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La laurea, un ottimo investimento

Le tasse universitarie sono aumentate considerevolmente negli ultimi anni. Ma laurearsi rimane un ottimo investimento. Le tasse e i contributi universitari incidono in misura minima sui costi di frequenza. Per chi paga la cifra massima, il rendimento dell’investimento è di circa il 9,5 per cento annuo. E resterebbe alto anche se il contributo medio per studente fosse portato a 5mila euro annui. Sussidiare così l’istruzione superiore beneficia soprattutto le famiglie più ricche.

La laurea un ottimo investimento, di Andrea Moro e Alberto Bisin

Le tasse universitarie sono aumentate considerevolmente negli ultimi anni. Ciononostante, laurearsi rimane ancora un ottimo investimento. Le tasse e i contributi universitari incidono in misura minima sui costi di frequenza.

I costi

Un giovane che scelga di acquisire un titolo universitario piuttosto che entrare immediatamente nel mercato del lavoro sostiene costi aggiuntivi per (i) le tasse e i contributi di iscrizione e frequenza all’università; (ii) le spese varie per frequentare e sostenere gli studi; (iii) i salari non percepiti durante la frequenza.
Nelle università statali le tasse di iscrizione e i contributi universitari sono cresciuti rapidamente a partire dal 1994 in seguito alla “legge Ruberti” sull’autonomia finanziaria degli atenei. La legge stabilisce anche diversi livelli di esenzione a seconda del reddito familiare. Riportiamo nella figura la distribuzione dei contributi nell’anno accademico 2002-03.

Mentre rimane l’esenzione totale per gli studenti provenienti dalle famiglie più povere (circa il 10 per cento degli studenti), il contributo medio per studente nell’anno accademico 2003-04 è stato pari a circa 585 euro. (1) I contributi per un titolo universitario di quattro anni ammontano quindi a un totale di 2.178 euro (attualizzato all’anno di iscrizione a un tasso di interesse reale di riferimento del 5 per cento).
Si noti che questo livello di contribuzione copre solamente il 10 per cento dei costi del sistema universitario, e costituisce circa il 20 per cento della spesa pubblica per l’università.
La componente principale delle spese varie per frequentare e sostenere gli studi è costituita dal costo dei libri e da altre spese minori (costo della tesi di laurea, eccetera). Non includiamo naturalmente le spese di vitto, alloggio e trasporto che vengono sostenute in maniera diretta o indiretta anche da chi sceglie di entrare nel mercato del lavoro. Non abbiamo dati ufficiali sulle spese varie per sostenere gli studi, ma stimiamo che questa voce ammonti a circa mille euro l’anno che, attualizzati al tasso del 5 per cento, corrispondono a 3.723 euro per il corso di studi.
I redditi medi percepiti al netto delle imposte nel 2002 da donne e uomini a seconda del loro titolo di studio nel 2002 sono riportati nella tabella 1, una nostra elaborazione di dati contenuti nell’Indagine sui bilanci delle famiglie italiane condotta ogni due anni dalla Banca d’Italia. (2)


Tabella 1: Redditi annui medi 2002 (in euro)


Donne

Uomini

 Diplomati

11956

17683

Laureati

16776

26733

    Differenza

 4820

 9050

Fonte: Indagine sui bilanci delle famiglie italiane, Banca d’Italia


Il costo di rinunciare al reddito di un diplomato per quattro anni, attualizzato a un tasso del 5 per cento, è pari quindi a 65.838 euro per un uomo, e 44.490 euro per una donna. La differenza considerevole fra i redditi di uomini e donne riflette in parte il fatto che molte donne scelgono di lavorare a tempo parziale. Per questa ragione, in quanto segue riportiamo i calcoli relativi solo ai redditi degli uomini.
La tabella 2 riassume i costi di un corso di laurea quadriennale.

Tabella 2: Costo di una laurea quadriennale per un uomo (in euro, attualizzato all’anno di iscrizione)

Tasse e contributi

2178

 Altre spese dirette

3723

      Redditi non percepiti

65838

Spesa totale

71739


I contributi universitari costituiscono dunque una componente minoritaria, circa il 3 per cento, del costo totale di conseguire una laurea. Per chi paga 1.500 euro l’anno (solo il 2 per cento degli studenti delle università pubbliche pagano di più), la spesa per le tasse equivale al 7,5 per cento del totale delle spese.

I benefici: quanto rende la laurea?

Quanto guadagna un laureato più di un diplomato? Come possiamo osservare dalla tabella 1, il differenziale salariale medio tra un uomo con titolo universitario e uno con diploma di maturità è in media di 9.050 euro l’anno.
Quanto rende la laurea? Assumendo una vita lavorativa di un laureato di quaranta anni, il titolo universitario in media produce quindi un differenziale di reddito attualizzato che ammonta a circa 134mila euro. (3)
Il valore attualizzato del titolo universitario al netto dei costi indicati nella tabella 2 è dunque di 62.408 euro. Assumendo un guadagno costante di 9.050 euro l’anno per quaranta anni a partire dalla data della laurea, il rendimento del titolo di laurea corrisponde a quello di un titolo che frutta il 9,9 per cento annuo (si noti che si tratta di rendimento al netto delle imposte). (4)
Il rendimento non diminuisce di molto per chi paga le tasse senza riduzioni. Per esempio, per chi spende 1.500 euro l’anno, il rendimento è del 9,5 per cento. (5)
L’università rappresenta dunque un ottimo investimento. I contributi, ai livelli attuali, non hanno un effetto sostanziale sul rendimento dell’investimento. Rappresentano infatti una minima percentuale dei costi, la cui componente più importante è il salario non percepito durante il corso di studi. Per esempio, aumentare il contributo medio a 5mila euro annui per studente garantirebbe un rendimento percentuale dell’investimento comunque pari a circa l’8 per cento annuo.

(1) Questa media include gli studenti con esenzione totale. Il sito della Conferenza dei rettori riporta invece una contribuzione media per il 2002 di 879 euro per studente. Il nostro dato è stato ricavato da quelli del ministero dividendo il totale della contribuzione studentesca per il numero di studenti; calcolando la media direttamente dalla distribuzione dei contributi riportata nella figura otteniamo quasi la stessa cifra. Anche adottando l’importo maggiore indicato dalla Crui, le nostre conclusioni non cambiano.
(2) Includiamo in questo calcolo tutti i redditi da lavoro dipendente o autonomo, pensioni e altri trasferimenti. Sono esclusi i redditi da immobili o altre attività finanziarie.
(3) Questi semplici calcoli hanno solo il merito di fornire un ordine di grandezza del rendimento economico degli studi universitari. Una analisi approfondita, che utilizzi ad esempio modelli di formazione delle aspettative sui differenziali salariali futuri e che operi una distinzione per sesso, per ateneo, per disciplina, eccetera del differenziale, è certamente auspicabile. È difficile tuttavia immaginare come tale analisi possa modificare le nostre conclusioni.
(4) Indichiamo quanto rende una laurea in termini di rendimenti percentuali e non, come una larga parte della letteratura, in termini di elasticità dei salari all’istruzione. In questo modo il rendimento dell’investimento nell’educazione universitaria è più direttamente confrontabile con il rendimento di altri possibili investimenti, ad esempio in capitale fisico. Inoltre l’analisi dei rendimenti percentuali della laurea tiene esplicitamente conto dei costi dell’istruzione universitaria.
(5) In genere i maggiori incrementi salariali derivanti dalla laurea vengono ricevuti non subito, ma nell’intero arco della vita lavorativa. Questo tenderebbe a ridurre il rendimento medio. Tuttavia, i salari di un diplomato ventenne sono molto più bassi della media riportata nella tabella 1, fattore che invece tende ad aumentare il rendimento medio rispetto all’ipotesi da noi utilizzata. Non disponendo di dati sufficienti per calcolare le differenze salariali per ogni età, abbiamo effettuato alcune simulazioni ipotizzando vari scenari di profili salariali per età. In genere, questi due effetti tendono a compensarsi, mantenendo il rendimento annuo medio su livelli fra il 7 e il 10 per cento.

