L’esperienza europea degli ultimi venti anni mostra che le grandi coalizioni fanno crescere il debito pubblico e non sono politicamente in grado di attuare riforme politicamente difficili. La Germania dovrebbe dunque puntare su un Governo tecnico, sull’esempio di quelli italiani degli anni Novanta. Garantirebbe l’ampia maggioranza parlamentare necessaria per avviare le riforme, risolvere il problema del federalismo fiscale e ridisegnare l’assegnazione delle competenze tra differenti livelli di governo. A patto però che i partiti forzino i loro leader a fare un passo indietro.

La Germania ha urgente necessità di riforme. La disoccupazione e la spesa pubblica hanno continuato a crescere, portando il disavanzo pubblico ben al di sopra del 3,5 per cento del prodotto interno lordo. Ciononostante, il Governo tedesco resta indietro rispetto agli altri paesi dell’Unione per quanto concerne le riforme del sistema di sicurezza sociale e le leggi sul lavoro. Un’eccessiva decentralizzazione della spesa pubblica agli enti regionali e locali ha inoltre ostacolato la capacità del governo di riprenderne il controllo. Sono debolezze strutturali del paese, che devono essere risolte.

Grandi coalizioni e governi tecnici

I risultati delle elezioni parlamentari del 18 settembre possono invece impedire alla Germania di realizzare le riforme, proprio quando sono più necessarie all’economia tedesca per far ripartire l’economica. C’è il forte rischio che una grande coalizione composta dai partiti maggiori possa precipitare la Germania in una confusa situazione di stallo. Per evitare di perdere il controllo della situazione, i partiti devono trasformare l’esito delle elezioni in un’opportunità per fare le riforme. È perciò necessario che Spd e Cdu/Csu trovino un accordo per coordinare le loro azioni e proseguire sulla strada delle riforme.
Il coordinamento è però impossibile in una grande coalizione nella quale i più importanti leader politici siano impegnati in primo luogo a tener d’occhio le proprie prospettive elettorali in vista delle elezioni successive. Se i partiti lasciano prevalere le preoccupazioni elettorali, il Governo non avrà particolari incentivi ad assumersi l’onere di riforme impopolari.
La Germania ha dunque bisogno di un Governo tecnico, simile a quelli sperimentati in Italia all’inizio degli anni Novanta: un governo guidato da un cancelliere che non ha interesse ad essere rieletto, mentre i partiti devono frenare le ambizioni dei loro leader. Questa conclusione deriva dall’esperienza europea degli ultimi venti anni: ci sono stati svariati esempi di “convivenza forzata”, e tutti mostrano che le grandi coalizioni fanno crescere il debito pubblico e non sono politicamente in grado di portare avanti le riforme difficili.
Ai contrario, i governi tecnici sono riusciti a realizzare riforme radicali in situazioni politiche eccezionali. La loro azione ha garantito una nuova libertà ai governi successivi, che in modo inaspettato hanno riacquistato la possibilità di attuare politiche economiche efficaci.
Il più recente esempio di grande coalizione si è avuto in Austria fra il 1988 e il 1904. Il debito pubblico austriaco è salito in quegli anni dal 3,2 al 4,9 per cento, proprio quando altri paesi che ora fanno parte della Unione economica e monetaria, si impegnavano nel risanamento delle finanze. La coalizione varò anche alcune, molto contraddittorie, riforme sociali: il governo introdusse tre riforme che riducevano la generosità del sistema di sicurezza sociale e altre tre che andavano nella direzione opposta. Si arrivò così a una situazione di stallo, mentre nello stesso periodo altri governi europei avviavano profonde riforme, due terzi delle quali destinate alla riduzione della spesa sociale.

Il caso dell’Italia

Governi di “solidarietà nazionale” o “tecnici” presentano caratteristiche opposte. L’Italia ne è un chiaro esempio. Ha dovuto affrontare la stessa impasse sotto il governo di coalizioni traballanti. Eppure, è riuscita a realizzare radicali riforme delle pensioni con i due governi “di solidarietà nazionale” presieduti da Giuliano Amato nel 1992 e da Lamberto Dini nel 1995. I partiti accettarono di parteciparvi perché riconobbero che al paese servivano “politiche eccezionali”. Grazie alla loro azione, il rapporto deficit – Pil scese dall’11,7 per cento del 1991 al 2,7 per cento del 1997.
La differenza cruciale tra grandi coalizioni e governi tecnici sta nel grado di coordinamento tra i partiti. In una grande coalizione, i partiti maggiori cercano di guadagnare voti invece che adoperarsi per le riforme. Nasce un problema di “cassa comune” (“common pool” ): se la coesione interna è scarsa, i membri del governo lottano per aumentare i finanziamenti alle loro specifiche aree di responsabilità, senza rispettare i vincoli generali di bilancio
Se la Germania vuole mettere fine allo stallo, ed evitare una situazione di confusione che non lascerebbe ai successivi governi alcuna possibilità di scelta, ha una sola alternativa: trasformare la grande coalizione in un governo “di solidarietà”. L’eventuale governo tecnico potrà contare su una ampia maggioranza in entrambe le camere per intraprendere le riforme, risolvere il problema del decentramento fiscale e ridisegnare l’assegnazione delle competenze tra differenti livelli di governo. Per permettere ciò, i leader di partito non possono essere coinvolti, altrimenti le preoccupazioni elettorali finirebbero per prevalere. Le condizioni economiche della Germania, insieme alla necessità di rispettare il Patto di stabilità europeo, sono motivazioni sufficientemente forti per politiche eccezionali. Il beneficio è che questo e i successivi governi saranno, “finalmente”, in una posizione tale da realizzare politiche economiche efficaci.

 

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