Sommario, a cura di Tullio Jappelli

La riforma delle aliquote dell’IRE e la sostituzione delle detrazioni di imposta per carichi famigliari con deduzioni dal reddito rappresentano, per il Governo, il fiore all’occhiello dell’intera legge finanziaria; lavoce.info documenta gli effetti della riforma dell’IRE e degli altri provvedimenti previsti in finanziaria sulla pressione fiscale complessiva, le conseguenze per la distribuzione dei redditi e l’aumento del numero di aliquote effettive implicite nella riforma fiscale. Propone anche i risultati di un sondaggio sull’opportunità di tagliare le imposte e sui possibili effetti della riforma fiscale sui consumi degli italiani.

Vero o falso, di Maria Cecilia Guerra

L’emendamento alla Finanziaria presentato lunedì 29 novembre dal Governo è destinato a fare discutere ancora a lungo. È bene però che la discussione avvenga sulla base di una corretta informazione.
Segnaliamo allora ai nostri lettori due casi di informazione non corretta.

1) La no tax area

Affermazione.

“Per effetto dell’emendamento del Governo la no tax area passerà da 7.500 euro a circa 14mila euro per un lavoratore dipendente con due figli a carico”.
L’affermazione è falsa

Che cosa è infatti la no tax area?
Con questo termine (che come tale non compare in nessun testo di legge) ci si riferisce generalmente alla deduzione dal reddito imponibile concessa a tutti i redditi Irpef, in misura diversa in relazione alla loro tipologia (redditi di lavoro dipendente, autonomo, pensione e altri) e del loro ammontare. Per un lavoratore dipendente essa è pari a 7.500 euro e decresce al crescere del reddito per annullarsi in corrispondenza di un reddito di 33.500 euro.
La “no tax area” così definita non viene modificata dall’emendamento del Governo.
Per la particolare figura considerata (lavoratore dipendente con coniuge e due figli a carico) il valore massimo che essa può assumere

passa da 7.500 euro a 7.500 euro

Nel dibattito recente lo stesso termine “no tax area” viene utilizzato per individuare il valore massimo di reddito che si può ottenere senza dovere pagare neanche un euro di imposta e cioè il valore massimo di reddito esente da imposta. Questa seconda no tax area dipende non solo dalla deduzione di cui al punto precedente, ma anche dalle agevolazioni riconosciute per carichi famigliari. Le agevolazioni per carichi famigliari non sono state introdotte dall’emendamento governativo. Esistono già nel nostro ordinamento sotto forma di detrazioni dall’imposta (riduzioni cioè dell’imposta dovuta). L’emendamento del Governo trasforma queste detrazioni in deduzioni (riduzioni del reddito a cui si applica l’imposta) e ne ridefinisce l’ammontare. Rispetto alla situazione precedente, il beneficio in termini di minore imposta pagata dal contribuente aumenta per redditi bassi e diminuisce per redditi medio alti. Se si tiene conto della deduzione di cui al punto precedente e delle agevolazioni per carichi famigliari, la no tax area intesa in questa seconda accezione, per la particolare figura considerata (lavoratore dipendente con coniuge e due figli a carico)

passa da 12.828,5 euro a 14.034 euro

2) Il contributo di solidarietà

Affermazione
“È introdotto un contributo di solidarietà del 4 per cento oltre i 100mila euro, che servirà per aumentare le deduzioni alle famiglie a basso reddito” o anche “che servirà per finanziare la deduzione prevista per le spese sostenute per le badanti”.
L’affermazione è falsa.

L’emendamento interviene sulla struttura delle aliquote modificandola nel modo seguente:


Scala delle aliquote attuale

Scaglioni in euro

Aliquota legale

Fino a 15000

23

da 15000 a 29000

29

da 29000 a 32600

31

da 32600 a 70000

39

oltre 70000

45

Scala delle aliquote secondo l’emendamento

Scaglioni in euro

Aliquota legale

Fino a 26000

23

da 26000 a 33500

33

Da 33500 a 100000

39

oltre 100000

43 = 39 +4 (aliquota legale + contributo di solidarietà)

Come si può notare le aliquote di imposta sono di fatto, dopo la riforma, quattro invece che cinque. Per farle apparire in un numero inferiore (tre, più prossimo alle due previste dalla delega), la quarta viene costruita come somma della terza più un “contributo di solidarietà” del 4 per cento. L’effetto è assolutamente identico a quello che si otterrebbe prevedendo esplicitamente una quarta aliquota.
Per la parte di reddito che eccede i 100mila euro l’aliquota dell’imposta cala quindi dall’attuale 45 per cento al previsto 43 per cento (39 di aliquota legale più 4 per cento di contributo di solidarietà). Come può uno sgravio di imposta essere utilizzato per finanziare l’aumento delle deduzioni alle famiglie a basso reddito? O la deduzione per le badanti?

Le famiglie dopo la riforma fiscale, di Massimo Baldini e Paolo Bosi

Con la presentazione al Senato dell’emendamento sulla riforma dell’Ire, la riforma fiscale ha raggiunto un sufficiente grado di definizione. In ogni caso, è sulla base di esso che i cittadini potranno misurare il grado di realizzazione dei programmi del Governo in questa legislatura.
La riforma dell’Irpef è stata realizzata, come noto, in due fasi, la prima delle quali è stata attuata nel 2003. Qui facciamo il punto della valutazione dei suoi effetti, considerando dapprima il secondo modulo, varato con la Finanziaria per il 2005, e presentando successivamente elementi di valutazione sulla riforma complessiva.

Il secondo modulo

Dopo un mese di vivace discussione all’interno della maggioranza, che a un certo punto è sembrata sfociare nella rinuncia al varo del secondo modulo, dall’emendamento finale emerge una struttura dell’Ire a tutti gli effetti di quattro aliquote dal 23 al 43 per cento. Su questo aspetto ci siamo già soffermati in un precedente articolo .
L’aspetto più innovativo a cui ha portato il dibattito delle ultime settimane è costituito da una nuova struttura di deduzioni per carichi di famiglia (coniuge, minori), con interventi di favore nei confronti dei minori con meno di tre anni o portatori di handicap e deduzioni per spese per servizi di cura . Scompaiono quindi le vecchie detrazioni per famigliari a carico e anche la detrazione speciale per dipendenti, autonomi e pensionati. È da segnalare che, rispetto agli annunci di un mese fa, nell’emendamento non v’è traccia dell’aumento degli assegni familiari. Il costo di questa tranche di riforma è valutabile in 6,5 miliardi di euro.
La tabella 1 mostra la distribuzione degli sgravi fiscali medi per livelli di reddito imponibile, sui contribuenti individuali. Vengono confermati gli aspetti di iniquità distributiva della misura già segnalati: in sintesi, al 50 per cento più povero dei contribuenti va il 12,5 per cento dello sgravio mentre il 16,5 per cento dei contribuenti più ricchi gode del 60 per cento del totale.
Nella figura 1 le barre mostrano la distribuzione di frequenza dei contribuenti per classi di reddito complessivo, mentre la linea indica il risparmio medio di imposta per ogni classe: lo sgravio ha generalmente un andamento crescente, temperato solo nell’intervallo tra 45 e 80mila euro di imponibile in ragione del venire meno delle deduzioni familiari. L’effetto di abbassamento delle aliquote più elevate gonfia poi gli sgravi per i redditi più elevati.
Su base familiare – quella più rilevante per valutare gli effetti distributivi – l’esito del secondo modulo è sintetizzato nella tabella 2, in cui, per decili di reddito equivalente, sono presentati gli sgravi fiscali in euro (non equivalenti). Lo sgravio medio per famiglia è di 325 euro, ma al risparmio di 17 euro delle famiglie del primo decile si contrappone quello di 1.164 euro del decimo delle famiglie più benestanti. La insoddisfacente performance distributiva è attribuibile sostanzialmente all’incapacità dell’Ire di affrontare le condizioni economiche delle famiglie incapienti. L’abbandono della proposta di aumento degli assegni familiari, un trasferimento che raggiunge anche i lavoratori dipendenti e pensionati che non pagano l’Irpef, rende quindi ancora più evidente questo limite della riforma.
Se immaginiamo di dividere la famiglie italiane in tre gruppi definiti per valori crescenti di reddito, si può dire che il 30 per cento più povero ottiene in media un risparmio annuo di circa 70-100 euro; le classi medie di circa 200, mentre il 30 per cento più benestante ottiene un risparmio variabile tra i 500 e 1.200 euro. A conferma di queste differenze, si noti che il 20 per cento più ricco ottiene il 51 per cento dei risparmi totali di imposta.
La tabella 3 mostra poi la dimensione degli sgravi medi per alcune tipologie di famiglie, differenziate per condizione professionale del capofamiglia. Le famiglie dei pensionati, ad esempio, pur rappresentando il 40 per cento delle famiglie italiane, ottengono solo il 22 per cento degli sgravi totali.