La laurea un investimento incerto, di Marco Leonardi

La decisione di iscriversi a un corso di laurea è una delle scelte più importanti della vita. Se pensiamo ai motivi economici della scelta (ma non sono forse i più importanti per molti di noi) dobbiamo calcolarne i costi e i benefici, ovvero dobbiamo trattare la laurea come un investimento. Questo è quello che hanno fatto Alberto Bisin e Andrea Moro nel loro ottimo articolo di ottobre. Bisin e Moro stimano che una laurea di quattro anni costi 71.739 euro e conduca a un guadagno attualizzato per un laureato maschio di 134mila euro. Concludono quindi che la laurea è un ottimo investimento. (1)

I fattori di rischio

Quando valutiamo un investimento, che sia l’acquisto di una casa o di azioni di Borsa, valutiamo il rendimento e il rischio. Quando parliamo di decisione di iscriversi all’università tendiamo a dimenticarci che anche quest’investimento ha un suo rischio – il risultato è incerto – e che la nostra naturale avversione al rischio può, in linea di principio, essere una delle ragioni per cui non tutti si iscrivono all’università.
In particolare, esistono tre rischi. Il primo è abbandonare gli studi prima della laurea. In Italia il tasso di abbandono è un impressionante 50 per cento. Questo si traduce in una perdita netta in termini di investimento monetario e chi affronta la decisione di iscriversi o meno, ne dovrebbe tenere conto. Il rischio di abbandono è difficile da valutare perché dipende da tanti fattori, tra i quali la capacità personale dello studente e il suo impegno nello studio. Uno studente che inizia l’università incerto delle sue capacità e della sua voglia di studiare, sicuramente corre il rischio di abbandonare prima della laurea e di perdere così il suo investimento.
Il secondo rischio è che un laureato può trovarsi di fronte a guadagni molto più variabili rispetto a un non-laureato. Il fatto di possedere una laurea dovrebbe ridurre l’incertezza dei redditi perché riduce l’eventualità di essere disoccupato (anche se in Italia molti dei disoccupati meridionali hanno un diploma di laurea); ma potrebbe aumentarla perché i laureati trovano lavoro in settori e occupazioni dove i redditi sono più variabili.
Un terzo fattore di rischio è costituito dal fatto che il rendimento economico di una laurea può essere influenzato negativamente dallo sviluppo tecnologico: se oggi mi iscrivo a medicina perché so che i medici trovano lavoro facilmente, questo sarà ancora vero tra cinque anni quando mi sarò laureato? Se questo è il caso, molti giovani avversi al rischio non si iscrivono volentieri all’università. D’altra parte, una laurea può essere anche pensata come un’assicurazione contro il cambiamento tecnologico, se è vero che i laureati hanno maggiori capacità di adattamento alle nuove tecnologie. E allora, i giovani avversi al rischio dovrebbero iscriversi in massa.

Quanto conta l’avversione al rischio

Il secondo e il terzo tipo di rischio sono complicati da quantificare e in questa sede non mi addentro nei particolari. Tuttavia, se prendiamo i dati di Bisin e Moro possiamo ricalcolare il beneficio netto medio tenendo conto del primo tipo di rischio, quello di non finire il corso di studi.
Per uno studente che ha capacità medie e voglia di studiare media, la scelta di isciversi a un corso di laurea equivale alla lotteria in cui spendi con certezza 71.739 euro (o meno se ti ritiri in tempo) e guadagni 134mila euro con probabilità un mezzo, cioè se appartieni al quel 50 per cento che ce la fa. (2) Anche senza dare i numeri sul grado medio di avversione al rischio degli studenti italiani, mi sembra chiaro che non tutti giocherebbero questa lotteria.
Ho fatto questo esempio volutamente estremo per mostrare quanto possa essere in principio scoraggiante le percezione del rischio nella decisione di iscriversi all’università. (3) Di qui la domanda: se è vero che iscriversi all’università è una scelta dal risultato così incerto, come si può valutare se e quanto effettivamente la nostra avversione al rischio la condiziona? Per averne un’idea possiamo utilizzare i dati di Banca d’Italia che misurano l’avversione al rischio in un campione rappresentativo di italiani. (4)
Per valutare l’importanza dell’avversione al rischio bisogna tenere conto di altri fattori che influenzano la scelta di iscriversi all’università. Il primo è la propria capacità personale e la propria applicazione agli studi: è chiaro che mentre le probabilità di successo per uno studente medio sono 50 per cento, le probabilità di uno con molta voglia di studiare sono assai maggiori e quindi la lotteria è più conveniente da giocare. (5)
Un secondo elemento va al di là del motivo economico: se i genitori hanno una laurea, questo per varie ragioni spinge lo studente a iscriversi all’università.
A questo punto, è possibile studiare quali di questi elementi spiegano la scelta di iscriversi all’università e se la laurea è considerata un investimento rischioso. Se si guarda l’evidenza disponibile, si vede che la nostra avversione al rischio in effetti influenza negativamente la scelta di studiare. Più sono avverso al rischio, meno vado all’università, segno che l’università è una scelta rischiosa. Tuttavia, l’avversione al rischio spiega relativamente poco della nostra scelta di andare all’università. Molto più importanti sono il livello di istruzione dei nostri genitori o la misura della nostre capacità personali e della nostra applicazione allo studio (per quanto un economista le possa misurare).

Elementi di una buona riforma

La morale sembra essere che una buona riforma dell’università, prima ancora che aumentare le tasse agli studenti, deve eliminare per quanto possibile l’incertezza riguardo alla scelta dell’università. E attenuare il legame fortissimo che esiste tra genitori laureati e la probabilità che i figli vadano a loro volta all’università.
Una buona riforma deve tenere presente che l’obbiettivo non è garantire a tutti l’accesso all’università, quanto piuttosto garantire a tutti le stesse possibilità di laurearsi. L’accesso indiscriminato non necessariamente aumenta il numero dei laureati né uguaglia per tutti le possibilità di laurearsi. Questo accade perché l’accesso in massa, oltre a peggiorare i servizi delle università, crea un alto grado di incertezza riguardo al conseguimento della laurea.
Un’alternativa possibile sarebbe un sistema di selezione all’entrata che riduca poi drasticamente il tasso di abbandono successivo. In questo modo, il numero e la qualità dei laureati sarebbe maggiore e molti studenti non butterebbero via il costo dell’iscrizione.

