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  1. gp Rispondi

    Purtroppo solo adesso a 10 anni dalla mia laurea entro definitivamente nel mondo di lavoro grazie ad un impiego a tempo indeterminato; in questi 10 anni ho lavorato saltuariamente con vari stage, contratti co.co co. poi co.co.pro. ho cercato di diventare un libero professionista ma il ticoninio obbligatorio a retribuzione variabile e a discrezione (dell'umore e dal reddito) del professionista già iscritto alla casta di cui ero praticante mi hanno portato a perdere circa 2 anni di praticantato (mal retribuito), alcuni contratti di lavoro per sostituzione maternità (questi si ben remunerati). ora entro in una azienda di circa 600 dipendenti, ma con il contratto più basso dove devo stare a sentire dei ragazzini che per soli pochi anni più anziani di me, pensano di conoscere tutto; mi sembra di essere tornato militare dove quel che conta e viene premiata è l'anzianità di servizio.

  2. David De Ranieri Rispondi
    Buongiorno ottimo argomento e ottimi articoli....ma le perplessità rimangono. Non condiviso dal punto di vista metodologiche le seguenti scelte e/o omissioni. 1) Durata Studi 4 anni: ma se tutto l'articolo è composto da dati reali, perchè non prendere i 7 anni medi reali, invece che i 4 (alla faccia di medicina e ingegneria) "auspicabili"? 2) Costi trasferte: non ho dati concreti, ma gradirei una smentita alla mia impressione che la % di studenti che sostengono costi di trasferimenti non sia uguale alla % di diplomati che sostengono costi analoghi (in €) per cercar lavoro 3) Non considerare le donne (57% pop.ne) è eccessivo, pur capendo le ragioni 4) Concordo che oggi come oggi nel cv oltre alla Laurea, ci sono numerose esprienze integrative in un cv (Erasmus, Master.....) e vanno considerati nel calcolo 5) fare le medie degli Stipendi Laureati senza distinzione geografica, classi di età e tipologie di studi è generico, specie nel caso di considerare "Stipendi di un odierno 58enne " ai costi di uno studente di oggi: semmai consideraimo gli stipendi dei 60enni di oggi con i LORO costi sostenuti all'epoca. 6) un 19enne che inizia a lavorare, ha secondo me (va verificato) buone probabilità di avere un lungo ciclo finanziario positivo, consistente in: anticipato inizio di versamento contributi (leggi anche Fondi Pensione); risparmio anche grazie alla convievenza con genitori e quindi possibilità di far fruttare tale risparmio (da BOT a Piani di Accumulo più di ampio respiro); Scelta anticipata su mutui prima casa (in Italia molto sentita) e quindi godere di propria abitazione in anticipo rispetto a laureati. Last but not least: sposarsi prima, figli prima e pensione prima. Detto ciò, sono orgoglioso della mia Laurea e contento sul piano culturale della formazione che ho ricevuto. Saluti
  3. Flavio Bortot Rispondi
    Forse il mio e' un caso patologico, ma nonostante sia laureato in ingegneria informatica in una nota universita' del Nord Italia, per far "valere" il mio titolo di studio sono dovuto emigrare negli USA. In Italia la paga media nel mio settore e' di 1300 euro/mese e con quella cifra si fatica a vivere. Se mi fossi fermato al diploma, forse abiterei sotto un ponte...
  4. francois fouelefack Rispondi
    Prendrere una laurea per guadagnare 134 mila euro è un caso solo italiano. Se noi prendiamo il caso degli studenti stranieri che arrivano in Italia tutti gli anni per studiare e che spesso sono già laureati nel loro paese,io direi piuttosto che laurearsi per loro non è un investimento. Poiché il mercato del lavoro è discriminatorio, loro si ritrovano quasi sempre a fare il lavoro dei diplomati. Laurearsi è un rischio da non prendere perché tutte le spese per questo investimento non saranno coperte alla fine degli studi.
  5. Paolo M Rispondi
    Se ho capito bene voi considerate i benefici dell'investimento laurea pari alla differenza tra lo stipendio medio del laureato x gli anni di lavoro da laureato, e lo stipendio medio del diplomato x gli anni di lavoro da diplomato (qualcuno in più di quelli da laureato). Mi pare discutibile, perchè i laureati non hanno solo la laurea ma spesso hanno anche varie forme di aiuto dai loro genitori e dagli amici di questi (si pensi al laureato in farmacia che eredita la farmacia del padre, o al laureato in legge che il padre imprenditore fa assumere dallo studio legale dell'amico avvocato). Non vorrei che voi confondeste i vantaggi del documento laurea con quelli dati dalla posizione sociale di nascita di chi si laurea. Al netto di questi ultimi non so se rimanga poi molto....