La riforma complessiva

La riforma nel suo complesso (primo e secondo modulo) comporterà una riduzione dell’incidenza media di poco più del 2 per cento del reddito imponibile. La sua distribuzione per decili è documentata dalla tabella 4 e dalla figura 2. Anche tenendo conto del fatto che il primo modulo della riforma era più orientato alle famiglie meno abbienti, la maggioranza delle famiglie appartenenti ai primi due decili di reddito non ha ricevuto benefici significativi. E si conferma la modesta efficacia sulle famiglie dei primi due decili. In percentuale dell’imponibile, lo sgravio complessivo decresce dal 3,4 per cento delle famiglie del terzo decile sino all’1,5 di quelle più agiate.
Questo esito è però il risultato dell’applicazione di due strumenti: la progressività (definita dalla struttura delle aliquote e delle detrazioni della no tax area) e la sostituzione delle detrazioni per carichi familiari con deduzioni.
Nella figura 3 si tenta una scomposizione del ruolo relativo di questi due strumenti. Si osserva che la gran parte dello sgravio è attribuibile alla modificazione delle aliquote, mentre un peso dell’ordine di appena il 10 per cento deriva dalla introduzione delle deduzioni per familiari a carico. Appare quindi impropria l’enfasi posta da alcuni commentatori sull’importanza di questa riforma per la famiglia, soprattutto se si tiene conto che dal prossimo anno si profila l’abolizione dell’assegno di mille euro per il secondo figlio.
La componente delle deduzioni familiari ha però un ruolo nettamente più importante per le famiglie più povere, dato che rispetto alle precedenti detrazioni, le deduzioni sono state disegnate in modo selettivo (si annullano per imponibili attorno a 80mila euro).

Una riforma al 25 per cento

Rispetto agli annunci contenuti nella legge delega di riforma del sistema fiscale e alla struttura a due aliquote là indicata, la promessa appare realizzata per meno della metà. Ma in altri settori le promesse sono state mancate in misura maggiore.
L’abolizione dell’Irap prometteva sgravi alle imprese per 33 miliardi, realizzati solo per 500 milioni. Altre imposte sono state aumentate. Limitando l’attenzione solo a quelle messe in campo con la Finanziaria per il 2005, si potrebbe fornire una più adeguata valutazione dell’impatto delle riforme fiscali sulle famiglia tenendo conto, ad esempio, di parte delle maggiori imposte introdotte (studi di settore, catasto, Tarsu, accise, giochi e lotto, acconti Irpef, eccetera).
Pur con notevole approssimazione, si può stimare che sulle famiglie finiranno per gravare 5 miliardi di ulteriori tributi. Lo sgravio netto per le famiglie si ridurrebbe in questo modo a poco più di 7 miliardi; un quarto di quanto promesso.

Tab. 1 – Risparmi medi di imposta del secondo modulo di riforma dell’Ire per classi di reddito imponibile individuale

Reddito

Distribuzione %

Risparmi di imposta

Risparmi in %

Ripartizione %

imponibile

dei contribuenti

In euro

dell’imponibile

dei risparmi

0-5

9,0

0

0,0%

0,0%

5-10

22,4

21

0,3%

2,4%

10-15

20,7

114

0,9%

12,0%

15-20

19,8

100

0,6%

10,0%

20-25

11,6

268

1,2%

15,7%

25-30

5,9

467

1,7%

13,9%

30-35

2,5

492

1,5%

6,1%

35-40

1,8

637

1,7%

5,7%

40-45

1,1

758

1,8%

4,3%

45-50

0,9

688

1,4%

3,1%

50-55

0,6

632

1,2%

1,9%

55-60

1,2

567

1,0%

3,3%

60-65

0,5

404

0,6%

1,0%

65-70

0,4

416

0,6%

0,8%

70-75

0,1

317

0,4%

0,2%

75-80

0,2

916

1,2%

1,1%

80-85

0,1

989

1,2%

0,6%

85-90

0,2

1276

1,5%

1,2%

90-95

0,1

1714

1,9%

0,5%

95-100

0,2

1862

1,9%

2,0%

>100

0,9

3320

2,0%

14,3%

Totale/media

100,0

198

1,1%

100,0%



Tab.2 – Secondo modulo della riforma – Effetti sulle famiglie per decili di reddito equivalente

Decili di imponibile equivalente

Imponibile medio familiare

Irpef media 2004

Irpef media 2005

Risparmio di imposta

Ripartizione del risparmio totale

Incidenza media

irpef 2004

Incidenza media

irpef 2005

Variaz. Incid.media

% delle famiglie che guadagna

1

4653

17

1

17

1%

0,4%

0,0%

-0,4%

2%

2

9629

148

75

72

2%

1,5%

0,8%

-0,8%

27%

3

13435

803

660

143

4%

6,0%

4,9%

-1,1%

58%

4

16633

1709

1559

150

5%

10,3%

9,4%

-0,9%

59%

5

20132

2538

2327

211

6%

12,6%

11,6%

-1,0%

54%

6

25796

3727

3466

261

8%

14,4%

13,4%

-1,0%

55%

7

30221

5063

4767

296

9%

16,8%

15,8%

-1,0%

67%

8

36185

6614

6227

387

12%

18,3%

17,2%

-1,1%

82%

9

47802

10526

9980

546

17%

22,0%

20,9%

-1,1%

95%

10

93273

29219

28055

1164

36%

31,3%

30,1%

-1,2%

99%

Totale

29765

6034

5709

325

100%

20,3%

19,2%

-1,1%

60%


Tab. 3 – Secondo modulo della riforma: risparmi di imposta medi familiari per alcune tipologie di famiglie

Professione del capofamiglia

% delle famiglie

Reddito imponibile medio

Irpef 2004

Irpef 2005

Risparmio medio

Ripartizione del risparmio totale

Operaio

17

25254

3702

3470

233

12%

Impiegato,insegnante

15

36610

7397

6997

400

19%

Dirigente

4

64289

18408

17600

808

9%

Lav. indipendente

12

47501

13058

12409

649

25%

Pensionato

41

22867

3753

3578

174

22%

Altro

11

20959

4004

3622

382

13%

Totale

100

29765

6034

5709

325

100%



Tab.4 – Riforma complessiva – Effetti sulle famiglie per decili di reddito equivalente

Decili di imponibile equiv.