(1) Alcune stime alternative dei rendimenti netti di una laurea si possono trovare in A. Ciccone, F. Cingano e P.Cipollone, “The individual and social returns to schooling in Italian macro regions“, Giornale degli Economisti, 2004.
(2) 134mila euro sono i rendimenti di una laurea ex-post, cioè calcolati tra quelli che ce l’hanno fatta. Nell’esempio 134.000*1/2=67.000 sono i rendimenti ex-ante, cioè quelli di uno studente al momento dell’iscrizione, quando non sa se finirà. I rendimenti ex-ante sono quelli rilevanti al momento della scelta. Inoltre uno studente può essere incerto non solo sulla probabilità di finire, ma anche sull’entità del rendimento.
(3) L’esempio è estremo perché se uno si ritira dagli studi dopo il primo o il secondo anno non spende 71.739 euro, ma meno. E perché forse anche un solo anno di università, invece di zero, ha un rendimento in termini monetari. Infine, perché il tasso di abbandono sembra essersi ridotto negli ultimi anni. Nessuno di questi tre argomenti mi sembra in grado di rovesciare il punto centrale che la laurea è un investimento rischioso.
(4) Per una trattazione tecnica dell’argomento si veda C. Belzil e M. Leonardi “Can Risk Aversion Explain Schooling Attainment? Evidence form Italy” IZA Discussion Paper forthcoming.
(5) Le capacità personali condizionano anche i costi di andare all’università se come costi si intende non solo quelli economici ma anche quello di studiare. Per semplicità qui assumiamo che le capacità individuali condizionano solo i rendimenti di andare all’università riducendone il rischio. La capacità personale è distinta dall’avversione al rischio: persone con le stesse capacità personali e la stessa voglia di studiare potrebbero avere una diversa avversione al rischio e alcune potrebbero non volere giocare la lotteria dell’università perché troppo rischiosa.

La controreplica degli autori

L’articolo di Marco Leonardi evidenzia un punto importante dell’analisi dei rendimenti dell’universita’, il rischio. Nell’articolo da noi scritto e pubblicato su LaVoce a Ottobre, “La Laurea, un ottimo investimento”, abbiamo semplicemente calcolato rendimenti attesi, astraendo dal rischio. Naturalmente questo risulta in una notevole approssimazione, come anche vari lettori hanno rimarcato. A noi pare che questa approssimazione sia ragionevole, in virtu’ della considerazione che il reddito di un laureato non appare piu’ variabile del reddito di un diplomato. Ad esempio, per chi sceglie facolta’ umanistiche il salario atteso e’probabilmente non molto dissimile dal salario in un impiego pubblico : poca varianza, e rendimento monetario basso ma rendimento in utilita’ alto (altrimenti avrebbero scelto altre discipline): quindi varianza bassa per loro. La varianza potrebbe essere alta per i professionisti ma siamo sicuri che il decimo percentile sia tanto piu’ basso della media dei diplomati? Queste considerazioni sono frutto di osservazioni informali e senza dubbio sarebbe molto interessante produrre evidenza empirica sulla variabilita’ relativa dei redditi per livello di educazione e anche per disciplina.L’autore discute anche il rischio dovuto all’innovazione tecnologica. Si noti al riguardo che negli ultimi 30 anni il progresso ha beneficiato i laureati molto piu che i diplomati, aumentando I rendimenti e possibilmente anche riducendo l’incertezza.

L’articolo di Marco Leonardi si sofferma pero’ essenzialmente su un’altra fonte di rischio, “il rischio di abbandonare gli studi prima della laurea.” Si nota infatti che il tasso di abbandono e’ elevatissimo in Italia, circa il 50 per cento.Ci permettiamo di notare che l’argomento dell’autore e’ incorretto. L’abbandono degli studi e’ infatti una decisione dell’individuo. Semplificando, ci sono essenzialmente due ragioni per cui uno studente iscritto all’universita’ decida di abbandonare gli studi. La prima e’ che lo studente abbia trovato qualcosa di meglio da fare. Considerare questa eventualita’ porterebbe a un aumento della stima dei rendimenti dell’universita’, nella misura in cui l’essere all’universita’ ha contribuito a far si’ che lo studente trovi qualcosa di meglio. La seconda ragione per cui uno studente decida di abbandonare l’universita’ (probabilmente la piu’ importante empiricamente) e’ che lo studente ha invece scoperto qualcosa riguardo alle sue preferenze o alle sue capacita’ (ad esempio, che studiare e’ piu’ noioso o piu’ difficile di quanto non siaspettasse all’entrata in univerisita’). In questo caso lo studente avrebbe buttato del tempo e dei soldi. Ma questo non e’ un rischio dell’universita’, e’ un rischio della vita. Non e’ un gioco di parole il nostro: l’incertezza riguardo alle proprie preferenze e alle proprie abilita’ e’ un rischio che corre, in senso opposto anche uno studente che decida di non iscriversi all’universita’. E se studiare non fosse cosi’ noioso e difficile? Il nostro diplomato avrebbe perso il differenziale di reddito che noi abbiamo calcolato per tutta la vita, senza nemmeno saperlo.

Detto questo, sarebbe interessante capire se il nostro sistema universitario rende piu’ o meno dispendioso di altri scoprire le proprie preferenze e abilita’. Sarebbe ancor piu’ interessante capire perche’ in Italia il numero dei fuori-corso o degli abbandoni e’ relativamente alto. Sarebbe interessante soprattutto capire meglio quanto il problema della selezione infulenzi le stime dei rendimenti (il differenziale salariale che noi abbiamo calcolato e’ relativo a coloro che ex-post si laureano, ed e’ possibile/probabile che questi siano individui con abilita’ elevata rispetto alla popolazione e che quindi molti di coloro che non si iscrivono alla universita’ lo facciano sulla base di aspettative corrette di un piu’ basso differenziale salariale che essi percepirebbero).
Ma e’ assolutamente incorretto attribuire il rischio di non finire l’universita’ ai rendimenti dell’universita’ stessa!Come sono di conseguenza incorrette le implicazioni di politica economica che l’autore deduce dall’analisi. Inoltre, queste implicazioni dell’autore sono basate sull’ipotesi che una selezione all’entrata sia piu’ efficiente dell’auto-selezione che gia’ avviene e che avverrebbe soprattutto qualora lo studente (invece che non lo stato) fosse ritenuto maggiormente responsabile dei costi dello studio. Ma questo e’ un altro discorso.

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Leggi anche:  Scuole e università: un modello flessibile per la riapertura

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32 commenti

  1. Alessandro Di Francesco

    L’aspetto economico statistico, può essere analizzato con diverse modalità e considerare diversi fattori che fanno raggiungere a risultati contrapposti.
    D’accordo sull’aspetto che laurearsi è sempre un buon investimento sul proprio futuro, tengo a sottolineare che detto investimento è vantaggioso non solo per l’individuo ma anche per la società stessa. All’interno di questa statistica viene considerato unicamente l’aspetto individuale dello “studente” e non viene considerato il beneficio che questo determina all’interno della società una volta laureato. Non viene considerato il servizio reso allo studente dalle università in rapporto alle tasse pagate e non considera l’aspetto che a mio avviso è economicamente il più significativo, ossia il reddito medio delle famiglie degli studenti. La determinazione delle tasse da pagare pertanto, essendo un laureato una risorsa per tutta la società e non solo individuale o aziendale, secondo il mio parere, dovrebbe essere stimata in considerazione anche di tutti questi altri fattori e per ultimo (per quanto riguarda l’Italia) la probabilità che una volta laureati si riesca a trovare un lavoro con il reddito medio considerato nelle statistiche stesse. Considerati questi fattori è possibile che la stima delle tasse potrebbe risultare diversa. Per finire sarebbe molto utile determinare una statistica su come lo Stato utilizzi il proprio investimento di laureati. Se i soldi utilizzati dallo Stato ai fini educativi sono poi ben utilizzati all’interno della società, ossia quanto dell’investimento dello Stato sull’istruzione ritorna in PIL ed in benessere culturale della società. Forse anche cosi si potrebbe stabilire con maggior efficienza la ripartizione dei costi da sostenere tra studente e Stato.