  6. Arnold Attard Rispondi
    Nel Policy Brief pubblicato dall'OCSE nel suo 'Lisbon Council', spunta una interessante statistica comparata: l'Italia è il paese industriale dove un laureato ha il più basso ritorno economico nel suo investimento nell'istruzione universitaria, se confrontato agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna, Francia, Olanda, ecc. Sempre nel citato rapporto viene evidenziato che in Germania, Francia e Italia l'estrazione sociale e di gran lunga più significativa che negli USA nel determinare la perfomance educativa di uno studente. Complessivamente il rapporto è estremamente critico sulla capacità dei paesi dell'Europa continentale di competere nel campo dell'istruzione con i paesi emergenti. Credo che sia necessario una più attenta valutazione di quello che sta succedendo. I voli Ryanair sono pieni di 'emigranti dell'intelletto' in cerca di lavoro a Londra.
  7. Cristiano Codispoti Rispondi
    Se diciamo che mediamente per una laurea ci vogliono mediamente 7 anni, e poniamo che in alternativa alla laurea si entri immediatamente nel mondo del lavoro accettando mestieri sì umili ma altresì almeno minimamente remunerativi in termini di reddito e di formazione (per es.: operaio metalmeccanico), vediamo che nei sette anni successivi: 1) si ha avuto entrate per almeno 100.000 (consideriamo passaggi di livello, 13°, tfr, straordinari, ferie non pagate) euro invece che uscite per almeno 15.000 euro (se si e' residenti nella città sede del proprio corso, altrimenti raggiungiamo i 70.000 euro, quindi una differenza tra gli 85.000 e i 170.000 euro, cifra utile all'acquisto di una prima casa). 2) ci si e' formati per una figura professionale ben determinata, per altro molto ricercata, e si ha per essa un buon curriculum. 3) si e' pagati contributi pensionistici per 7 anni. 4) si ha una visione del mondo del lavoro "reale" invece che accademica. 5) si puo' essere fisicamente e mentalmente consumati alla stessa maniera di un laureato. Ci si puo' addirittura trovare in una forma migliore. 6) ci si trova gia' inseriti nel mondo del lavoro, invece che davanti a mesi (o anni) di stage, tirocinii, work experience, in parte pagati dallo stato o dalla regione (cioe' noi) che facilmente non portano a nulla. 7) ci si trova difesi da diritti e uniti a un mondo di solidarieta', invece che abbandonati e defraudati da un mondo di baronie, raccomandazioni e lecchinaggio. 8) ci si puo' presentare a un potenziale datore di lavoro come dei volenterosi lavoratori con esperienza invece che come dei lamentosi e pretenziosi titolati incapaci. Quello che manca in Italia e' una "visione" del mondo da parte dei giovani. E' in questo che i genitori dovrebbero investire. Le "idee chiare" sono la risorsa piu' rara in questo paese. E questo articolo non aiuta a reperirla.
    • La redazione Rispondi
      1) Il fatto che ci in media ci si metta 7 anni a laurearsi e' una scelta della studente, che evidentemente e' contento di divertirsi a spese di papa'. Questo non e' un problema dell'investimento ma dell'investitore. Se lei investe in azioni ma poi disinveste ogni mese per andare in vacanza alle Maldive, buon per lei. Ma non puo' poi lamentarsi che il mercato azionario non rende. 2) Calcolare i rendimenti della laurea solo su 7 anni invece che sulla vita intera e' semplicemente scorretto. Oppure evidenzia un tasso di sconto temporale elevatissimo. Con un tasso di sconto cosi' non conviene studiare, certamente! 3) La teoria pedagogica che piuttosto che farli studiare i figli e' meglio mandarli a fare i metalmeccanici e' certamente interessante. Mi creda, potrei anche concordare con lei sul punto 3 (con una lunga lista di condizioni). Il fatto che lei ritenga che questo articolo non aiuti a formare "idee chiare" nei giovani pero' non le fa onore. Non perche' l'articolo abbia alcun valore, ma perche' "idee chiare" si formano sempre e comunque ascoltando argomentazioni su cui non si concorda. Non mi pare lei sia disposto a farlo. Riguardi i numeri a mente aperta. Non pensi che noi i numeri li abbiamo inventati o massaggiati per traviare la gioventu' italiana (se non altro perche' non crediamo di avere poi cosi' tanti lettori). I numeri noi li siamo andati a cercare per rispondere a noi stessi alla domanda: Qiuanto rende? E dopo aver guardato ai numeri poi mandi pure i suoi figli a fare i metalmeccanici. Ma per un po'. Poi li faccia studiare. Mi creda, conviene. alberto bisin
  8. Cesare Riillo Rispondi
    Complimenti per il sito e il bel articolo. Nel report OSCE GLANCE 2003 si stima un tasso interno di ritorno per lo studente in italia del 6% e calcola un T.I.R per la società ancora più alta. Cosa ne pensate? una domanda ancora: supponiamo che allo studente Rossi offriamo oggi 71739€ con la possibilità di frequentare l'università insieme ad altri 99 Rossi; 50 Rossi avranno per i prossimi 40 anni un extra rendimento del 9,9%, oppure può investire 71739€ in titoli ben diversificati che replicano l'indice del mercato azionario. Secondo voi lo studente Rossi, Homo Economicus, cosa sceglierebbe?