Imponibile medio familiare

Irpef media 2004

Irpef media 2005

Risparmio di imposta

Ripartiz.

del risparmio totale

Incidenza media irpef 2004

Incidenza media irpef 2005

Variazione incidenza media

% delle famiglie che guadagna

1

4653

30

1

29

0%

0,6%

0,0%

-0,6%

9%

2

9629

311

75

236

4%

3,2%

0,8%

-2,4%

63%

3

13435

1115

660

455

7%

8,3%

4,9%

-3,4%

92%

4

16633

2035

1559

476

8%

12,2%

9,4%

-2,9%

99%

5

20132

2854

2327

527

9%

14,2%

11,6%

-2,6%

97%

6

25796

4096

3466

630

10%

15,9%

13,4%

-2,4%

99%

7

30221

5446

4767

680

11%

18,0%

15,8%

-2,2%

100%

8

36185

6994

6227

767

12%

19,3%

17,2%

-2,1%

100%

9

47802

10849

9980

869

14%

22,7%

20,9%

-1,8%

100%

10

93273

29482

28055

1427

23%

31,6%

30,1%

-1,5%

100%

Totale

29765

6323

5709

614

99%

21,2%

19,2%

-2,1%

86%


Gli italiani e la riduzione delle imposte: un’indagine de lavoce.info, di Giuseppe Pisauroe Paola Monti

La riduzione delle imposte domina il dibattito politico da mesi. Dopo tanti annunci che indicavano nel taglio delle aliquote dell’Irpef l’obiettivo principale (per tutti i redditi? solo per i redditi bassi e medi? solo per i redditi medio-alti?), sembra che l’idea sia stata accantonata (o meglio, posticipata a data elettorale…) e sostituita dalla promessa di una riduzione dell’Irap a partire dal 2005.

Il campione

Ma gli italiani pensano veramente che la riduzione delle tasse sia la priorità nazionale? E, nel caso, quali imposte vorrebbero veder diminuire?
Per saperlo, abbiamo provato a rivolgere queste domande a un campione di cittadini. Il metodo scelto è stato quello del sondaggio tramite internet. Grazie al supporto della società Carlo Erminero & Co., sono stati contattati via web 2.300 individui e, nell’arco di pochi giorni, 954 di queste persone hanno risposto al sondaggio restituendo il questionario compilato.
Questo metodo di indagine chiaramente presenta problemi non indifferenti di rappresentatività del campione, nonostante siano possibili correttivi in fase di elaborazione dei dati (per maggiori informazioni a questo proposito, si rinvia alla scheda sulle caratteristiche del sondaggio).

Le priorità degli italiani

Innanzi tutto, abbiamo cercato di capire quali dovrebbero essere le priorità della politica di bilancio secondo gli intervistati, ipotizzando che il Governo disponga di risorse aggiuntive per un miliardo di euro. Alla domanda era possibile dare più di una risposta (e lo ha fatto circa metà degli intervistati).
Come si vede nella figura 1, l’ipotesi che ha raccolto maggiori consensi (è stata indicata dal 47 per cento del campione) è effettivamente quella di una riduzione delle imposte. Tuttavia, nell’insieme, una quota maggiore dei consensi va a un aumento della spesa pubblica per la sanità, l’istruzione e la ricerca e gli stipendi dei dipendenti pubblici. Un quarto del campione, infine, utilizzerebbe in tutto o in parte le nuove risorse per ridurre il debito pubblico.
Circa metà del campione non ha dato una risposta univoca: destinerebbe cioè eventuali nuove risorse, ad esempio, in parte a ridurre le imposte, in parte ad aumentare la spesa e in parte a ridurre il debito. Se consideriamo coloro che hanno dato una sola risposta, soltanto l’8 per cento degli intervistati ha indicato il taglio delle imposte come unica destinazione delle nuove risorse, il 13 per cento ha indicato un aumento della spesa (il 7 per cento di quella per l’istruzione) e il 6 per cento destinerebbe tutto all’abbattimento del debito. Insomma, la riduzione delle imposte non emerge affatto come una priorità assoluta: gli intervistati sembrano avere ben chiari altri problemi strutturali della nostra economia come l’elevato debito pubblico e le carenze del sistema di istruzione e ricerca.
In realtà, molti sarebbero anche disposti a pagare più imposte per avere servizi migliori. Davanti all’ipotesi di un aumento dell’addizionale regionale Irpef da destinare alla sanità per ridurre i tempi di attesa per esami diagnostici, il 47 per cento del campione ha risposto affermativamente (contro il 35 per cento di contrari e il 18 per cento di indecisi).

Quali imposte ridurre

Ritornando sull’ipotesi di riduzione delle imposte, abbiamo poi chiesto al campione quale tipo di imposta sarebbe opportuno ridurre. I risultati sono riportati nella tabella 1.
L’opzione di gran lunga preferita (da quasi il 60 per cento del campione) è una riduzione delle imposte sui consumi, come l’Iva e l’accisa sulla benzina. Sono forme di tassazione che coinvolgono indiscriminatamente tutti i cittadini e spesso colpiscono consumi indispensabili (la cui domanda è quindi poco elastica al prezzo).
Non stupisce perciò che la richiesta di una riduzione delle imposte sui consumi sia più pressante tra i gruppi sociali che normalmente dispongono di redditi più bassi: i giovani, gli studenti, le persone senza elevati titoli di studio, o tra coloro che valutano la propria situazione economica difficile o discreta, ma non buona. Insomma, i ceti sociali che negli ultimi anni hanno subito una perdita del potere d’acquisto dei propri redditi.
La riduzione dell’Irpef raccoglie il 37 per cento dei consensi e risulta più popolare nell’ambito impiegatizio e dei pensionati, al crescere del titolo di studio e dell’età, e tra coloro che valutano positivamente la propria situazione economica. Una riduzione dell’Irap, infine, è molto poco popolare (è stata indicata solo dal 3 per cento) e raccoglie qualche consenso solo tra commercianti, artigiani, dirigenti, imprenditori, liberi professionisti. L’area del lavoro autonomo, insomma.





Meno Irpef per i redditi bassi

Infine, abbiamo concentrato l’attenzione dei nostri intervistati su un’eventuale riduzione dell’Irpef (all’epoca del sondaggio, una settimana fa, era ancora d’attualità…).
Il risultato è molto netto: il 60 per cento del campione ritiene che lo sgravio fiscale dovrebbe andare unicamente a favore dei redditi bassi. Sommando anche coloro che distribuirebbero lo sgravio tra redditi bassi e medi, arriviamo al 74 per cento del campione (figura 2).
Abbiamo poi chiesto di scegliere tra un sistema fiscale proporzionale (ad aliquota unica) e progressivo (ad aliquota crescente, oppure ad aliquota unica, ma con esenzione totale dei redditi bassi). Anche in questo caso i risultati non lasciano dubbi: sceglie il sistema progressivo ad aliquota crescente il 66 per cento del campione (figura 3). La progressività delle imposte (e di eventuali sgravi) sembra essere un valore condiviso dagli intervistati a prescindere dalla propria situazione: tra coloro che dichiarano di essere in una condizione economica “molto buona”, il 49 per cento sceglie il sistema ad aliquota crescente e il 53 per cento concentrerebbe eventuali sgravi solo sui redditi bassi.
Insomma, gli italiani non guardano con sfavore a un taglio delle imposte, ma non pensano che esso debba essere la principale priorità della politica di bilancio. Ridurre il debito pubblico e migliorare alcuni servizi sembrano obiettivi almeno altrettanto importanti. Dovendo intervenire sulle imposte, preferirebbero che la riduzione avesse un impatto immediato sui prezzi piuttosto che sui redditi. Dovendo riformare l’Irpef, vorrebbero mantenere la progressività dell’imposta e concentrare gli sgravi sui meno abbienti.






Dov’è finito il popolo delle formiche, di Tullio Jappelli e Daniele Checchi

Lo scorso 5 novembre si è celebrata la giornata internazionale del risparmio.
Come negli ultimi anni, si sono sentiti toni allarmati sul calo del risparmio delle famiglie. L’ultima indagine Ipsos presentata per l’occasione riscontra che il 21 per cento delle famiglie intervistate ha consumato tutto il proprio reddito, mentre il 14 per cento ha fatto ricorso a risparmi accumulati o a debiti per far fronte alle spese per consumo; secondo l’indagine, in futuro il numero di coloro che non risparmiano è destinato ad aumentare.
( http://www.acri.it/7_even/Acri_Ipsos_2004.ppt).