  2. Alessandro Figà-Talamanca

    Non mi sembra corretto attribuire interamente agli studi universitari le differenze salariali tra laureati e diplomati. Si tratta di due popolazioni diverse in termini di provenienza sociale livello di cultura generale (a 19 anni) e presumibilmente attitudine per gli studi e quindi per il lavoro intellettuale. Per fare un caso estremo, siamo sicuri che per un brillante diciannovenne che riesce bene negli studi scientifici, appassionato di calcolatori, la scelta di laurearsi in fisica, ed affrontare una lunga ed incerta carriera come ricercatore, sia più redditizia della scelta di lavorare subito come tecnico-informatico ed affermarsi in pochi anni come imprenditore? Siamo certi che il maggior reddito di un “figlio di papà” laureato, rispetto ad diplomato proveniente da una famiglia modesta, sia dovuto agli studi fatti e non alla condizione di provenienza?

    • La redazione

      Il dr. Figa’-Talamanca solleva uno dei problemi “classici” della stima dei rendimenti dell’istruzione, quello della distorsione da selezione. Il problema deriva dal fatto che i dati da noi esaminati non rivelano in misura diretta l’abilita’ degli individui oggetto dell’indagine; e’ possibile che gli studenti universitari costituiscano la porzione della popolazione con maggiore abilita’; in questo caso, i laureati avrebbero
      ottenuto salari piu’ alti dei diplomati anche senza il conseguimento la laurea. In questo caso, i rendimenti ottenuti con la nostra procedura sarebbero sovrastimati. Esistono in letteratura diverse procedure per tentare di correggere questa distorsione, alcune delle quali richiedono la disponibilita’ di dati speciali (un metodo poplare usa indagini riguardanti gemelli omozigoti). Non esiste in letteratura un consenso su quali di queste tecniche sia la migliore; in generale pero’ vari studi mostrano come la distorsione non sia molto importante, e che il suo segno non e’ sempre positivo (si veda la rassegna di David Card “The Causal Effect of Education on Earnings” sull’ Handbook of Labor Economics, Vol. 3A – Ashenfelter and Cards, Eds., North-Holland). Per questo motivo crediamo che il nostro approccio, per quanto migliorabile (si veda anche la nostra nota n. 5), costituisca un buon punto di partenza per definire almeno un ordine di grandezza dei rendimenti.

  3. Paolo Todeschini

    Sono uno studente universitario attualmente sono a Heidelberg (GER) e, grazie al progetto erasmus, frequenterò per una decina di mesi una (dicono) delle più antiche e migliori università della Germania. Ho conosciuto degli studenti che sono iscritti regolarmente là dal primo anno e mi hanno riferito che le tasse universitarie costano 50 euro a semestre, per tutto il corso regolare degli studi, indipendentemente dal reddito. Questo ha creato una forte e positiva attrazione di studenti dall’estero, ora però, da quanto ho capito, il tempo delle vacche grasse sta finendo quindi probabilmente nei prossimi anni le tasse universitarie aumenteranno anche qua.

    • La redazione

      Sara’ lo spirito di Hegel e la serenita’ della provincia tedesca ad attirare studenti ad Heidelberg, e non le basse tasse di iscrizione.

  4. quarterback

    lodevole l’intento. ma il vizietto è di partire con un teorema e volerlo dimostrare con i numeri .Non tenere conto dei costi di vitto e alloggio fuori sede non è una semplificazione .E l’ omissione che consente di taroccare in maniera decisiva i conti.
    la maggior parte delle famiglie di provincia deve sostenere o extra costi per raggiungere la sede universitaria ( e questi cari signori si contano ) o costi di affitto di appartamenti e vitto che non vi sarebbero dal momento che fior di ricerche dimostrano come sia in atto il famoso prolungamento della vita in ambito famigliare.
    quanti studenti finiscono il corso di laurea nei previsti 4 anni ? quanti non finiscono?
    Anche con i vostri conti il pay back period di una laurea è di minimo 10 anni .Come general manager di un azienda , nel mio capital budgeting non penso troverebbero spazio piani di investimento di questo genere .Così “poor” e così mal valutati.La cultura è la solita :spremiamo le tasche e aumentiamo il costo del baraccone .Una solida nomenklatura di irresponsabili si incaricherà di redistribuire questa ricchezza dai soggetti produttivia a quelli parassitari.
    Infine a chi oltre i 4 anni di laurea si è fatto 3 anni di pratica professionale + un altro annetto tra esame e altre amenità spieghiamo che è entrato a far parte di una bieco ordine professionale affamtore dei poveri e contrario al libero mercato . Lo aboliamo e trasferiamo le sue competenze a sindacati e patronati ( in forma esclusiva !) : todos caballeros e todos zapateros

    • La redazione

      Nessun vizietto e nessur teorema; solo numeri. Con l’unico intento di dare un’idea dell’ordine di grandezza del rendimento della laurea. Quindi discutiamo sui numeri.
      Non tenere conto dei costi di vitto e alloggio e’ assolutamente corretto. Lo studente di provincia deve si’ pagare un affitto. Ma il diplomato di provincia che va a lavorare nel capoluogo invece dorme sotto i ponti? E anche la stanza in casa dei genitori non e’ gratis?
      Aumentando la frequenza a 5 anni e considerando un aumento dei costi di 4000 euro l’anno porta il rendimento al 6.3% una percentuale ragguardevole (nota bene: al netto delle imposte). Quindi, ancora una volta, nessun “taroccamento” dei dati. Per paragonare questo investimento a quello di una azienda bisognerebbe confrontarne anche i rischi; e’ chiaro che a fronte del rischio d’impresa un rendimento del 6% puo’ sembrare basso. Noi crediamo che il rischio del rendimento laurea sia piuttosto basso per esempio perche’ i tassi di occupazione dei laureati sono superiori di quelli dei diplomati. Ma questo e’ un punto importante: e’ difficile valutare se un investimento e’ un buon investimento senza avere una stima dei rischi. Non facile, ma sarebbe utile e interessante valutare meglio i rischi dell’investimento in capitale umano in Italia.
      Concordiamo con il suo commento finale: parte di questi rendimenti e’ dovuta ad assurde limitazioni alla concorrenza nel mercato del lavoro; va detto pero’ che fra i laureati non ci sono solo liberi professionisti, e che queste limitazioni non vanno solo nel senso che lei dice: nei paesi anglosassoni, dove il mercato del lavoro e’ piu’ libero, le differenze salariali fra laureati e diplomati sono maggiori che in Italia. Molto maggiori in vari casi.

      Se vorra’ avere la compiacenza di continuare a leggerci prossimamente notera’ che siamo in realta’ completamente d’accordo con lei su “i costi del baraccone,” sulla irresponsabile nomenklatura,” e via discorrendo (e forse anche sui “zapateros”).