    • La redazione Rispondi
      Grazie per il riferimento. I rendimanti sociali sono senz'altro piu' alti. Ma non e' facile stimarli appropriatamente. Rossi andrebbe all'universita' perche' studiare e' divertente, e poi la cultura rende bene nei rapporti sociali.
  9. andrea capocci Rispondi
    Nei testi di economia si legge che il reddito e' distribuito come una legge a potenza (la famosa "legge di Zipf"). Tali distribuzioni non hanno un valore medio e una varianza ben definita, a differenza di altri tipi di distribuzioni (la gaussiana, per esempio). Questo vuol dire che se il campione statistico cresce, le sue caratteristiche medie (media e varianza) non tendono a valori costanti, ma variano. Allora, come fa un economista a utilizzare il concetto di valore medio quando si parla di reddito? O la legge di Zipf non vale?
    • La redazione Rispondi
      Prima di tutto che il reddito sia distribuito come legge a potenza si trova scritto soprattutto nei libri di fisica e molto meno in quelli di economia. Secondo e' la ricchezza non il reddito che se mai ha legge a potenza (ogni tanto si sente dire anche del reddito, ma di solito perche' si confonde il reddito con la ricchezza). Terzo, se mai la ricchezza e' distribuita come legge a potenza tale legge e' una Paretiana, non Zipf. La Paretiana ha media e spesso anche varianza. Quarto, se la distribuzione della ricchezza e' Paretiana lo e' certamente solo nella coda (non ci sono cosi' tanti poveri); e la differenza tra una legge a potenza e una lognormale, nella coda, e' difficilissima da identificare nei dati perche' ricchezza infinita non esiste (nei dati) ed e' proprio il comportamento delle distribuzioni per ricchezze infinitamente grandi che e' necessario per l'identificazione. Suvvia, prima di sostenere che il concetto di GDP non e' ben definito occorrerebbe almeno contare fino a dieci. PS per il lettore de LaVoce cui fosse sfuggito cosa solo le leggi a potenza: Sono distribuzioni statistiche con proprieta' bizzare e interessanti (proprio perche' bizzare) molto comuni in fisica. Recentemente i fisici hanno scoperto che tali distribuzioni caratterizzano abbastanza bene anche alcune serie storiche in finanza ed in economia; risultato molto interessante. Da allora pero' si e' purtroppo sviluppato una specie di culto religioso i cui membri hanno visioni di leggi a potenza ovunque; fortunatamente questo culto non e' rappresentativo della disciplina da cui proviene, la fisica.
  10. Massimo Giannini Rispondi
    Oltre alle critiche condivisibili é da notare che: - Per dire che si ha un ottimo investimento bisogna in finanza anche considerare il rischio ovvero nella fattispecie la varianza dei flussi di reddito. Se si dovesse constatare un’alta varianza significa che l’investimento in educazione universitaria é altamente rischioso e quindi si tenderebbe a non farlo a parità di rendimento. - In virtù di quanto sopra si deve fare riferimento anche a differenze tra corsi di laurea e qualifiche, incluso il tempo necessario per trovare un’occupazione - Quindi no é solo questione di medie. E se si utilizzasse il reddito mediano? - Se, come si é fatto, si usano dati medi, si deve considerare anche che in media in Italia ci si laurea uno o due anni fuori orso e che é facile incorrere in periodi di disoccupazione. Il che riduce il rendimento degli studi universitari. - Un tasso d’attualizzazione dei redditi non percepiti del 5% non é realistico e/o di mercato. Un 4% o meno per questo tipo di calcoli sembra più appropriato. Ciò’ detto se si rifanno un po’ i calcoli e si tiene conto delle critiche sulla metodologia anche già espresse purtroppo risulterebbe che l’università in Italia non é necessariamente un ottimo investimento sulla base dei dati ed eventuali scelte di portafoglio personale. (Da notare che se si scende sotto il 7% su un orizzonte temporale di 40 anni non é poi tutto questo gran guadagno). Che poi sia desiderabile aumentare il numero di laureati e incrementare il capitale umano, per se stessi e la società, questo é un altro discorso. Ma cio’ non esce in maniera convincente dall'articolo.