Le famiglie e il risparmio

I dati non sono certo una novità. Secondo la più recente Indagine sui bilanci delle famiglie della Banca d’Italia, il 13 per cento degli intervistati tra febbraio e settembre del 2003 dichiarava che “Il reddito a disposizione della famiglia permette di arrivare alla fine del mese con molta difficoltà”; il 14 per cento che il reddito consente di “arrivare alla fine del mese con difficoltà”. Dunque, circa un terzo delle famiglie italiane dichiarava di avere gravi problemi di bilancio.
Si conferma quanto si è letto spesso in questi mesi sui giornali, con articoli e commenti allarmati sul grave impoverimento delle famiglie e del paese, quasi si trattasse di un fenomeno nuovo e prima poco diffuso. È vero che il popolo delle formiche non risparmia più? Dobbiamo preoccuparci per le tendenze del risparmio nel nostro paese?

È aumentato davvero il numero di quelli che non risparmiano?

Le espressioni “non arrivare alla fine del mese”, “famiglie in bolletta” e loro varianti sono generiche e non chiariscono se il fenomeno è aumentato o si è ridotto nel tempo.
Proviamo a definire meglio il concetto. Chi non riesce ad arrivare alla fine del mese ha un reddito inferiore al consumo, cioè un risparmio negativo. Vuol dire che in quel mese si è indebitato presso una banca, un parente, un amico (cioè ha aumentato le proprie passività), oppure ha fatto fronte alle spese per consumo con risorse risparmiate in precedenza (cioè ha ridotto le proprie attività). Per misurare il risparmio occorre quindi conoscere sia il reddito che il consumo di una famiglia.
L’Indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie è il migliore strumento di cui disponiamo per studiare le tendenze del risparmio nel nostro paese, perché raccoglie informazioni sui redditi e sui consumi delle famiglie a partire dai primi anni ottanta. Il campione è formato da circa ottomila famiglie (24mila individui), distribuite in circa trecento comuni italiani. I risultati dell’indagine vengono regolarmente pubblicati nei supplementi al Bollettino statistico della Banca. I dati raccolti presso le famiglie, in forma anonima, sono disponibili gratuitamente per elaborazioni e ricerche. La metodologia di rilevazione è rimasta sostanzialmente invariata nel tempo.
Naturalmente, il risparmio può riflettere errori di misura del reddito o del consumo. Ad esempio, se una famiglia riporta tutte le spese sostenute, ma non tutto il reddito percepito, segnalerà con maggiore probabilità che il risparmio (cioè la differenza tra reddito e consumo) è negativo. Al contrario, una famiglia che registra con cura tutte le entrate ma sottostima le spese, tenderà a segnalare un risparmio positivo. Questi errori potrebbero avere una componente sistematica, ad esempio perché il numero di famiglie che sottostima le spese è superiore a quello che sottostima le entrate. Tuttavia, è poco probabile che l’andamento nel tempo del risparmio sia influenzato dagli errori di misura.

La figura 1 indica che fino al 1991 la quota di famiglie con risparmio negativo si è ridotta di cinque punti percentuali. Durante la recessione del 1992-93 la quota aumenta di oltre dieci punti. Dal 1993 si osserva però una sostanziale stabilità della quota di famiglie con risparmio negativo. L’Indagine della Banca d’Italia indica dunque che tra il 1993 e il 2002 il numero di famiglie che non risparmiano non è aumentato.
L’analisi per gruppi sociali coglie alcune differenze di rilievo. La quota di famiglie con risparmio negativo è maggiore tra i giovani (capofamiglia con età inferiore a 30 anni) e tra gli anziani (oltre i 60 anni). La quota è molto più elevata tra gli autonomi, che hanno redditi più variabili, che tra le famiglie di operai e impiegati, che invece hanno un reddito più stabile. Infine, la quota di famiglie con risparmio negativo è maggiore nel Mezzogiorno. Ma per tutti i gruppi si evidenzia una sostanziale stabilità del numero di famiglie con risparmio negativo tra il 1993 e il 2002.
Anche l’analisi della propensione al risparmio per fasce di reddito conferma il fatto che il risparmio delle famiglie non si è ridotto. La figura 2 mostra che negli anni più recenti il rapporto tra risparmio e reddito delle famiglie ha mantenuto un profilo costante, per ciascuno dei quattro gruppi di reddito considerati.

Il risparmio è una misura della povertà?

La tabella 1 riporta il rapporto tra risparmio e reddito disponibile delle famiglie (il cosiddetto saggio di risparmio) nei principali paesi europei, in Giappone e negli Stati Uniti. Fino al 1990 in Italia il risparmio era pari a circa il 27 per cento del reddito. Nel decennio successivo si è ridotto di oltre dieci punti. Dal 2000 però il saggio di risparmio in Italia si è mantenuto stabile, con valori prossimi al 15 per cento.
Il confronto internazionale evidenzia che nel 2004 l’Italia ha il saggio di risparmio più elevato tra i paesi industrializzati. In Francia, Germania, Olanda e Spagna il risparmio è intorno al 10-12 per cento del reddito disponibile. In Inghilterra, Stati Uniti, Giappone, e in tutti i paesi Scandinavi il saggio di risparmio è di circa tre volte inferiore a quello del nostro paese. La tabella evidenzia anche che il risparmio si è dimezzato in Austria, Giappone, Inghilterra, Stati Uniti; in altri paesi si è mantenuto stabile o è aumentato (Francia, Irlanda, Olanda, Portogallo, Spagna, Norvegia). Nonostante questo, l’Italia ha mantenuto il primo posto in classifica.

Naturalmente, un indicatore aggregato potrebbe nascondere dinamiche molto diverse a livello di singola famiglia. Sgombriamo però il campo da un equivoco. Il risparmio (o l’assenza di risparmio) non è una misura di benessere o di povertà. L’ultima colonna della tabella riporta il reddito pro capite in dollari nel 2003. La graduatoria del risparmio non coincide purtroppo con quella del reddito. Paesi in cui il reddito pro capite è molto più elevato del nostro (Stati Uniti, Svezia, Danimarca, Norvegia) hanno tassi di risparmio molto più bassi. Altri paesi, molto più poveri in termini di reddito pro capite (come la Cina) hanno tassi di risparmio molto più elevati del nostro. Dunque, per misurare la povertà o il benessere occorre guardare alla distribuzione dei redditi o dei consumi tra le famiglie, non alla differenza tra reddito e consumo. (1)

Perché allora il risparmio non è calato?

Il risparmio delle famiglie italiane rimane dunque elevato, sia nel confronto storico che in quello internazionale, nonostante l’abbassamento del tasso di crescita dei redditi familiari e il calo demografico. Ciò per due ragioni.
Le riforme della previdenza degli anni Novanta hanno drasticamente ridotto il grado di copertura previdenziale, particolarmente per le nuove generazioni. Dalla fine del 2001 gli indicatori sul clima di fiducia delle famiglie sono peggiorati costantemente e si sono collocati su valori nettamente inferiori a quelli del decennio precedente.
Le famiglie hanno quindi continuato a risparmiare per compensare il calo di ricchezza previdenziale. Allo stesso tempo, il movente precauzionale e il timore di una caduta dei redditi hanno frenato i consumi e favorito l’accumulazione. La figura 3 indica che il fenomeno si è verificato soprattutto per le nuove generazioni (persone nate dopo il 1960), quelle più colpite dalle riforma della previdenza e più incerte sul proprio futuro.(2)
Invece il risparmio di quelli nati prima del 1960 è calato o è rimasto costante; sono le persone che ai tempi delle riforme Amato e Dini (1992 e 1995) erano già in pensione o che hanno potuto mantenere, anche dopo le riforme, lo stesso livello di copertura previdenziale.


