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  1. Francesco Di Giano Rispondi
    L’interesse suscitato dal biodiesel è senz’altro encomiabile, sia perché si tratta di un combustibile da biomassa (quindi relativamente rinnovabile), sia perché consente un relativo “riciclo” della CO2. Ma il consumo di combustibili è oggigiorno talmente elevato che un breve calcolo dimostra la impossibilità di risolverne il problema con un uso statisticamente significativo del biodiesel. Un calcolo molto approssimato, ma sufficiente a chiarire gli ordini di grandezza in gioco, consente facilmente di verificare quanto sopra. Attualmente un ettaro di colza, girasole (o altri semi oleaginosi) produce circa 1000 litri di biodiesel, che sono in grado di far marciare un automezzo per circa 10.000 km. Se ipotizziamo che un auto consumi solo 10.000 km in un anno, possiamo dire che un’auto “consuma” l’equivalente di un ettaro coltivato a biomassa all’anno. Se pensiamo che il numero di auto in circolazione nel comune di Ravenna è sull’ordine delle 100 mila unità, ciò significa che “consumerebbero” 100.000 ettari: ma l’intero territorio comunale di Ravenna è di 65.400 ha, cioè anche destinando tutto il territorio comunale, ma proprio tutto (campi coltivati ed incolti, case strade fabbriche ospedali cimiteri valli e pinete!) ci mancherebbero ancora più di trentamila ettari. In teoria per far andare a biodiesel le sole auto dei ravennati si dovrebbe rinunciare a tutto il grano, alla carne alla frutta alla verdura, al vino, ecc. piantando colza o girasole anche nelle aiuole, sui tetti delle case e delle fabbriche fino alle pinete, alle valli e, per assurdo, in decine di migliaia di ettari di coltivazioni “marine”, visto che la terraferma non basterebbe. Con questi dati ho cercato di dimostrare che comunque non possiamo pensare di passare dalla benzina ai biocarburanti e abbiamo risolto il problema. bisogna investire soprattutto sull'educazione ambientale e poi adottare politiche di mobilità sostenibile (car-sharing e car-polling).
    • La redazione Rispondi
      Il commento del lettore aiuta a sviluppare un tema importante che per esigenze di spazio non abbiamo potuto trattare con completezza. Sebbene non siamo in grado di controllare l'esattezza dei suoi calcoli, il problema dell'effettiva capacità del sistema agricolo di sostenere una produzione di biocombustibili sufficiente a sostituire l'attuale consumo di combustibili fossili è reale e costituisce un freno a facili entusiasmi. Esiste la possibilità che l'ingegneria genetica riesca ad aumentare la produttività dei raccolti in maniera tale da contenere l'espansione delle coltivazioni, ma il problema rimane serio data la vastità delle terre comunque necessarie. Soprattutto, ci sembra importante valutare l'impatto negativo della sostituzione di foreste o altri habitat naturali con monoculture industriali, specialmente in paesi con ecosistemi fragili. Questo rischio è attualmente molto serio nel Pantanal, una vasta area paludosa del Brasile ricchissima in biodiversità (National Geographic, Agosto, 2005). Ci sembra però molto interessante la possibilità di diffusione dei biocombustibili mediante un più razionale uso delle terre destinate all'agricoltura in Italia e in Europa; la riallocazione delle sovvenzioni all'agricolutra contribuirebbe a ridurre il costo della promozione dei biocombustibili e si potrebbero fare dei modesti, ma importanti, passi avanti verso gli obiettivi del Protocollo di Kyoto. Crediamo che non esista una singola risposta o una soluzione magica al problema energetico/climatico e l'obiettivo dell'articolo era proprio smorzare il crescente entusiasmo suscitato dai biocombustibili. Non dobbiamo cercare un'unica soluzione bensì una risposta articolata, nella quale il risparmio energetico deve certamente avere un ruolo centrale. Grazie al lettore per il suo contributo. VB, EM
  2. Mirco Rossi Rispondi
    I lavori fatti da ricercatori della Cornell University e dell'Università della California di Berkeley, pubblicati sulla rivista "Natural Resources Research" - Vol. 14, No. 1, pp. 65-76 (vedi Le Scienze on line del 12.7.05) confermano che la trasformazione di piante (mais, soia, girasole) in carburante, richiede molta più energia di quella generata poi dall’etanolo o dal biodiesel: il 27% in più la soia, il 29% in più il mais e addirittura il 118% in più i girasoli. Per stimare l’energia necessaria i ricercatori hanno considerato anche l’energia usata per far crescere le piante (pesticidi e fertilizzanti, l’alimentazione delle macchine agricole e dei sistemi di irrigazione e il trasporto) e quella per fermentare e distillare l’etanolo. Se i dati sono reali (esistevano precedenti dati analoghi e anche gli autori scrivono che il ciclo energetico naturale ha bisogno di integrazioni) produrre etanolo o biodiesel non rappresenta una nuova fonte di energia in grado di sostituire i derivati del petrolio ma uno “spreco” di energia. Prima di analizzare vantaggi di altro tipo mi pare indispensabile dimostrare che c’è un vantaggio di ordine energetico e solo un’analisi rigorosa del ciclo di vita (LCA – Life Cycle Assessment) può ottenere questo scopo, arrivando contemporaneamente a valutare anche l’eventuale vantaggio ambientale. Il prezzo del biocombustibile fiscalmente definito inferiore a quello della benzina scarica costi sulla collettività riservando benefici ad una parte sola dei cittadini. L’uso di biocombustibili può avere una positiva valenza ambientale a livello locale (magari da verificare accuratamente!) ma occorre spiegare chiaramente come il beneficio che si arreca agli abitanti di una città (trasporti alimentati con biocombustibile) viene pagato dall’intero pianeta con un maggior consumo, in località altre e lontane, di combustibili fossili. La produzione di biocombustibili sembra aver poco a che fare, purtroppo, con una nuova fonte di energia pulita.