  11. Stefano Cordera Rispondi
    Mi scuso per la concisione, ma il limite dei 2000 caratteri me la impone. 1. Trovo lodevole il tentativo dell'autore di valorizzare l'impegno a laurearsi con una determinazione statistica del "valore effettivo". 2.Concordo con le critiche sollevate da diversi lettori sull'utilizzo di uno strumento statistico improprio quale la media, che lascia molti scontenti (con buona pace di Trilussa). 3. Desidero qui far riflettere su una "stortura" dei dati di base impiegati, cioè sul fatto concreto che vi sono alcune professioni e mestieri che (banalizzando molto) "gli Italiani non vogliono + fare". Semplicemente perchè non sono adeguatamente retribuite. Se il nostro mercato del lavoro fosse meno rigidamente regolato, probabilmente non avremmo problemi a reperire, ad esempio, infermieri: basterebbe pagarli di + (+ dei medici, se serve), dato che il loro lavoro li impegna in modo significativo. Cosa che non avviene e che abbassa la media dei lavori "non da laureato". Certo, ho virgolettato la parola "stortura" in apertura di questa mia, perché i dati rispecchiano il paese reale: il paese dove il "pezzo di carta" è ancora molto importante. 4. In America, ad esempio, nessuno si sogna di dire dott. Gates od ing. Gates... la laurea di Bill Gates la stiamo usando tutti, in questo momento. 5. Credo che questo modo di pensare (comune a tutti gli Italiani, laureati e no) spieghi meglio di mille statistiche la mancanza di crescita dell'economia Europea, guarda caso coincidente con il boom della new economy. Ma questa è davvero un'altra questione.
  12. Carlo Di Lieto Rispondi
    Un'indagine del ministero dell'Università (http://www.miur.it/ustat/documenti/pub2005/u04.pdf) riporta che "a poco più di 3 anni dalla laurea quasi un terzo dei laureati che hanno trovato un’occupazione dopo aver concluso gli studi non svolge un lavoro per il quale era richiesta la laurea". Dunque, per quasi un terzo dei laureati, la laurea si rivela un cattivo investimento. Non mi sembra un risultato trascurabile. Resta da capire la situazione dei restanti 2/3. Io resto convinto che le medie servano a poco: sarebbe molto più significativo considerare dei gruppi (per reddito, per ambito lavorativo): non è corretto gettare in un unico calderone i laureati in ingegneria e i laureati in lettere, che notoriamente hanno possibilità lavorative del tutto diverse. Inoltre bisognerebbe considerare, oltre alla media, la varianza dei redditi, e/o, meglio ancora, la mediana, che non risente dell'effetto di pochi valori estremi (un notaio ogni tanti poveracci sottopagati). Infine, mi permetto di osservare che, per dare ancora maggiore fondatezza ad un'analisi del genere, occorrerebbe confrontare solo persone laureate e diplomate negli ultimi 10-15 anni. Infatti ai tempi dei nostri padri e nonni, i laurati erano molto pochi ed avevano un vantaggio, rispetto ai diplomati, che per la nostra generazione si è decisamente assottigliato. Ma, certo, fare le medie è più facile.
  13. Lazzus Rispondi
    Va merito agli autori di aver proposto un tema interessante e sul quale molti laureati italiani riflettono. I commenti proposti ne sono testimonianza. Si è alzato il velo su una insoddisfazione dei laureati tra i costi, anche intangibili, della laurea e i benefici connessi. Le rinunce fatte per studiare non sono quantificabili. Ma su questo ognuno fa caso a se. Avrei considerato tra i costi del mancato guadagno non solo i mancati redditi ma anche i contributi previdenziali di cui si sarebbe beneficiato lavorando. Pertanto sarebbe da inserire il costo del riscatto degli anni di laurea, sicuramente rilevante e tale da modificare il rendimento dell’intero investimento.
  14. Nicola Grandesso Rispondi
    Salve, sono studente fuoricorso e lavoratore, e letto questo articolo mi sono posto molti dubbi tra i quali questo: Dato che sono in via di Laurea, Lavoro con un buon reddito...sopra la media e faccio ciò che dovrei fare da laureato...i miei colleghi sono tutti laureati (quelli con le mie stesse mansioni) e ho molti amici della mia stessa professione che percepiscono molto meno di me (architetti) (e io non sono geometra) o addirttura sono con lavoro precario (inerinali...cococo...etc...). Quindi dov'è il guadagno che descrive questa indagine ? E solo pura teoria scritta ? ho rifatto i calcoli riportati in base al mio reddito e li ho confrontati con i risultati se non avessi mai lavorato e solo studiato...avrei perso ad ora circa 90000 euro (valore di mezza casa) Senza parlare della professionalità acquisita. Come mai ? Forse è il sistema universitario che non funziona ? L'università è veramente un buon investimento ? Quanto vale un foglio di carta con su scritto LAUREATO ? Vale forse di più della voglia di lavorare ? Ho i mei dubbi !!! Nicola
    • La redazione Rispondi
      Ringraziamo il lettore per averci comunicato la sua esperienza personale; certo, esistono geometri che guadagano piu' di alcuni architetti, ma noi crediamo, come gia' osservato, che i dati siano piu' informativi degli aneddoti. E' per questo che si calcolano le medie.