  5. barbara balboni

    Condivido l’analisi circa i vantaggi anche economici di una laurea. Mi chiedevo però se la redditività dell’investimento, calcolata dai commentatori, potesse risentire dell’influenza di alcune variabili, per esempio dell’età media del campione di laureati in età lavorativa che sono stati presi in esame per arrivare ai redditi medi poi confrontati con quelli dei non laureati. Mi spiego meglio: i laureati delle generazioni più vicine all’età pensionabile, pochi rispetto al resto della popolazione ed alle richieste del mercato del lavoro di allora, hanno raggiunto livelli di reddito finale diversi da quelli ottenuti dai laureati delle generazioni via via più “giovani”, ed anche da quelli che le ultime generazioni possono aspirare a raggiungere, in prospettiva. Per questi il tasso di rendimento finale dell’investimento potrebbe essere più basso della media indicata nell’articolo. Bisognerebbe poi tener conto poi del fatto che, nel curriculum da presentare per trovare un’opportunità di lavoro qualificata o per migliorare la propria posizione sono sempre più importanti compentenze acquisite, anche queste a spese dell’interessato, parallelamente o successivamente a quelle universitarie ( master, corsi di specializzazione, corsi di lingue, corsi di informatica ecc. ).
    Mi sembra che il rendimento dell’investimento laurea possa essere visto “in calo” rispetto ai laureati più giovani, anche se l’utilità marginale di quel rendimento, viste le condizioni generali del mercato del lavoro e le poche opportunità offerte, rimane alta.
    Concludendo mando un saluto ed un ringraziamento agli autori per aver affrontato il tema.

    • La redazione

      Grazie per gli interessanti commenti.
      Certamente la distribuzione di eta’ della popolazione conta. Per avere ordini di grandezza, noi abbiamo fatto medie. I laureati ora termine dell’eta’ lavorativa erano pochi rispetto alle richieste del mercato quando hanno iniziato a lavorare, questo e’ vero, ma e’ anche vero che la produttivita’ di un neolaureato cresce col tempo e l’innovazione: I laureati vicini alla pensione (e anche i diplomati) fanno fatica coi computer, ad esempio. Inoltre, e’ vero che molti fanno Master, etc., ma questi hanno salari piu’ elevati. Entra tutto nelle medie.
      Disaggregare sarebbe certo interessante.

  6. Paola Naddeo

    I differenziali di reddito per titolo di studio compensano, per la teoria economica, l’investimento in formazione. Tuttavia un rendimento annuo del 9,9% per l’investimento in formazione universitaria appare eccessivo per le seguenti ragioni.
    I dati utilizzati dagli autori mischiano redditi diversi e distinte situazioni lavorative. Gli autori ne sono coscienti ed escludono il reddito delle donne per l’elevata presenza del part-time. Ciò è corretto solo se il part-time e più diffuso tra le laureate, ma questo non sembra il caso. Il fatto che per le donne il rendimento della laurea è inferiore a quello degli uomini indica che vi sono altri fattori da considerare. Una stima più puntale si potrebbe ottenere utilizzando gruppi più omogenei per forme di reddito e caratteristiche circa età, qualità innate, durata dei rapporti di lavoro ecc.
    Nella letteratura economica si è anche evidenziato come esista una correlazione tra successo negli studi e nel lavoro: la laurea può segnalare le maggiori capacità e potenzialità di un individuo. Pertanto parte del rendimento della laurea stimato potrebbe rappresentare un rendimento che l’individuo otterrebbe comunque anche senza una maggiore formazione.
    Il dato stimato si riferisce unicamente ad individui che terminano il ciclo di studi in tempo e che trovano lavoro immediatamente. Il rischio di investimento è, invero, particolarmente importante nel caso della università italiana, caratterizzata da elevati abbandoni e “fuori corso”. Inoltre, molti laureati non trovano lavoro e la retribuzione media mensile dei giovani laureati maschi, secondo l’Istat, è pari a 1.362 euro, ben lontana dai 26.733 euro annui indicati dagli autori.
    Se si rifanno i calcoli considerando gruppi omogenei di lavoratori, per caratteristiche innate, potenzialità, orari di lavoro, ecc. e la probabilità di successo della laurea, sicuramente si otterranno risultati molto diversi da quelli presentati dagli autori e forse anche qualche sorpresa negativa.

    • La redazione

      Ringraziamo la lettrice per il commento, che solleva diverse questioni imporanti nel calcolo del rendimento. Concordiamo che calcolo il puo’ essere reso piu’ preciso considerando molti fattori (si veda anche le note n. 3 e 5 del nostro articolo). Rispondiamo in seguito ai vari punti in maggiore dettaglio: 1) I rendimenti per le donne sono inferiori non solo per il part-time, ma soprattutto perche’ le donne hanno maggiore probabilita’ dei maschi di interrompere la carriera per accudire i figli. Non volendo avventurarci nello stimare queste probabilita’, abbiamo omesso di effettuare il calcolo per le donne; piuttosto, sembra interessante notare che, nonostante le aspettative di rendimento siano inferiori, le donne costituiscono circa il 57% della la popolazione universitaria, segno che i benefici monetari diretti non sono probabilmente l’unico fattore decisionale, come osservato da altri commentatori. Questo pero’ non significa che i benefici monetari non siano importanti. 2) Sul problema della selezione campionaria abbiamo gia’ commentato in dettaglio nella risposta a Figa’-Talamanca; la letteratura empirica non sembra indicare grosse distorsioni da selezione. 3) E’ vero che i giovani laureati guadagnano meno del salario medio di tutti i laureati da noi usato; ma e’ altrettanto vero che questo errore viene compensato dal fatto che anche i giovani diplomati guadagnano meno della media (cfr. nota n. 5 al nostro articolo). 4) Ipotizziamo che molti studenti fuori-corso pluriennali finiscano per entrare nel mercato del lavoro prima di laurearsi, fattore che contribuisce a ritardare ulteriormente il conseguimento della laurea; non ci sembrava quindi il caso di calcolare i rendimenti tenendo conto dei fuori corso; abbiamo comunque verificato che aumentare a 5 anni la durata degli studi non porta a sostanziali peggioramenti del rendimento, che si aggirerebbe attorno all’8%. Piuttosto, andrebbe chiesto cosa induce molti studenti a ritardare di anni il conseguimento della laurea visti i vantaggi economici che questo comporta. 5) Tener conto della probabilita’ di occupazione favorisce un aumento, non una diminuzione dei rendimenti, visto che il tasso di occupazione e’ maggiore fra i laureati. Riassumendo, la conclusione del commento “se si rifanno i calcoli considerando [altri fattori] sicuramente si otterranno risultati molto diversi” sembra a noi un po’ ardita. Siamo coscienti del fatto che la nostra e’ una misura piuttosto imprecisa e sollecitiamo la comunita’ scientifica a migliorare i nostri calcoli nelle direzioni indicate dalla lettrice.