(1) Sotto questo profilo, l’indagine della Banca d’Italia segnala una sostanziale stabilità degli
indici di povertà e degli indici di disuguaglianza dei redditi disponibili tra il 1997 e il 2002.

(2) Per un’analisi dell’effetto della riforma della previdenza sul risparmio delle famiglie italiane cfr. Attanasio e Brugiavini (Social security and households’ saving,” Quarterly Journal of Economics, vol. 118, 2003) e Bottazzi, Jappelli e Padula (Retirement expectations, pension reform, and their impoact on private accumulation, settembre 2004, CSEF Working Paper n. 92 [http://www.dise.unisa.it/WP/wp92.pdf].





Fonte: Indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie, 1984-2002.


Fonte: Indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie, 1984-2002.


Fonte: Indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie, 1984-2002.

Fonte: Elaborazioni Cesifi-Dice su OECD Economic Outlook. Il PIL pro capite è misurato in dollari. I saggi di risparmio riflettono anche differenze nelle definizioni adottate da ciascun paese sul risparmio delle famiglie; il reddito disponibile invece è armonizzato dall’OECD.
* dato stimato.

Un taglio poco consumato, di Tullio Jappelli e Mario Padula

Nelle intenzioni del presidente del Consiglio la riduzione delle imposte sui redditi a partire dal 1° gennaio 2005 aumenterà il reddito disponibile delle famiglie e i consumi, sostenendo la nostra esangue economia. Troppo spesso gli interventi di politica economica vengono attuati senza uno studio delle conseguenze delle manovre, senza una simulazione del loro impatto.

La propensione marginale al consumo

La questione è particolarmente delicata nel caso di uno sgravio fiscale. Si dà spesso per scontato che un aumento del reddito stimoli il consumo. Ciò non è sempre vero, perché un aumento di reddito può essere consumato interamente, risparmiato interamente, o in parte consumato e in parte risparmiato. Per rispondere a questa domanda, è importante calcolare la cosiddetta propensione marginale al consumo, cioè il rapporto tra la variazione dei consumi e del reddito. Se, ad esempio, il reddito di una famiglia aumenta di 500 euro e i consumi di 250 euro, la propensione marginale al consumo della famiglia è di 0,5. Ovvero, per ogni euro in più di reddito, 50 centesimi vengono risparmiati e 50 consumati. Tanto più elevata la propensione marginale al consumo, tanto maggiore lo stimolo ai consumi di uno sgravio fiscale.

Cinquecento euro da spendere. O risparmiare

Solo conoscendo la propensione marginale al consumo si può valutare l’effetto di una riduzione delle imposte. Servirebbero allo scopo indagini campionarie specifiche sui comportamenti dei consumatori, in grado di valutare l’impatto di breve e di lungo periodo di uno sgravio fiscale. I mezzi di cui dispone lavoce.info sono modesti. Con la collaborazione della società Carlo Erminero & Co , abbiamo condotto un’indagine campionaria via internet. Il campione è stato estratto da un indirizzario con oltre 500mila nomi. Le persone intervistate sono 954; il tasso di partecipazione (cioè il rapporto tra le persone che hanno risposto all’intervista e le persone contattate) è del 50 per cento. I dati vanno trattati e interpretati con cautela. In Italia gli utenti domestici di internet sono solo il 22 per cento della popolazione (10,5 milioni, dati di febbraio 2004) e sono ancora molto diversi dai non utenti. Fra gli utenti domestici di internet sono più numerosi i giovani, i laureati, gli imprenditori, i professionisti, i ceti medi e superiori. Le risposte devono quindi essere ricondotte alla popolazione italiana con un sistema di ponderazione.

Lo scopo del questionario è di valutare l’impatto di breve periodo sui consumi (la cosiddetta “scossa” all’economia) di un ipotetico sgravio fiscale. (1) Abbiamo dunque deciso di rivolgere al campione la domanda:

Nel caso in cui il Suo reddito l’anno prossimo aumentasse di 500 euro perché è stata varata una riforma fiscale che riduce le sue imposte sul reddito, cosa farebbe?

  • Utilizzerei i 500 euro soprattutto per spendere di più
  • Utilizzerei i 500 euro soprattutto per risparmiare di più
  • Utilizzerei i 500 euro soprattutto per pagare i debiti

Dalle risposte è emerso che il 21 per cento del campione destinerebbe un aumento di 500 euro di reddito soprattutto al consumo, il 48 per cento utilizzerebbe l’aumento soprattutto per incrementare il risparmio, il 31 per cento per ridurre i debiti.

Per valutare gli effetti di una riduzione delle imposte, occorre distinguere tra variazioni permanenti e variazioni transitorie del reddito. Le prime hanno un forte effetto sui consumi; le seconde hanno effetti modesti o trascurabili. Questo accade perché le famiglie desiderano mantenere standard di vita stabili nel tempo e sono disposte ad aumentare il consumo solo se pensano che l’aumento di reddito sarà duraturo. A un aumento temporaneo, invece, reagiscono aumentando il risparmio o riducendo il debito, per evitare di dover ridurre il consumo quando il reddito ritornerà ai valori precedenti l’aumento. Perché si verifichi un forte effetto sui consumi, è quindi essenziale che il taglio fiscale sia duraturo o, almeno, che sia percepito come tale. Le risposte del questionario indicano che l’effetto sul consumo è modesto. La riforma fiscale è percepita come transitoria, dunque poco credibile.

Un confronto con gli Usa

A titolo di confronto è utile riportare alcuni dati tratti da uno studio di due economisti americani che hanno sottoposto a un campione rappresentativo della popolazione degli Stati Uniti domande simili a quella dell’indagine de lavoce.info. Hanno infatti chiesto, nel 2001 e nel 2002, se il rimborso fiscale erogato dall’amministrazione Bush nel 2001 sia stato utilizzato prevalentemente per consumi, per risparmio, o per ridurre debiti. (2)

Il rimborso una tantum era compreso fra 300 e 600 dollari. La differenza principale è che nel caso americano si tratta di domande retrospettive; nel caso dell’indagine de lavoce.info invece si chiedono le intenzioni di spesa.

La tabella 1 indica che la percentuale di persone che destinerebbe soprattutto al consumo lo sgravio fiscale è molto simile a quella riscontrata dai due ricercatori americani: negli Stati Uniti poco più del 20 per cento degli intervistati dichiara che il rimborso fiscale è stato utilizzato prevalentemente per aumentare il consumo; l’80 per cento dichiara invece che il rimborso è stato utilizzato soprattutto per aumentare il risparmio o per ridurre i debiti. La reazione dei consumatori italiani rispetto a un’ipotetica riforma fiscale è simile a quella dei consumatori americani in risposta a una variazione una tantum del reddito, un’altra conferma di scarsa credibilità dello sgravio fiscale in Italia.

È utile chiedersi se l’effetto sui consumi cambi secondo i gruppi sociali. La tabella 2 offre alcune risposte. La quota di coloro che utilizzerebbero lo sgravio fiscale soprattutto per aumentare il consumo sale al 26 per cento tra i laureati e tra coloro che hanno più di 44 anni; raggiunge il 35 per cento per coloro che hanno redditi medi e alti. Non si riscontrano variazioni significative per ripartizione geografica. Nel complesso le risposte sono abbastanza omogenee: la quota di coloro che dichiara che destinerebbe lo sgravio fiscale prevalentemente al consumo oscilla tra il 18 e il 35 per cento.

Quanto aumenteranno i consumi?