  15. A. Trenta Rispondi
    Sarebbe interessante introdurre un rendimento che tenga conto anche del ricorso al debito, effettuato in misura maggiore da parte di un laureato piuttosto che da parte di un diplomato della stessa età, per l'acquisto di due case di pari valore.
  16. Carlo Di Lieto Rispondi
    E' il pollo di Trilussa... Quest'analisi ha ben poco valore perché ignora che i dati sottostanti sono talmente eterogenei che considerarne le medie non è rapresentativo; si sarebbero dovute considerare almeneno delle sottoclassi, ad esempio, dicendo quanti laureati guadagnano da 15mila a 20mila euro, quanti da 20mila a 30mila, ecc. Non sono affato d'accordo che la laurea sia spesso un buon investimento. Nel mio caso lo si sta rivelando, ma mi ritengo una fortunata eccezione. Molti fisici o ingegneri finiscono a lavorare come programmatori, e avranno lo stesso stipendio e le stesse opportunità di carriera dei loro colleghi diplomati, giacché non occorre una laurea per fare il programmatore. Stesso discorso per tutti i laureati in economia che diventano promotori finanziari o venditori di polizze assicurative. Non sono eccezioni rare e poco significative, anzi, tutt'altro! Eppure questi casi vengono del tutto ignorati nella vostra analisi. Consideriamo poi un diplomato che decida di fare l'artigiano. Avete mai avuto a che fare con imbianchini, elettricisti, idraulici, muratori, vetrai ecc? Quanti sono i laureati che guadagnano di più di loro? I notai e gli amministratori delegati, probabilmente, ma quanti lo diventano? A Milano un imbianchino può chiedere anche 1200 euro per pittare un monolocale (1 giornata di lavoro)! Quanti laureati possono fatturare tariffe simili? Il divario si acuisce nei casi di studenti di università private, che pagano ingenti rette. Già, perché non si pensi che tutti quelli che escono dalla Bocconi o dalla Cattolica diventano notai banchieri e amministratori delegati!
    • La redazione Rispondi
      Si' e' proprio il pollo di Trilussa. Non e' molto informativo dire che e' una media e che si conoscono tanti imbianchini ricchi e laureati poveri. Proprio per questo si calcolano le medie. Ci sono tanti laureati che fanno i promotori finanziari, ma ci sono tanti diplomati che non hanno lavoro. Certo, si calcolano anche varianze e covarianze per stimare i rischi dei rendimenti. Non l'abbiamo fatto. La nostra impressione (basata su un po' di piu' che una lista di amici e la lettura dei giornali, ma pur sempre una impressione) e' che la variabilita' dei salari dei diplomati sia piu' alta di quella dei laureati. Ma saremmo interessati ad essere smentiti. Dopo tutto noi non vendiamo lauree (quantomeno non in Italia). Concludendo: abbiamo opinioni anche noi, e cerchiamo di supportarle con dei dati! Non si va lontano dicendo che non vale fare medie se le medie non sono in accordo con le proprie idee. Trilussa ha fatto piu' danni con la frase sui polli che come poeta. Ed e' tutto dire!!
  17. Paola Naddeo Rispondi
    I differenziali di reddito per titolo di studio compensano, per la teoria economica, l’investimento in formazione. Tuttavia un rendimento annuo del 9,9% per l’investimento in formazione universitaria appare eccessivo per le seguenti ragioni. I dati utilizzati dagli autori mischiano redditi diversi e distinte situazioni lavorative. Gli autori ne sono coscienti ed escludono il reddito delle donne per l’elevata presenza del part-time. Ciò è corretto solo se il part-time e più diffuso tra le laureate, ma questo non sembra il caso. Il fatto che per le donne il rendimento della laurea è inferiore a quello degli uomini indica che vi sono altri fattori da considerare. Una stima più puntale si potrebbe ottenere utilizzando gruppi più omogenei per forme di reddito e caratteristiche circa età, qualità innate, durata dei rapporti di lavoro ecc. Nella letteratura economica si è anche evidenziato come esista una correlazione tra successo negli studi e nel lavoro: la laurea può segnalare le maggiori capacità e potenzialità di un individuo. Pertanto parte del rendimento della laurea stimato potrebbe rappresentare un rendimento che l’individuo otterrebbe comunque anche senza una maggiore formazione. Il dato stimato si riferisce unicamente ad individui che terminano il ciclo di studi in tempo e che trovano lavoro immediatamente. Il rischio di investimento è, invero, particolarmente importante nel caso della università italiana, caratterizzata da elevati abbandoni e “fuori corso”. Inoltre, molti laureati non trovano lavoro e la retribuzione media mensile dei giovani laureati maschi, secondo l’Istat, è pari a 1.362 euro, ben lontana dai 26.733 euro annui indicati dagli autori. Se si rifanno i calcoli considerando gruppi omogenei di lavoratori, per caratteristiche innate, potenzialità, orari di lavoro, ecc. e la probabilità di successo della laurea, sicuramente si otterranno risultati molto diversi da quelli presentati dagli autori e forse anche qualche sorpresa negativa.
