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  1. Ermanno Brocca Rispondi
    Il Professor Faini ci informa del fatto che, ovunque, la maggioranza delle imprese, anche con oltre 50 addetti, e' di proprieta' familiare; inoltre, la proprieta' risulterebbe vieppiu' concentrata al crescere dimensionale delle imprese. Che ne e', pero', della gestione, tra le imprese capaci di competere sul mercato internazionale, o su quello nazionale in presenza di concorrenti esteri? Non e' questa delegata a managers di professionalita' adeguata, invece che essere effettuata direttamente dai componenti del nucleo familiare detentore del capitale sociale? Insomma, non si verifica forse una separazione tra proprieta' e gestione della grande azienda moderna allo scopo di renderla competitiva rispetto alla concorrenza? Cio' ammesso, una tale azienda si puo' ancora considerare "familiare", a prescindere da chi ne sia il proprietario? Mi pare che permanga appieno, quindi, la considerazione che la gestione familiare delle imprese le rende inadeguate ad affrontare la sfida dell'economia moderna: solo un organigramma concepito con criterio manageriale le munisce dell'intelligenza per sopravvivere in un'economia sempre piu' globalizzata.
  2. roberto romano Rispondi
    La dimensione e la qualità della R&S non si misura solo in termini di percentuale sul Pil. E’ molto più rilevante la relazione tra la specializzazione del sistema produttivo e l’entità della spesa in ricerca e sviluppo. Perché il sistema manifatturiero italiano dovrebbe fare ricerca e sviluppo in misura superiore all’attuale? In realtà le imprese italiane spendono in ricerca e sviluppo nella stessa misura delle analoghe imprese europee. È difficile immaginare una impresa tessile, magari piccola, stanziare risorse finanziarie per generare innovazione. La conseguenza di questa nostra specializzazione produttiva a basso contenuto tecnologico sta in una crescita economica sistematicamente più bassa, mediamente inferiore di 0,5 punti percentuali all’anno di quella europea, con uno spread di crescita economica di almeno 5 punti di Pil dall’Europa negli ultimi dieci anni. La dinamica del commercio estero del Paese è lo specchio più fedele di questa crisi. Se la quota di export manifatturiero tra il 1990 e il 2003 è diminuito del 25%, dal 6,3% al 4,7%, quello del settore hi-tech, cioè farmaceutica, termomeccanica, chimica, materiali, automazione industriale, Tlc ed elettronica di consumo, strumentazione, componenti elettronici, areospazio, già più bassa di quella degli altri Paesi europei, è calata del 41%, dal 3,6% al 2,1%. Sostanzialmente il Paese ha un ritardo stimato in 30 anni rispetto ai paesi più avanzati. Se la situazione è quella sommariamente descritta, occorre capire da un lato che occorre un soggetto “politico” che deve determinare l’inversione di questa tendenza e, dall’altro, che questo soggetto deve mettere in campo strumenti particolarmente efficaci e tali da correggere in tempi non “storici” quei vincoli.
  3. Claudio Resentini Rispondi
    Nel commento precedente intendevo parlare ovviamente dello scandalo del lavoro "parasubordinato" e non "subordinato". Mi scuso dell'errore.
  4. Claudio Resentini Rispondi
    Dissento completamente sulla proposta del prof. Faini di incrementare ulteriormente la flessibilità in ingresso aumentando il periodo di prova per le imprese che crescono. Con le nuove norme del diritto del lavoro italiano che hanno esteso a dismisura la possibilità di ricorso al lavoro a tempo determinato nelle sue varie forme ed alla somministrazione di lavoro (ex interinale), senza contare lo scandalo del lavoro subordinato (come dimostrano i dati ISTAT, per lo più lavoro dipendente camuffato), il periodo di prova è stato di fatto già esteso potenzialmente all'infinito e ne sanno qualcosa tutti coloro, soprattutto giovani che sperimentano sulla propria pelle lo stillicidio di "periodi di prova" camuffati da contratti a termine, missioni, collaborazioni, ecc. Sono d'accordo sul fatto che si tratterebbe di una scelta coraggiosa, ma non nel senso inteso da Faini, bensì nel senso che ci vuole, come si suol dire, proprio un bel coraggio a proporla. Mi scusi professore, ma non facciamo ancora della flessibilità del lavoro un dogma o un feticcio da agitare ad ogni difficoltà del padronato. La scarsa efficacia di questa strategia è sotto gli occhi di tutti. E poi, non facciamo pagare sempre ai soliti le cosiddette scelte "coraggiose": è una questione di giustizia. Grazie per l'attenzione. Cordiali saluti.