Riconoscere che la risposta a una manovra fiscale è diversa tra i vari gruppi sociali aiuta a valutarne l’effetto complessivo. Tuttavia, la quota di coloro che dichiarano che lo sgravio servirà prevalentemente a finanziare i consumi non ci dice ancora di quanto i consumi aumenteranno. Anche chi dichiara che destinerà il maggiore reddito prevalentemente al risparmio, non è detto che destinerà tutto al risparmio. E anche chi decide di utilizzare il reddito soprattutto per aumentare il consumo potrebbe usarne una parte per risparmiare. La nostra indagine contiene una seconda domanda che consente di ripartire un’eventuale aumento di reddito di 500 euro in spese per consumi, risparmio e rimborso di debiti:

Se oggi il Suo reddito aumentasse di 500 euro, quanti euro risparmierebbe, quanti ne consumerebbe, quanti ne userebbe per ripagare i debiti?

  • Euro per consumo:
  • Euro per risparmio:
  • Euro per debiti:

Le risposte permettono di calcolare la propensione marginale al consumo di ciascuna famiglia intervistata. Nel campione, la media generale di tutte le propensioni marginali al consumo è 32 per cento (vedi l’ultima colonna della tabella 2). (3)

Inoltre, la propensione marginale al consumo è sostanzialmente stabile per gruppi di età, titolo di studio e ripartizione geografica. Solo per le famiglie con redditi medi e alti si registra un valore più elevato (42 per cento), presumibilmente perché per questi gruppi l’incertezza sulle condizioni dell’economia e della famiglia riduce le esigenze di risparmio.

In conclusione: secondo l’indagine de lavoce.info circa un terzo della riduzione di imposte promessa da Silvio Berlusconi per il 2005 si tradurrà in un aumento dei consumi. La gran parte del reddito aggiuntivo servirà per aumentare il risparmio (o ridurre il debito). Se la credibilità della manovra rimanesse ai livelli attuali, un’ipotetica riduzione delle imposte sul reddito delle famiglie di 8 miliardi di euro nel 2005 darebbe una “scossa” iniziale all’economia di soli 2,6 miliardi di euro, cioè lo 0,2 per cento del Pil. Naturalmente, ciò non tiene conto dell’effetto di una riduzione della spesa pubblica necessaria a finanziare il taglio delle imposte. Fra un anno sapremo se la montagna sarà riuscita almeno a partorire un topolino. Nel frattempo il Governo potrebbe almeno promuovere studi più approfonditi sugli effetti della manovra, sulla credibilità di un taglio duraturo delle imposte e sulle sue conseguenze di breve e di lungo periodo. Al momento, il clima di incertezza generato da annunci successivamente ritrattati non aiuta affatto la credibilità delle future riforme. Alimenta anzi la convinzione che eventuali tagli fiscali potrebbero avere effetti limitati nel tempo.

(1) David S. Johnson, Jonathan A. Parker e Nicholas S. Souleles, (“Household expenditure and the income tax rebates of 2001”, NBER WP 10784, 2004) studiano l’impatto di breve e di lungo periodo del bonus fiscale che le famiglie americane hanno ricevuto nel 2001 dall’amministrazione Bush. Utilizzando un campione rappresentativo della popolazione, essi mostrano che le famiglie americane hanno aumentato il consumo di circa il 30 per cento del bonus nei primi tre mesi, e di un altro 30 per cento nel trimestre successivo.

(2) Matthew D. Shapiro e Joel Slemrod, “Did the 2001 tax rebate stimulate spending? Evidence from taxpayer surveys”, NBER WP 9308, 2001. L’indagine è stata condotta per telefono nel 2001e nel 2002, come parte di Surveys of Consumers, un campione rappresentativo della popolazione americana utilizzato dall’Università di Michigan per costruire un indice di fiducia dei consumatori (Index of Consumers Sentiment). I due economisti usano anche un’altra indagine, How America Responds, che chiede ad un campione di famiglie americane: “Cosa farebbe se il Governo federale tagliasse le imposte di 1000 dollari?”. Il 16,6 per cento degli intervistati destinerebbe l’aumento del reddito disponibile soprattutto ai consumi.

(3) David S. Johnson, Jonathan A. Parker e Nicholas S. Souleles, (“Household expenditure and the income tax rebates of 2001”, NBER WP 10784, 2004) ottengono un risultato molto simile per la propensione marginale al consumo di breve periodo.


Tabella 1. Nel caso in cui il Suo reddito l’anno prossimo aumentasse di 500 euro perché è stata varata una riforma fiscale che riduce le sue imposte sul reddito, cosa farebbe?

Confronto Italia -USA

Italia 2004

Usa 2001

Usa 2002

Soprattutto per spendere di più

0.21

0.22

0.25

Soprattutto per risparmiare di più

0.48

0.46

0.48

Soprattutto per pagare i debiti

0.31

0.32

0.27

<TD style=”BORDER-RIGHT: black 1pt solid; PADDING-RIGHT: 5.4pt; BORDER-TOP: #ece9d8; PAD

Tabella 2. Nel caso in cui il Suo reddito l’anno prossimo aumentasse di 500 euro perché è stata varata una riforma fiscale che riduce le sue imposte sul reddito, cosa farebbe?

Analisi per gruppi sociali

Soprattutto per spendere di più

Soprattutto per risparmiare di più

Soprattutto per pagare i debiti

Propensione marginale al consumo

Età

fino a 34 anni

0.20

0.62

0.18

0.35

da 35 a 44 anni

0.19

0.46

0.35

0.31

oltre 44 anni

0.26

0.34

0.40

0.32

Titolo di studio

senza laurea

0.19

0.45

0.36

0.31

con laurea

0.26

0.48

0.26

0.36

Condizione economica

Buona

0.35

0.47

0.18

0.42

Discreta

0.23

0.54

0.23

0.34

Difficile

0.11

0.34

0.55

0.25

Area geografica

Nord

0.23

0.50

0.27

0.32

Centro

0.19

0.40

0.41

0.30

Il gioco delle tre aliquote, di Massimo Baldini e Paolo Bosi

L’ultimo mese è passato alla ricerca di una mediazione tra le forze di maggioranza sulla proposta di riforma del secondo modulo dell’Irpef. Si è discusso molto, quindi, ma di che cosa? Vediamo di capirlo aggiornando il nostro precedente articolo su lavoce.info, seppur con la cautela dovuta al fatto che non disponiamo ancora di tutti i dettagli delle proposte in campo.

Tre aliquote. Più una

Consideriamo in particolare tre ipotesi di riforma. Tutte condividono la struttura delle prime tre aliquote (23 per cento fino a 26mila euro, 33 per cento da 26mila a 33mila, 39 per cento oltre 33mila), ma si differenziano nei seguenti aspetti:
a) quarta aliquota del 43 per cento oltre i 100mila euro (ipotesi del ministero del Tesoro);
b) quarta aliquota del 43 per cento oltre gli 80mila euro (ipotesi An-Udc);
c) solo tre aliquote, con in più un contributo fisso di 1.000 euro oltre i 100mila, e esclusione della detraibilità delle spese oltre la stessa soglia (variante dell’ipotesi di riforma del ministero del Tesoro).

In tutte le ipotesi, inoltre, le detrazioni per coniuge e familiari a carico sono sostituite da deduzioni dall’imponibile, decrescenti al crescere del reddito, pari a 3.200 euro per il coniuge e a 2.900 per ogni figlio, che si annullano in corrispondenza di un reddito pari a 78mila euro.

Dal punto di vista del gettito, la ricerca del compromesso tra le diverse visioni in campo dovrebbe comportare un costo del secondo modulo della riforma dell’Irpef variabile da 7,2 a 7,6 miliardi, a seconda delle alternative, comprensivo anche di circa un miliardo per maggiori assegni familiari. Il che significa che la seconda tranche della riforma finirà per costare ben più dei sei miliardi (compresi eventuali tagli all’Irap) di cui si è parlato finora.