    • La redazione Rispondi
      Ringraziamo la lettrice per il commento, che solleva diverse questioni imporanti nel calcolo del rendimento. Concordiamo che calcolo il puo' essere reso piu' preciso considerando molti fattori (si veda anche le note n. 3 e 5 del nostro articolo). Rispondiamo in seguito ai vari punti in maggiore dettaglio: 1) I rendimenti per le donne sono inferiori non solo per il part-time, ma soprattutto perche' le donne hanno maggiore probabilita' dei maschi di interrompere la carriera per accudire i figli. Non volendo avventurarci nello stimare queste probabilita', abbiamo omesso di effettuare il calcolo per le donne; piuttosto, sembra interessante notare che, nonostante le aspettative di rendimento siano inferiori, le donne costituiscono circa il 57% della la popolazione universitaria, segno che i benefici monetari diretti non sono probabilmente l'unico fattore decisionale, come osservato da altri commentatori. Questo pero' non significa che i benefici monetari non siano importanti. 2) Sul problema della selezione campionaria abbiamo gia' commentato in dettaglio nella risposta a Figa'-Talamanca; la letteratura empirica non sembra indicare grosse distorsioni da selezione. 3) E' vero che i giovani laureati guadagnano meno del salario medio di tutti i laureati da noi usato; ma e' altrettanto vero che questo errore viene compensato dal fatto che anche i giovani diplomati guadagnano meno della media (cfr. nota n. 5 al nostro articolo). 4) Ipotizziamo che molti studenti fuori-corso pluriennali finiscano per entrare nel mercato del lavoro prima di laurearsi, fattore che contribuisce a ritardare ulteriormente il conseguimento della laurea; non ci sembrava quindi il caso di calcolare i rendimenti tenendo conto dei fuori corso; abbiamo comunque verificato che aumentare a 5 anni la durata degli studi non porta a sostanziali peggioramenti del rendimento, che si aggirerebbe attorno all'8%. Piuttosto, andrebbe chiesto cosa induce molti studenti a ritardare di anni il conseguimento della laurea visti i vantaggi economici che questo comporta. 5) Tener conto della probabilita' di occupazione favorisce un aumento, non una diminuzione dei rendimenti, visto che il tasso di occupazione e' maggiore fra i laureati. Riassumendo, la conclusione del commento "se si rifanno i calcoli considerando [altri fattori] sicuramente si otterranno risultati molto diversi" sembra a noi un po' ardita. Siamo coscienti del fatto che la nostra e' una misura piuttosto imprecisa e sollecitiamo la comunita' scientifica a migliorare i nostri calcoli nelle direzioni indicate dalla lettrice.
  18. barbara balboni Rispondi
    Condivido l'analisi circa i vantaggi anche economici di una laurea. Mi chiedevo però se la redditività dell'investimento, calcolata dai commentatori, potesse risentire dell'influenza di alcune variabili, per esempio dell'età media del campione di laureati in età lavorativa che sono stati presi in esame per arrivare ai redditi medi poi confrontati con quelli dei non laureati. Mi spiego meglio: i laureati delle generazioni più vicine all'età pensionabile, pochi rispetto al resto della popolazione ed alle richieste del mercato del lavoro di allora, hanno raggiunto livelli di reddito finale diversi da quelli ottenuti dai laureati delle generazioni via via più "giovani", ed anche da quelli che le ultime generazioni possono aspirare a raggiungere, in prospettiva. Per questi il tasso di rendimento finale dell'investimento potrebbe essere più basso della media indicata nell'articolo. Bisognerebbe poi tener conto poi del fatto che, nel curriculum da presentare per trovare un'opportunità di lavoro qualificata o per migliorare la propria posizione sono sempre più importanti compentenze acquisite, anche queste a spese dell'interessato, parallelamente o successivamente a quelle universitarie ( master, corsi di specializzazione, corsi di lingue, corsi di informatica ecc. ). Mi sembra che il rendimento dell'investimento laurea possa essere visto "in calo" rispetto ai laureati più giovani, anche se l'utilità marginale di quel rendimento, viste le condizioni generali del mercato del lavoro e le poche opportunità offerte, rimane alta. Concludendo mando un saluto ed un ringraziamento agli autori per aver affrontato il tema.