  7. Carlo Di Lieto

    E’ il pollo di Trilussa… Quest’analisi ha ben poco valore perché ignora che i dati sottostanti sono talmente eterogenei che considerarne le medie non è rapresentativo; si sarebbero dovute considerare almeneno delle sottoclassi, ad esempio, dicendo quanti laureati guadagnano da 15mila a 20mila euro, quanti da 20mila a 30mila, ecc.
    Non sono affato d’accordo che la laurea sia spesso un buon investimento. Nel mio caso lo si sta rivelando, ma mi ritengo una fortunata eccezione. Molti fisici o ingegneri finiscono a lavorare come programmatori, e avranno lo stesso stipendio e le stesse opportunità di carriera dei loro colleghi diplomati, giacché non occorre una laurea per fare il programmatore. Stesso discorso per tutti i laureati in economia che diventano promotori finanziari o venditori di polizze assicurative. Non sono eccezioni rare e poco significative, anzi, tutt’altro! Eppure questi casi vengono del tutto ignorati nella vostra analisi.
    Consideriamo poi un diplomato che decida di fare l’artigiano. Avete mai avuto a che fare con imbianchini, elettricisti, idraulici, muratori, vetrai ecc? Quanti sono i laureati che guadagnano di più di loro? I notai e gli amministratori delegati, probabilmente, ma quanti lo diventano? A Milano un imbianchino può chiedere anche 1200 euro per pittare un monolocale (1 giornata di lavoro)! Quanti laureati possono fatturare tariffe simili?
    Il divario si acuisce nei casi di studenti di università private, che pagano ingenti rette. Già, perché non si pensi che tutti quelli che escono dalla Bocconi o dalla Cattolica diventano notai banchieri e amministratori delegati!

    • La redazione

      Si’ e’ proprio il pollo di Trilussa. Non e’ molto informativo dire che e’ una media e che si conoscono tanti imbianchini ricchi e laureati poveri. Proprio per questo si calcolano le medie. Ci sono tanti laureati che fanno i promotori finanziari, ma ci sono tanti diplomati che non hanno lavoro. Certo, si calcolano anche varianze e covarianze per stimare i rischi dei rendimenti. Non l’abbiamo fatto. La nostra impressione (basata su un po’ di piu’ che una lista di amici e la lettura dei giornali, ma pur sempre una impressione) e’ che la variabilita’ dei salari dei diplomati sia piu’ alta di quella dei laureati. Ma saremmo interessati ad essere smentiti. Dopo tutto noi non vendiamo lauree (quantomeno non in Italia). Concludendo: abbiamo opinioni anche noi, e cerchiamo di supportarle con dei dati! Non si va lontano dicendo che non vale fare medie se le medie non sono in accordo con le proprie idee. Trilussa ha fatto piu’ danni con la frase sui polli che come poeta. Ed e’ tutto dire!!

  8. A. Trenta

    Sarebbe interessante introdurre un rendimento che tenga conto anche del ricorso al debito, effettuato in misura maggiore da parte di un laureato piuttosto che da parte di un diplomato della stessa età, per l’acquisto di due case di pari valore.

  9. Nicola Grandesso

    Salve, sono studente fuoricorso e lavoratore, e letto questo articolo mi sono posto molti dubbi tra i quali questo:
    Dato che sono in via di Laurea, Lavoro con un buon reddito…sopra la media e faccio ciò che dovrei fare da laureato…i miei colleghi sono tutti laureati (quelli con le mie stesse mansioni) e ho molti amici della mia stessa professione che percepiscono molto meno di me (architetti) (e io non sono geometra) o addirttura sono con lavoro precario (inerinali…cococo…etc…).
    Quindi dov’è il guadagno che descrive questa indagine ? E solo pura teoria scritta ? ho rifatto i calcoli riportati in base al mio reddito e li ho confrontati con i risultati se non avessi mai lavorato e solo studiato…avrei perso ad ora circa 90000 euro (valore di mezza casa)
    Senza parlare della professionalità acquisita.
    Come mai ? Forse è il sistema universitario che non funziona ? L’università è veramente un buon investimento ? Quanto vale un foglio di carta con su scritto LAUREATO ?
    Vale forse di più della voglia di lavorare ?
    Ho i mei dubbi !!!
    Nicola

    • La redazione

      Ringraziamo il lettore per averci comunicato la sua esperienza personale; certo, esistono geometri che guadagano piu’ di alcuni architetti, ma noi
      crediamo, come gia’ osservato, che i dati siano piu’ informativi degli aneddoti. E’ per questo che si calcolano le medie.

  10. Lazzus

    Va merito agli autori di aver proposto un tema interessante e sul quale molti laureati italiani riflettono. I commenti proposti ne sono testimonianza. Si è alzato il velo su una insoddisfazione dei laureati tra i costi, anche intangibili, della laurea e i benefici connessi. Le rinunce fatte per studiare non sono quantificabili. Ma su questo ognuno fa caso a se.
    Avrei considerato tra i costi del mancato guadagno non solo i mancati redditi ma anche i contributi previdenziali di cui si sarebbe beneficiato lavorando. Pertanto sarebbe da inserire il costo del riscatto degli anni di laurea, sicuramente rilevante e tale da modificare il rendimento dell’intero investimento.

  11. Carlo Di Lieto

    Un’indagine del ministero dell’Università (http://www.miur.it/ustat/documenti/pub2005/u04.pdf) riporta che “a poco più di 3 anni dalla laurea quasi un terzo dei laureati che hanno trovato
    un’occupazione dopo aver concluso gli studi non svolge un lavoro per il quale era richiesta la laurea”.
    Dunque, per quasi un terzo dei laureati, la laurea si rivela un cattivo investimento. Non mi sembra un risultato trascurabile.
    Resta da capire la situazione dei restanti 2/3. Io resto convinto che le medie servano a poco: sarebbe molto più significativo considerare dei gruppi (per reddito, per ambito lavorativo): non è corretto gettare in un unico calderone i laureati in ingegneria e i laureati in lettere, che notoriamente hanno possibilità lavorative del tutto diverse. Inoltre bisognerebbe considerare, oltre alla media, la varianza dei redditi, e/o, meglio ancora, la mediana, che non risente dell’effetto di pochi valori estremi (un notaio ogni tanti poveracci sottopagati). Infine, mi permetto di osservare che, per dare ancora maggiore fondatezza ad un’analisi del genere, occorrerebbe confrontare solo persone laureate e diplomate negli ultimi 10-15 anni. Infatti ai tempi dei nostri padri e nonni, i laurati erano molto pochi ed avevano un vantaggio, rispetto ai diplomati, che per la nostra generazione si è decisamente assottigliato.
    Ma, certo, fare le medie è più facile.

  12. Stefano Cordera

    Mi scuso per la concisione, ma il limite dei 2000 caratteri me la impone.
    1. Trovo lodevole il tentativo dell’autore di valorizzare l’impegno a laurearsi con una determinazione statistica del “valore effettivo”.
    2.Concordo con le critiche sollevate da diversi lettori sull’utilizzo di uno strumento statistico improprio quale la media, che lascia molti scontenti (con buona pace di Trilussa).
    3. Desidero qui far riflettere su una “stortura” dei dati di base impiegati, cioè sul fatto concreto che vi sono alcune professioni e mestieri che (banalizzando molto) “gli Italiani non vogliono + fare”. Semplicemente perchè non sono adeguatamente retribuite.
    Se il nostro mercato del lavoro fosse meno rigidamente regolato, probabilmente non avremmo problemi a reperire, ad esempio, infermieri: basterebbe pagarli di + (+ dei medici, se serve), dato che il loro lavoro li impegna in modo significativo. Cosa che non avviene e che abbassa la media dei lavori “non da laureato”. Certo, ho virgolettato la parola “stortura” in apertura di questa mia, perché i dati rispecchiano il paese reale: il paese dove il “pezzo di carta” è ancora molto importante.
    4. In America, ad esempio, nessuno si sogna di dire dott. Gates od ing. Gates… la laurea di Bill Gates la stiamo usando tutti, in questo momento.
    5. Credo che questo modo di pensare (comune a tutti gli Italiani, laureati e no) spieghi meglio di mille statistiche la mancanza di crescita dell’economia Europea, guarda caso coincidente con il boom della new economy. Ma questa è davvero un’altra questione.