Non ripetiamo qui l’analisi già fatta nel precedente articolo. Rispetto alla struttura con tre aliquote e detrazioni lì discussa, le controproposte di Fini e dell’Udc con quattro aliquote e deduzioni si configurano come una lieve redistribuzione dai contribuenti con più reddito dichiarato a quelli che si collocano nelle fasce attorno a 40-50mila euro. Ciò è però dovuto alla sostituzione delle detrazioni con deduzioni, mentre, come si può notare dalla tabella 1, tutte le varianti oggi in discussione comportano lo stesso risparmio di imposta per tutti i contribuenti fino a 80mila euro di imponibile.

Gli effetti sui redditi familiari

Tuttavia, qualora si considerino i redditi familiari equivalenti, ordinati per decili di reddito imponibile equivalente, l’effetto del secondo modulo, in tutte le varianti proposte, continua ad avvantaggiare le famiglie più ricche.
L’ipotesi di An e Udc apporta alcuni limitati correttivi al privilegio di quelle appartenenti al decile più ricco (vedi la figura 1). Ma viene confermata la netta differenza di effetti del primo modulo rispetto al secondo.
Per quanto riguarda la riforma dell’Irpef, la discussione dell’ultimo mese si è quindi concentrata su aspetti poco significativi. Quarta aliquota, “aliquota etica” sembrano essere solo estemporanei correttivi di un impianto già disegnato nella proposta a tre aliquote.

Ma quale sarà l’effetto della riforma nel suo complesso (primo e secondo modulo)?
Come mostra la figura 2, l’abbandono dell’impostazione a due aliquote della legge delega ha in effetti introdotto elementi di maggiore moderazione nei propositi della riforma. La perdita di gettito è dimezzata (da 28 a 13 miliardi sommando le due fasi della riforma) e anche gli effetti distributivi appaiono meno drammaticamente sbilanciati nei confronti dei più ricchi.
Permangono tuttavia aspetti insoddisfacenti, che rivelano il carattere poco sistematico della riforma complessiva. È infatti un ibrido tra due visioni molto diverse dell’imposta personale all’interno della maggioranza di Governo: il modello della flat rate tax della legge delega, che rimane sullo sfondo degli obiettivi del premier, e le soluzioni più tradizionali di An e Udc.
Ma l’aspetto più preoccupante, messo in luce dalla figura 2, è che le famiglie che si collocano nel primo e nel secondo decile (il 20 per cento della popolazione con redditi più bassi) otterranno alla fine sgravi fiscali inferiori a quelle più benestanti.
La proposta di riforma avanzata nelle ultime ore dal ministero dell’Economia prevede però un correttivo, attraverso un aumento generalizzato degli assegni al nucleo familiare (anf).
Il carattere molto selettivo di questo strumento consente infatti di “mettere una pezza” allo svantaggio relativo delle famiglie più povere. Solo uno strumento di spesa permette di ottenere risultati distributivi non deludenti. Perché consente di raggiungere anche le famiglie che, in ragione della scarsità di imponibile, non sono soggetti passivi dell’imposta sul reddito o non possono godere di tutte le detrazioni o deduzioni cui avrebbero diritto (gli incapienti).
Non si può fare a meno di osservare che, con un minore dispendio di risorse, si sarebbero potuti realizzare obiettivi distributivi più apprezzabili, mantenendo a disposizione del bilancio pubblico risorse preziose per realizzare altre riforme nel campo del welfare. (1)


(1) Baldini, M., P. Bosi, Matteuzzi, Sostegno alle responsabilità familiari e contrasto della povertà: ipotesi di riforma, in Rivista delle politiche sociali, n.2, 2004 e in
www.capp.unimo.it.

Tabella 1 – Contribuenti: Risparmi di imposta derivanti da ipotesi alternative del secondo modulo della riforma fiscale



Figura 1 – Famiglie: Risparmio di imposta del primo e del secondo modulo in % dell’imponibile

Figura 2 – Famiglie: Riforme complessive risparmi di imposta totale in % dell’imponibile


Chi vince e chi perde con la nuova Irpef, di Massimo Baldini e Paolo Bosi

Dalla presentazione della legge delega (7 aprile 2003), è stato un continuo susseguirsi di proposte e discussioni sugli effetti redistributivi e di gettito della riforma dell’Irpef.
Non ci si può illudere di essere giunti a intenzioni definitive del Governo in questa delicata area, ma può essere utile fare il punto della situazione, sulla base delle informazioni fornite dalla stampa sulla struttura degli scaglioni, delle aliquote e delle deduzioni previste per il secondo modulo della riforma dell’Ire.
Secondo queste indicazioni, si prevede una nuova struttura degli scaglioni e delle aliquote, illustrata nella quarta colonna della tabella 1 (riforma finale).

Tab.1 – Scaglioni e aliquote dell’Irpef 2002 e delle riforme

Irpef 2002

Legge delega

Primo modulo

Riforma finale

scaglioni

aliquote

scaglioni

aliquote

scaglioni

Aliquote

scaglioni

aliquote

0-10329

0,18

0-100000

0,23

0-15000

0,23

0-26000

0,23

10329-15494

0,24

oltre 100000

0,33

15000-29000

0,29

26000-32600

0,33

15494-30987

0,32

29000-32600

0,31

oltre 32600

0,39

30987-69722

0,39

32600-70000

0,39

oltre 69722

0,45

oltre 70000

0,45

Qui interessano gli effetti di gettito e distributivi di questa seconda fase, messa a confronto non solo con la legislazione vigente, che è segnata dall’intervento effettuato nel 2003, il cosiddetto primo modulo della riforma dell’Ire, ma anche con la situazione in vigore nel 2002. I redditi sono in valori del 2004. (1)

Effetti della riforma sul gettito

Secondo le stime fornite dal modello di microsimulazione del Centro di analisi delle politiche pubbliche dell’Università di Modena, il secondo tempo della riforma costerà 6,9 miliardi di euro, che si aggiungono ai circa 6 miliardi del primo modulo. Complessivamente, si tratta di una riduzione del carico fiscale di circa il 2 per cento. La riforma prevista nella legge delega, basata su un modello a due sole aliquote, avrebbe invece comportato uno sgravio fiscale di circa 28 miliardi di euro, pari al 4,4 per cento dell’imponibile.
Tra l’approvazione della delega e la Finanziaria per il 2005, il Governo è stato quindi indotto a più che dimezzare gli originali propositi di “ridurre le tasse”. La riforma dell’Ire alla fine sottrarrà comunque all’erario 13 miliardi di euro.