    • La redazione Rispondi
      Grazie per gli interessanti commenti. Certamente la distribuzione di eta' della popolazione conta. Per avere ordini di grandezza, noi abbiamo fatto medie. I laureati ora termine dell'eta' lavorativa erano pochi rispetto alle richieste del mercato quando hanno iniziato a lavorare, questo e' vero, ma e' anche vero che la produttivita' di un neolaureato cresce col tempo e l'innovazione: I laureati vicini alla pensione (e anche i diplomati) fanno fatica coi computer, ad esempio. Inoltre, e' vero che molti fanno Master, etc., ma questi hanno salari piu' elevati. Entra tutto nelle medie. Disaggregare sarebbe certo interessante.
  19. quarterback Rispondi
    lodevole l'intento. ma il vizietto è di partire con un teorema e volerlo dimostrare con i numeri .Non tenere conto dei costi di vitto e alloggio fuori sede non è una semplificazione .E l' omissione che consente di taroccare in maniera decisiva i conti. la maggior parte delle famiglie di provincia deve sostenere o extra costi per raggiungere la sede universitaria ( e questi cari signori si contano ) o costi di affitto di appartamenti e vitto che non vi sarebbero dal momento che fior di ricerche dimostrano come sia in atto il famoso prolungamento della vita in ambito famigliare. quanti studenti finiscono il corso di laurea nei previsti 4 anni ? quanti non finiscono? Anche con i vostri conti il pay back period di una laurea è di minimo 10 anni .Come general manager di un azienda , nel mio capital budgeting non penso troverebbero spazio piani di investimento di questo genere .Così "poor" e così mal valutati.La cultura è la solita :spremiamo le tasche e aumentiamo il costo del baraccone .Una solida nomenklatura di irresponsabili si incaricherà di redistribuire questa ricchezza dai soggetti produttivia a quelli parassitari. Infine a chi oltre i 4 anni di laurea si è fatto 3 anni di pratica professionale + un altro annetto tra esame e altre amenità spieghiamo che è entrato a far parte di una bieco ordine professionale affamtore dei poveri e contrario al libero mercato . Lo aboliamo e trasferiamo le sue competenze a sindacati e patronati ( in forma esclusiva !) : todos caballeros e todos zapateros
    • La redazione Rispondi
      Nessun vizietto e nessur teorema; solo numeri. Con l'unico intento di dare un'idea dell'ordine di grandezza del rendimento della laurea. Quindi discutiamo sui numeri. Non tenere conto dei costi di vitto e alloggio e' assolutamente corretto. Lo studente di provincia deve si' pagare un affitto. Ma il diplomato di provincia che va a lavorare nel capoluogo invece dorme sotto i ponti? E anche la stanza in casa dei genitori non e' gratis? Aumentando la frequenza a 5 anni e considerando un aumento dei costi di 4000 euro l'anno porta il rendimento al 6.3% una percentuale ragguardevole (nota bene: al netto delle imposte). Quindi, ancora una volta, nessun "taroccamento" dei dati. Per paragonare questo investimento a quello di una azienda bisognerebbe confrontarne anche i rischi; e' chiaro che a fronte del rischio d'impresa un rendimento del 6% puo' sembrare basso. Noi crediamo che il rischio del rendimento laurea sia piuttosto basso per esempio perche' i tassi di occupazione dei laureati sono superiori di quelli dei diplomati. Ma questo e' un punto importante: e' difficile valutare se un investimento e' un buon investimento senza avere una stima dei rischi. Non facile, ma sarebbe utile e interessante valutare meglio i rischi dell'investimento in capitale umano in Italia. Concordiamo con il suo commento finale: parte di questi rendimenti e' dovuta ad assurde limitazioni alla concorrenza nel mercato del lavoro; va detto pero' che fra i laureati non ci sono solo liberi professionisti, e che queste limitazioni non vanno solo nel senso che lei dice: nei paesi anglosassoni, dove il mercato del lavoro e' piu' libero, le differenze salariali fra laureati e diplomati sono maggiori che in Italia. Molto maggiori in vari casi. Se vorra' avere la compiacenza di continuare a leggerci prossimamente notera' che siamo in realta' completamente d'accordo con lei su "i costi del baraccone," sulla irresponsabile nomenklatura," e via discorrendo (e forse anche sui "zapateros").