  13. Massimo Giannini

    Oltre alle critiche condivisibili é da notare che:
    – Per dire che si ha un ottimo investimento bisogna in finanza anche considerare il rischio ovvero nella fattispecie la varianza dei flussi di reddito. Se si dovesse constatare un’alta varianza significa che l’investimento in educazione universitaria é altamente rischioso e quindi si tenderebbe a non farlo a parità di rendimento.
    – In virtù di quanto sopra si deve fare riferimento anche a differenze tra corsi di laurea e qualifiche, incluso il tempo necessario per trovare un’occupazione
    – Quindi no é solo questione di medie. E se si utilizzasse il reddito mediano?
    – Se, come si é fatto, si usano dati medi, si deve considerare anche che in media in Italia ci si laurea uno o due anni fuori orso e che é facile incorrere in periodi di disoccupazione. Il che riduce il rendimento degli studi universitari.
    – Un tasso d’attualizzazione dei redditi non percepiti del 5% non é realistico e/o di mercato. Un 4% o meno per questo tipo di calcoli sembra più appropriato.

    Ciò’ detto se si rifanno un po’ i calcoli e si tiene conto delle critiche sulla metodologia anche già espresse purtroppo risulterebbe che l’università in Italia non é necessariamente un ottimo investimento sulla base dei dati ed eventuali scelte di portafoglio personale. (Da notare che se si scende sotto il 7% su un orizzonte temporale di 40 anni non é poi tutto questo gran guadagno).
    Che poi sia desiderabile aumentare il numero di laureati e incrementare il capitale umano, per se stessi e la società, questo é un altro discorso. Ma cio’ non esce in maniera convincente dall’articolo.

  14. andrea capocci

    Nei testi di economia si legge che il reddito e’ distribuito come una legge a potenza (la famosa “legge di Zipf”). Tali distribuzioni non hanno un valore medio e una varianza ben definita, a differenza di altri tipi di distribuzioni (la gaussiana, per esempio). Questo vuol dire che se il campione statistico cresce, le sue caratteristiche medie (media e varianza) non tendono a valori costanti, ma variano. Allora, come fa un economista a utilizzare il concetto di valore medio quando si parla di reddito? O la legge di Zipf non vale?

    • La redazione

      Prima di tutto che il reddito sia distribuito come legge a potenza si trova scritto soprattutto nei libri di fisica e molto meno in quelli di economia. Secondo e’ la ricchezza non il reddito che se mai ha legge a potenza (ogni tanto si
      sente dire anche del reddito, ma di solito perche’ si confonde il reddito con la ricchezza). Terzo, se mai la ricchezza e’
      distribuita come legge a potenza tale legge e’ una Paretiana, non Zipf. La Paretiana ha media e spesso anche varianza. Quarto, se la distribuzione della ricchezza e’ Paretiana lo e’
      certamente solo nella coda (non ci sono cosi’ tanti poveri); e la differenza tra una legge a potenza e una lognormale, nella coda, e’ difficilissima da identificare nei dati perche’ ricchezza infinita non esiste (nei dati) ed e’ proprio il comportamento delle distribuzioni per ricchezze infinitamente grandi che e’ necessario per l’identificazione.
      Suvvia, prima di sostenere che il concetto di GDP
      non e’ ben definito occorrerebbe almeno contare fino a dieci.

      PS per il lettore de LaVoce cui fosse sfuggito cosa solo le leggi a potenza: Sono distribuzioni statistiche con proprieta’ bizzare e interessanti (proprio perche’ bizzare) molto comuni in fisica. Recentemente i fisici hanno scoperto che tali distribuzioni caratterizzano abbastanza bene anche alcune serie storiche in finanza ed in economia; risultato molto interessante. Da allora pero’ si e’ purtroppo sviluppato una specie di culto religioso i cui membri hanno visioni di
      leggi a potenza ovunque; fortunatamente questo culto non e’ rappresentativo della disciplina da cui proviene, la fisica.

  15. Cesare Riillo

    Complimenti per il sito e il bel articolo.
    Nel report OSCE GLANCE 2003 si stima un tasso interno di ritorno per lo studente in italia del 6% e calcola un T.I.R per la società ancora più alta. Cosa ne pensate? una domanda ancora:
    supponiamo che allo studente Rossi offriamo oggi 71739€ con la possibilità di frequentare l’università insieme ad altri 99 Rossi; 50 Rossi avranno per i prossimi 40 anni un extra rendimento del 9,9%, oppure può investire 71739€ in titoli ben diversificati che replicano l’indice del mercato azionario.
    Secondo voi lo studente Rossi, Homo Economicus, cosa sceglierebbe?

    • La redazione

      Grazie per il riferimento. I rendimanti sociali sono senz’altro piu’ alti. Ma non e’ facile stimarli appropriatamente. Rossi andrebbe all’universita’ perche’ studiare e’ divertente, e poi la cultura rende bene nei rapporti sociali.

  16. Cristiano Codispoti

    Se diciamo che mediamente per una laurea ci vogliono mediamente 7 anni, e poniamo che in alternativa alla laurea si entri immediatamente nel mondo del lavoro accettando mestieri sì umili
    ma altresì almeno minimamente remunerativi in termini di reddito e di formazione (per es.: operaio metalmeccanico), vediamo che nei sette anni successivi:
    1) si ha avuto entrate per almeno 100.000 (consideriamo passaggi di livello, 13°, tfr, straordinari, ferie non pagate) euro invece che uscite per almeno 15.000 euro (se si e’ residenti nella città sede del proprio corso, altrimenti raggiungiamo i 70.000 euro, quindi una differenza tra gli 85.000 e i 170.000 euro, cifra utile all’acquisto di una prima casa).
    2) ci si e’ formati per una figura professionale ben determinata, per altro molto ricercata, e si ha per essa un buon curriculum.
    3) si e’ pagati contributi pensionistici per 7 anni.
    4) si ha una visione del mondo del lavoro “reale” invece che accademica.
    5) si puo’ essere fisicamente e mentalmente consumati alla stessa maniera di un laureato.
    Ci si puo’ addirittura trovare in una forma migliore.
    6) ci si trova gia’ inseriti nel mondo del lavoro, invece che davanti a mesi (o anni) di stage, tirocinii, work experience, in parte pagati dallo stato o dalla regione (cioe’ noi) che facilmente non portano a nulla.
    7) ci si trova difesi da diritti e uniti a un mondo di solidarieta’, invece che abbandonati e defraudati da un mondo di baronie, raccomandazioni e lecchinaggio.
    8) ci si puo’ presentare a un potenziale datore di lavoro come dei volenterosi lavoratori con esperienza invece che come dei lamentosi e pretenziosi titolati incapaci.

    Quello che manca in Italia e’ una “visione” del mondo da parte dei giovani. E’ in questo che i genitori dovrebbero investire.
    Le “idee chiare” sono la risorsa piu’ rara in questo paese.
    E questo articolo non aiuta a reperirla.