Analisi individuale per contribuenti

La tabella 2 mostra i risparmi di imposta dei contribuenti, sia in valori assoluti, sia in percentuale del reddito imponibile. Si tratta quindi di un’analisi di tipo individuale.
Il secondo modulo della riforma non concede praticamente nulla ai redditi inferiori ai 20mila euro (se non l’aumento da 7mila a 7.500 euro della no tax area per i pensionati), e favorisce soprattutto i redditi attorno ai 35mila euro, a causa della rimodulazione delle aliquote, e quelli superiori ai 70mila euro, a seguito della riduzione dell’aliquota marginale più elevata. I maggiori beneficiari degli sgravi sono i redditi più bassi e quelli più alti, mentre i guadagni sono inferiori per le classi centrali della distribuzione del reddito. Un risultato tipico, quando si riduce il numero degli scaglioni e ci si avvicina a uno schema flat rate: se si vuole diminuire il numero degli scaglioni e non si vuole perdere troppo gettito, è inevitabile premiare soprattutto i molto ricchi e i molto poveri.
Se si considera invece la riforma nel suo complesso, essa non sembra avere una chiara identità. Fino a imponibili di 30mila euro, lo sgravio della riforma complessiva presenta un andamento altalenante che non sembra rispondere a una precisa logica. Da 30mila sino a 70mila euro, lo sgravio percentuale è decrescente, accentuando quindi la progressività della struttura preesistente. Da 70mila in su, lo sgravio risulterebbe proporzionalmente crescente per raggiungere il valore massimo di quasi il 4 per cento per i contribuenti più ricchi.
Il Governo, nel corso del tempo, ha ridimensionato significativamente i suoi propositi di passaggio al modello della flat rate, contenuti nella legge delega del 2003: le ultime colonne della tabella 2 mostrano che, se si fosse passati alle due sole aliquote del 23 e 33 per cento (oltre i 100.000 euro), il beneficio per i contribuenti oltre i 70mila euro non si sarebbe limitato a due o tre punti percentuali del reddito, ma avrebbe superato abbondantemente il 10 per cento .
Anche se appare evidente la differenza rispetto alla riforma programmata con la legge delega, sulla base di queste stime il giudizio distributivo sulla riforma complessiva non può essere positivo. A favore dell’1,78 per cento di contribuenti con imponibile superiore a 70mila euro si concentra il 20 per cento dello sgravio complessivo. A un contribuente con reddito tra i 20-25mila euro vengono restituiti 444 euro; per il contribuente con imponibile superiore a 100mila euro, lo sgravio è quindici volte tanto: 6.357 euro.

Tab. 2 Risparmi di imposta per contribuente per classi di imponibile delle riforme dell’Irpef

Reddito

primo modulo

secondo modulo

Riforma complessiva

Legge delega

Imponibile

%

sgravio

Var.%

sgravio

Var.%

sgravio

Var.%

sgravio

Var.%

(000 euro)

contrib.

in euro

imponibile

in euro

imponibile

in euro

Imponibile

in euro

imponibile

0-5

9,0

-30

-1,3

0

0,0

-30

-1,3

-30

-1,3

5-10

22,4

-168

-2,3

-23

-0,3

-192

-2,6

-192

-2,6

10-15

20,7

-250

-2,0

-54

-0,4

-305

-2,4

-305

-2,4

15-20

19,8

-237

-1,4

-38

-0,2

-276

-1,6

-276

-1,6

20-25

11,6

-165

-0,7

-278

-1,3

-444

-2,0

-444

-2,0

25-30

5,9

-68

-0,3

-589

-2,2

-657

-2,4

-732

-2,7

30-35

2,5

-56

-0,2

-495

-1,5

-551

-1,7

-1189

-3,7

35-40

1,8

-58

-0,2

-468

-1,3

-526

-1,4

-1933

-5,2

40-45

1,1

-42

-0,1

-468

-1,1

-510

-1,2

-2781

-6,5

45-50

0,9

-55

-0,1

-468

-1,0

-523

-1,1

-3583

-7,5

50-55

0,6

-94

-0,2

-468

-0,9

-562

-1,1

-4500

-8,5

55-60

1,2

-89

-0,2

-468

-0,8

-557

-1,0

-5153

-9,0

60-65

0,5

-77

-0,1

-468

-0,7

-545

-0,9

-6019

-9,6

65-70

0,4

-101

-0,1

-468

-0,7

-569

-0,8

-6787

-10,1

70-75

0,1

-147

-0,2

-672

-0,9

-819

-1,1

-8007

-10,9

75-80

0,2

-157

-0,2

-904

-1,2

-1061

-1,4

-8867

-11,5

80-85

0,1

-128

-0,2

-1221

-1,5

-1349

-1,6

-10000

-12,1

85-90

0,2

-166

-0,2

-1526

-1,7

-1691

-1,9

-11155

-12,7

90-95

0,1

-172

-0,2

-1812

-2,0

-1984

-2,1

-12212

-13,2

95-100

0,2

-177

-0,2

-2159

-2,2

-2336

-2,4

-13488

-13,7

>100

0,9

-193

-0,1

-6165

-3,7

-6357

-3,9

-21698

-13,2

media

100,0

-171

-0,9

-198

-1,1

-369

-2,0

-809

-4,5

Analisi per redditi familiari equivalenti

Nello studio degli effetti distributivi di una riforma, non si può prescindere da un’analisi che assuma come unità di riferimento le famiglie.
La figura illustra gli effetti della riforma con riferimento alle famiglie ordinate per decili di reddito imponibile complessivo. In questa più appropriata dimensione, appare evidente l’inversione di rotta tra la riforma proposta nella legge delega e quella prevista per il 2005, in particolare con riguardo agli effetti sulle famiglie del nono e soprattutto del decimo decile, il più ricco della popolazione.
Il grafico mette anche in rilievo il carattere compensativo del secondo modulo rispetto al primo. Il primo, a partire dal terzo decile, mostra sgravi in percentuale dell’imponibile decrescenti. Il secondo modulo mostra invece vantaggi percentualmente crescenti al crescere dell’imponibile familiare. Nel complesso per le famiglie dal terzo al decimo decile lo sgravio oscilla mediamente intorno al valore del 2 per cento. L’assenza di compensazione per le famiglie più povere (in cui come è noto si concentra il fenomeno dell’incapienza) comporta vantaggi pressoché nulli per il primo decile e molto bassi e comunque inferiori alla media per le famiglie comprese nel secondo decile. Un effetto più volte messo in luce in passato, che l’attuale riforma non sembra risolvere, quantomeno con lo strumento dell’imposta personale.

L’effetto complessivo della riforma può infine essere valutato con l’indice di Gini (pari a 0 nel caso di distribuzione egualitaria e pari a 100 nel caso di massima disuguaglianza). Mentre il primo modulo della riforma ha prodotto un effetto moderatamente migliorativo dell’uguaglianza delle distribuzione del reddito netto (l’indice di Gini infatti diminuisce di 0,23), la riforma nel suo complesso produce un lieve peggioramento, (+ 0,16 nell’indice di Gini). La riforma originaria prevista nella legge delega avrebbe comunque avuto un effetto assai più forte (1,65 nel valore dell’indice), dimezzando l’effetto redistributivo dell’Irpef. Conclusione provvisoria: è una riforma che aumenta le disuguaglianze e che assorbe 13 miliardi che altrimenti potrebbero essere utilizzati per riformare gli ammortizzatori sociali e introdurre un programma nazionale per la non autosufficienza. La pur modesta riforma degli ammortizzatori prevista dal Patto per l’Italia, giace ancora inattuata e l’assistenza sociale continua a essere affidata a comuni con tetti di spesa sempre più stringenti.

(1) La tabella 1 non tiene conto di altri importanti cambiamenti della normativa sull’Irpef, considerati invece conto nelle simulazioni, che riguardano in particolare la sostituzione delle detrazioni da lavoro e pensione con una deduzione dal reddito complessivo decrescente per mantenere comunque la presenza di una iniziale no tax area, che rispetto ai governi dell’Ulivo aumenta da circa 6500 a 7500 euro. Nella simulazione relativa al secondo modulo, si è ipotizzato che la no tax area abbia un livello iniziale di 7500 euro sia per i dipendenti che per i pensionati, e di 4500 euro per gli autonomi. Questa deduzione decresce linearmente fino ad azzerarsi a 33mila euro. Il primo modulo ha mantenuto la detrazione sui redditi da lavoro e pensione solo per una ristretta fascia di redditi medi; in mancanza di indicazioni precise, si è supposto che essa non subirà modificazioni. La simulazione inoltre non considera gli eventuali incrementi degli assegni familiari, su cui al momento non si dispone peraltro di nessuna informazione precisa. Non teniamo neppure in considerazione gli aumenti delle imposte locali, tra cui le addizionali regionali e comunali all’Irpef, che faranno molto probabilmente seguito alla riduzione dei trasferimenti statali, e che quindi ridurranno i benefici netti degli sgravi decisi a livello centrale.

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molte altre testate, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!