  20. Paolo Todeschini Rispondi
    Sono uno studente universitario attualmente sono a Heidelberg (GER) e, grazie al progetto erasmus, frequenterò per una decina di mesi una (dicono) delle più antiche e migliori università della Germania. Ho conosciuto degli studenti che sono iscritti regolarmente là dal primo anno e mi hanno riferito che le tasse universitarie costano 50 euro a semestre, per tutto il corso regolare degli studi, indipendentemente dal reddito. Questo ha creato una forte e positiva attrazione di studenti dall'estero, ora però, da quanto ho capito, il tempo delle vacche grasse sta finendo quindi probabilmente nei prossimi anni le tasse universitarie aumenteranno anche qua.
    • La redazione Rispondi
      Sara' lo spirito di Hegel e la serenita' della provincia tedesca ad attirare studenti ad Heidelberg, e non le basse tasse di iscrizione.
  21. Alessandro Figà-Talamanca Rispondi
    Non mi sembra corretto attribuire interamente agli studi universitari le differenze salariali tra laureati e diplomati. Si tratta di due popolazioni diverse in termini di provenienza sociale livello di cultura generale (a 19 anni) e presumibilmente attitudine per gli studi e quindi per il lavoro intellettuale. Per fare un caso estremo, siamo sicuri che per un brillante diciannovenne che riesce bene negli studi scientifici, appassionato di calcolatori, la scelta di laurearsi in fisica, ed affrontare una lunga ed incerta carriera come ricercatore, sia più redditizia della scelta di lavorare subito come tecnico-informatico ed affermarsi in pochi anni come imprenditore? Siamo certi che il maggior reddito di un "figlio di papà" laureato, rispetto ad diplomato proveniente da una famiglia modesta, sia dovuto agli studi fatti e non alla condizione di provenienza?
    • La redazione Rispondi
      Il dr. Figa'-Talamanca solleva uno dei problemi "classici" della stima dei rendimenti dell'istruzione, quello della distorsione da selezione. Il problema deriva dal fatto che i dati da noi esaminati non rivelano in misura diretta l'abilita' degli individui oggetto dell'indagine; e' possibile che gli studenti universitari costituiscano la porzione della popolazione con maggiore abilita'; in questo caso, i laureati avrebbero ottenuto salari piu' alti dei diplomati anche senza il conseguimento la laurea. In questo caso, i rendimenti ottenuti con la nostra procedura sarebbero sovrastimati. Esistono in letteratura diverse procedure per tentare di correggere questa distorsione, alcune delle quali richiedono la disponibilita' di dati speciali (un metodo poplare usa indagini riguardanti gemelli omozigoti). Non esiste in letteratura un consenso su quali di queste tecniche sia la migliore; in generale pero' vari studi mostrano come la distorsione non sia molto importante, e che il suo segno non e' sempre positivo (si veda la rassegna di David Card "The Causal Effect of Education on Earnings" sull' Handbook of Labor Economics, Vol. 3A - Ashenfelter and Cards, Eds., North-Holland). Per questo motivo crediamo che il nostro approccio, per quanto migliorabile (si veda anche la nostra nota n. 5), costituisca un buon punto di partenza per definire almeno un ordine di grandezza dei rendimenti.
  22. Alessandro Di Francesco Rispondi
    L’aspetto economico statistico, può essere analizzato con diverse modalità e considerare diversi fattori che fanno raggiungere a risultati contrapposti. D’accordo sull’aspetto che laurearsi è sempre un buon investimento sul proprio futuro, tengo a sottolineare che detto investimento è vantaggioso non solo per l’individuo ma anche per la società stessa. All’interno di questa statistica viene considerato unicamente l’aspetto individuale dello “studente” e non viene considerato il beneficio che questo determina all’interno della società una volta laureato. Non viene considerato il servizio reso allo studente dalle università in rapporto alle tasse pagate e non considera l’aspetto che a mio avviso è economicamente il più significativo, ossia il reddito medio delle famiglie degli studenti. La determinazione delle tasse da pagare pertanto, essendo un laureato una risorsa per tutta la società e non solo individuale o aziendale, secondo il mio parere, dovrebbe essere stimata in considerazione anche di tutti questi altri fattori e per ultimo (per quanto riguarda l’Italia) la probabilità che una volta laureati si riesca a trovare un lavoro con il reddito medio considerato nelle statistiche stesse. Considerati questi fattori è possibile che la stima delle tasse potrebbe risultare diversa. Per finire sarebbe molto utile determinare una statistica su come lo Stato utilizzi il proprio investimento di laureati. Se i soldi utilizzati dallo Stato ai fini educativi sono poi ben utilizzati all’interno della società, ossia quanto dell’investimento dello Stato sull’istruzione ritorna in PIL ed in benessere culturale della società. Forse anche cosi si potrebbe stabilire con maggior efficienza la ripartizione dei costi da sostenere tra studente e Stato.