    • La redazione

      1) Il fatto che ci in media ci si metta 7 anni a laurearsi e’ una scelta della studente, che evidentemente e’ contento di divertirsi a spese di papa’. Questo non e’ un problema dell’investimento ma dell’investitore. Se lei investe in azioni ma poi disinveste ogni mese per andare in vacanza alle Maldive, buon per lei. Ma
      non puo’ poi lamentarsi che il mercato azionario non rende.

      2) Calcolare i rendimenti della laurea solo su 7 anni invece che sulla vita intera e’ semplicemente scorretto. Oppure evidenzia un tasso di sconto temporale elevatissimo. Con un tasso di sconto cosi’ non conviene studiare, certamente!

      3) La teoria pedagogica che piuttosto che farli studiare i figli e’ meglio mandarli a fare i metalmeccanici e’ certamente interessante.

      Mi creda, potrei anche concordare con lei sul punto 3 (con una lunga lista di condizioni). Il fatto che lei ritenga che questo articolo non aiuti a formare “idee chiare” nei giovani pero’
      non le fa onore. Non perche’ l’articolo abbia alcun valore, ma perche’ “idee chiare” si formano sempre e comunque ascoltando argomentazioni su cui non si concorda. Non mi pare lei sia
      disposto a farlo. Riguardi i numeri a mente aperta. Non pensi che noi i numeri li abbiamo inventati o massaggiati per traviare la gioventu’ italiana (se non altro perche’ non crediamo di avere poi cosi’ tanti lettori). I numeri noi li siamo andati a cercare per
      rispondere a noi stessi alla domanda: Qiuanto rende? E dopo aver guardato ai numeri poi mandi pure i suoi figli a fare i metalmeccanici. Ma per un po’. Poi li faccia studiare. Mi creda, conviene.

      alberto bisin

  17. Arnold Attard

    Nel Policy Brief pubblicato dall’OCSE nel suo ‘Lisbon Council’, spunta una interessante statistica comparata: l’Italia è il paese industriale dove un laureato ha il più basso ritorno economico nel suo investimento nell’istruzione universitaria, se confrontato agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna, Francia, Olanda, ecc.
    Sempre nel citato rapporto viene evidenziato che in Germania, Francia e Italia l’estrazione sociale e di gran lunga più significativa che negli USA nel determinare la perfomance educativa di uno studente.
    Complessivamente il rapporto è estremamente critico sulla capacità dei paesi dell’Europa continentale di competere nel campo dell’istruzione con i paesi emergenti.
    Credo che sia necessario una più attenta valutazione di quello che sta succedendo. I voli Ryanair sono pieni di ‘emigranti dell’intelletto’ in cerca di lavoro a Londra.

  18. Paolo M

    Se ho capito bene voi considerate i benefici dell’investimento laurea pari alla differenza tra lo stipendio medio del laureato x gli anni di lavoro da laureato, e lo stipendio medio del diplomato x gli anni di lavoro da diplomato (qualcuno in più di quelli da laureato).
    Mi pare discutibile, perchè i laureati non hanno solo la laurea ma spesso hanno anche varie forme di aiuto dai loro genitori e dagli amici di questi (si pensi al laureato in farmacia che eredita la farmacia del padre, o al laureato in legge che il padre imprenditore fa assumere dallo studio legale dell’amico avvocato).
    Non vorrei che voi confondeste i vantaggi del documento laurea con quelli dati dalla posizione sociale di nascita di chi si laurea. Al netto di questi ultimi non so se rimanga poi molto….

  19. francois fouelefack

    Prendrere una laurea per guadagnare 134 mila euro è un caso solo italiano. Se noi prendiamo il caso degli studenti stranieri che arrivano in Italia tutti gli anni per studiare e che spesso sono già laureati nel loro paese,io direi piuttosto che laurearsi per loro non è un investimento. Poiché il mercato del lavoro è discriminatorio, loro si ritrovano quasi sempre a fare il lavoro dei diplomati. Laurearsi è un rischio da non prendere perché tutte le spese per questo investimento non saranno coperte alla fine degli studi.

  20. Flavio Bortot

    Forse il mio e’ un caso patologico, ma nonostante sia laureato in ingegneria informatica in una nota universita’ del Nord Italia, per far “valere” il mio titolo di studio sono dovuto emigrare negli USA. In Italia la paga media nel mio settore e’ di 1300 euro/mese e con quella cifra si fatica a vivere.
    Se mi fossi fermato al diploma, forse abiterei sotto un ponte…

  21. David De Ranieri

    Buongiorno
    ottimo argomento e ottimi articoli….ma le perplessità rimangono. Non condiviso dal punto di vista metodologiche le seguenti scelte e/o omissioni.
    1) Durata Studi 4 anni: ma se tutto l’articolo è composto da dati reali, perchè non prendere i 7 anni medi reali, invece che i 4 (alla faccia di medicina e ingegneria) “auspicabili”?
    2) Costi trasferte: non ho dati concreti, ma gradirei una smentita alla mia impressione che la % di studenti che sostengono costi di trasferimenti non sia uguale alla % di diplomati che sostengono costi analoghi (in €) per cercar lavoro
    3) Non considerare le donne (57% pop.ne) è eccessivo, pur capendo le ragioni
    4) Concordo che oggi come oggi nel cv oltre alla Laurea, ci sono numerose esprienze integrative in un cv (Erasmus, Master…..) e vanno considerati nel calcolo
    5) fare le medie degli Stipendi Laureati senza distinzione geografica, classi di età e tipologie di studi è generico, specie nel caso di considerare “Stipendi di un odierno 58enne ” ai costi di uno studente di oggi: semmai consideraimo gli stipendi dei 60enni di oggi con i LORO costi sostenuti all’epoca.
    6) un 19enne che inizia a lavorare, ha secondo me (va verificato) buone probabilità di avere un lungo ciclo finanziario positivo, consistente in: anticipato inizio di versamento contributi (leggi anche Fondi Pensione); risparmio anche grazie alla convievenza con genitori e quindi possibilità di far fruttare tale risparmio (da BOT a Piani di Accumulo più di ampio respiro); Scelta anticipata su mutui prima casa (in Italia molto sentita) e quindi godere di propria abitazione in anticipo rispetto a laureati.
    Last but not least: sposarsi prima, figli prima e pensione prima.
    Detto ciò, sono orgoglioso della mia Laurea e contento sul piano culturale della formazione che ho ricevuto.
    Saluti

  22. gp

    Purtroppo solo adesso a 10 anni dalla mia laurea entro definitivamente nel mondo di lavoro grazie ad un impiego a tempo indeterminato; in questi 10 anni ho lavorato saltuariamente con vari stage, contratti co.co co. poi co.co.pro. ho cercato di diventare un libero professionista ma il ticoninio obbligatorio a retribuzione variabile e a discrezione (dell’umore e dal reddito) del professionista già iscritto alla casta di cui ero praticante mi hanno portato a perdere circa 2 anni di praticantato (mal retribuito), alcuni contratti di lavoro per sostituzione maternità (questi si ben remunerati). ora entro in una azienda di circa 600 dipendenti, ma con il contratto più basso dove devo stare a sentire dei ragazzini che per soli pochi anni più anziani di me, pensano di conoscere tutto; mi sembra di essere tornato militare dove quel che conta e viene premiata è l’anzianità di servizio.

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