi europei. I nostri bambini sono dei privilegiati oppure…
    A voi le conclusioni….

    • La redazione

      Direi che non sono privilegiati, per questo e per molti altri motivi. Come ho sottolineato nella nota, la responsabilità maggiore è dei produttori (come giustificare prezzi superiori per prodotti qualitativamente fungibili nell’ordine del 350%?), ma un mercato ingessato anche a valle non mi sembra propizio per scardinare la situazione.
      AG

  4. paolo zanini

    Due appunti mi sembrano importanti:
    1) Ormai tutti conoscono la storia delle speculazioni dell’industria produttrice sul prezzo del latte in Italia: attribuiamo correttamente le responsabilità (all’industria) e riconosciamo chi ha risolto la questione (i farmacisti con Neolatte e la grande distribuzione col latte Coop), diciamo quindi che ora il problema è risolto.
    2) se non fosse un problema più serio (per la salute) sarebbe ridicolo continuare a sollevare il problema della concorrenza tra le farmacie: la concorrenza vera è quella tra farmacie ed altri canali distributivi (come avviene per pressochè tutto il parafarmaco, sa con la grande distribuzione che con le sanitarie) e quella tra le varie industrie produttrici dei prodotti che la farmacia vende. A quel punto fondamentale è la consapevolezza dei consumatori che chiedano i prodotti più convenienti abbandonando le lusinghe della pubblicità.
    La grande distribuzione che promuove fortemente la rottura del monopolio sul farmaco, a mio parere oggi ancora piuttosto giustificato in termini di salute pubblica, usa ogni argomento per attaccare le farmacie. L’uso ideologico della concorrenza andrebbe mitigato da un’analisi più approfondita del ruolo della farmacia e del suo contratto con lo stato.

    • La redazione

      Ha ragione, ma la vicenda in esame ha dimostrato una volta di più che la strutturazione del canale farmaceutico comporta ancora una concorrenza del tutto ipotetica e disincentiva il ricorso a meccanismi di distribuzione alternativi. La concorrenza di prezzo nel mercato a valle, tra le farmacie, contribuirebbe a ridurre la trasparenza del mercato, così come la possibilità di concertazione tra i produttori di latte, i quali –non a caso– scelgono il settore farmaceutico quale canale primario di distribuzione. Fenomeni di parallelismo nelle politiche di prezzo o di concertazione collusiva tra i produttori, ampiamente riscontrati anche in passato, sarebbero efficacemente ridotti qualora si assistesse ad una progressiva liberalizzazione dei prezzi al pubblico e alla concorrenza tra i vari punti vendita. I guadagni di efficienza nella rete di distribuzione, anche attraverso criteri di selezione dei fornitori, consentirebbero di ridurre la spesa privata in farmaci, favorendo il passing on all’utenza finale.
      AG

  5. luca collareta

    Una considerazione:
    da diversi mesi esistono in commercio in Italia latti per l’infanzia a prezzi europei (Neolatte in farmacia e latte coop nella GDO) eppure la nostra stampa continua a consigliare lunghi viaggi all’estero ( per esempio la repubblica di qualche settimana fa) e l’ AGCM pur menzionanadone l’esistenza continua a sostenere la mancanza di concorrenza nel settore.
    Un’informazione più completa e meno polemica, a partire dall’equivalenza sostanziale dei diversi latti, risulterebbe estremamente utile per i consumatori.

  6. Alberto Lusiani

    Se i governi italiani (di destra e di sinistra) avessero avuto un minimo di intelligenza avrebbero acquistato latte per l’infanzia europeo, a prezzi europei, e lo avrebbeor distribuito nelle farmacie comunali. Per pubblicizzarne la disponibilita’ avrebbero potuto sottrarre qualche minuto alla scadente programmazione delle TV di Stato. Senza spendere i soldi dei contribuenti, e invece colpendo gli ingiustificati (e odiosi) guadagni di produttori e distributori, avrebbero (finalmente) fatto qualcosa di utile, con un beneficio reale per gli italiani probabilmente superiore a tutte le elemosine decretate di anno in anno per la famiglia, che invece costano soldi veri dei contribuenti. Purtroppo, da quello che si vede nel resto d’Europa, sembra che l’intelligenza dei governanti italiani sia all’estremo inferiore della scala europea e probabilmente mondiale. En passant, oltre al latte per l’infanzia, anche numerosi medicinali da banco costano in Italia 3 volte rispetto a Francia, Germania e Spagna, lo documenta perfino Striscia la notizia.

  7. Giuseppe Forte

    L’autore del commento ha ragione ma è necessario sapere che le farmacie hanno dei margini molto ridotti sui latti per l’infanzia e che la concorrenza, al contrario di quello che comunemente si afferma, esiste anche nel canale farmacie.
    Per fare un esempio di cui ho conoscenza diretta a Napoli tutte le farmacie applicano sui latti sconti del 20% e i prezzi sono assolutamente in linea con quelli della grande distribuzione. Per questi farmacisti il margine è quasi (o) pari a zero. Lo stesso accade per molti altri articoli.
    Che poi si voglia liberalizzare la vendita del farmaco è un discorso che trova fondamento nelle mire della grande distribuzione…

    • La redazione

      Secondo quanto emerso dall’istruttoria dell’Autorità, i margini delle farmacie sui latti per l’infanzia sono compresi tra il 25 e il 30%. Se le farmacie napoletane applicano sconti del 20% è sicuramente una prassi commerciale che va accolta con favore. Ciò non toglie che il prezzo dei latti a monte abbia prezzi inopinatamente elevati e che la concorrenza tra farmacie e tra canali di distribuzione alternativi (GDO e negozi specializzati) debba essere maggiormente incentivata.
      AG

  8. Matteo Tamanin

    I latti in Italia sono più cari che all’estero. Non solo i latti. Il consumatore italiano ha una maggiore propensione rispetto ai suoi “colleghi” europei a riconoscere valore ed importanza alla marca. In generale: dagli spaghetti al detersivo. Figuriamoci con i prodotti per l’infanzia.
    Limitato sviluppo del canale discount e delle private label non migliorano la situazione.

    Prima considerazione: il mercato Italiano rimane un mercato incredibilmente profittevole per i grandi produttori di latte in polvere, che possono continuare a vendere ad un prezzo di molto superiore alla media europea anche e soprattutto nella GD/DO.

    Seconda considerazione: il latte per l’infanzia è uno degli articoli a minor margine, se non a margine negativo, della distribuzione farmaceutica (intermedia e finale).
    Attribuire la colpa dei prezzi alle farmacie è fuorviante, perché i prezzi dei grandi marchi sono sballati all’origine. Le politiche di prezzo delle multinazionali non vengono decise dalle filiali, ma dalla sede centrale, che fissa (o cambia) i prezzi di trasferimento in funzione delle proprie necessità / opportunità di bilancio.

    Terza considerazione: rimarrà integro il meccanismo di “prescrizione” da parte dei pediatri, oltre alla sistematica opera di disinformazione, cui la stampa presta spesso e colpevolmente voce, circa la qualità delle formulazioni dei latti a prezzo europeo.
    L’asimmetria informativa presente fra consumatore e pediatra in Italia rimane pesante, e il latte per l’infanzia continua ad essere vissuto come un farmaco e non come un alimento.

    Ecco l’origine e la causa della scarsa sensibilità al prezzo della domanda.

    Informiamo i consumatori sulla sicurezza e sulla presenza sia in farmacia che nella GD/DO di latti per l’infanzia a prezzo europeo. Comportamento d’acquisto e quote di mercato faranno abbassare i prezzi.

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