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Tre domande sul DPEF

L’analisi delle previsioni della spesa pubblica contenute nel DPEF fa sorgere una serie di interrogativi. Nel caso di interessi, investimenti e dipendenti pubblici alcune ipotesi discutibili hanno l’effetto di migliorare il saldo nel 2006, sul quale verremo giudicati in sede europea. Se le cifre si rivelassero ottimistiche il vero onere dell’aggiustamento si sposterebbe al 2007 e agli anni successivi. Un chiarimento è quindi essenziale.

Il DPEF, varato dal governo venerdì scorso, è stato finalmente reso pubblico nella sua versione definitiva sul sito di Palazzo Chigi. L’impostazione generale del documento è in larga misura condivisibile. I pilastri su cui si dovrebbe reggere la politica economica in quest’ultimo scorcio di legislatura – rigore di bilancio, rispetto degli impegni europei, lotta all’evasione fiscale, investimenti in infrastrutture materiali e immateriali, liberalizzazioni nei mercati dei beni e dei servizi – sono parte di una lista quasi canonica delle raccomandazioni formulate dagli economisti. A questa lista non fa riscontro una descrizione sufficientemente precisa della fase attuativa. Nulla di male: in fondo il DPEF è un documento di indirizzo. Tuttavia, troppo spesso nel passato anche più recente le indicazioni del DPEF non solo sono rimaste sulla carta ma sono state persino contraddette nell’azione successiva. Al di là della leggerezza del documento, vi sono poi questioni più sostanziali. Una lettura più attenta delle cifre del DPEF evidenzia una serie di interrogativi, a cui è auspicabile possa essere data pronta risposta.

La spesa per interessi. Tra il 2005 e il 2008, la spesa per interessi dovrebbe calare dal 4.9% al 4.6% del PIL. E’ una diminuzione di tutto rilievo che contribuisce non poco al risanamento dei conti pubblici. Sorgono però alcuni interrogativi sulla fondatezza di queste cifre. Solo pochi mesi fa, alla fine del 2004, nel Programma di stabilità, il ministero dell’Economia prevedeva un aumento della spesa per interessi dal 5.1% al 5.6% del PIL. Cosa è cambiato in così breve tempo per spiegare una differenza tanto abissale nelle proiezioni (1% di PIL, cioè 15.4 miliardi nel 2008)? Non certo l’andamento del debito che anzi registra una dinamica più sostenuta nel DPEF rispetto al Programma di stabilità. Neppure l’evoluzione del PIL, relativamente più contenuta nel DPEF. Un qualche aiuto può venire dall’analisi dei tassi forward. Tra la fine dicembre e oggi i tassi a termine sono scesi in maniera non uniforme lungo la curva di rendimenti, ma in media per non più di 30 punti base, del tutto insufficiente per spiegare il calo della spesa. Perciò è difficile capire tanto ottimismo. Certo, viene da rimpiangere i tempi in cui al tesoro si tendeva a sovrastimare l’onere degli interessi al fine di creare un margine di sicurezza per i saldi di bilancio.

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Investimenti e una tantum. Più volte è stato ripetuto che l’esecutivo non avrebbe fatto ulteriore ricorso a misure di natura temporanea. In questo senso vanno anche i nostri impegni con la Commissione europea. Per il 2005, oltre alla seconda rata del condono edilizio, la principale una tantum è il Fondo immobili pubblici (FIP) che prevede prima la vendita e successivamente il riaffitto da parte dello Stato venditore di proprietà pubbliche. E’ una tantum in quanto a un sollievo di breve per il bilancio fa riscontro un aumento – sembra assai marcato – dei costi legati al riaffitto. Nell’immediato però la vendita di immobili viene conteggiata come un investimento negativo e va a riduzione quindi delle spese in conto capitale. Ci si aspetterebbe quindi che a partire dal 2006, terminate le vendite di immobili, la spesa in conto capitale registri una forte impennata. Ma così non è. Nel 2006 la sua dinamica è in linea con quella passata. Sorge quindi il sospetto che anche per il 2006 il ministro dell’economia abbia in cantiere operazioni di questo tipo.

Contratti pubblici. Il protocollo di maggio fra Governo e sindacati della funzione pubblica non è stato interpretato come segnale di assoluto rigore nella gestione dei conti pubblici. Il suo impatto sul bilancio è però ancora imprecisato e affidato alla trattativa fra le parti, anche per quello che riguarda la tempistica del pagamento degli arretrati. Il quadro tendenziale del DPEF fornisce inopinatamente qualche informazione al riguardo, nella misura in cui prevede un aumento molto sostenuto della spesa per i dipendenti pubblici nel 2005 e un calo pronunciato (quasi 3,5 miliardi) nell’anno successivo. Sembrerebbe quindi che il DPEF prefiguri che la corresponsione degli arretrati avvenga tutta o principalmente nel 2005, migliorando ma solo sulla carta i conti del 2006 sulla cui base verremo giudicati in sede europea.

Il DPEF propone un rientro del disavanzo graduale per ridurlo sotto il 3% nei prossimi due anni. I tre temi trattati in queste righe hanno un tratto comune, quello di migliorare il saldo dei conti pubblici nel 2006. Se invece queste cifre si rivelassero ottimistiche il vero onere dell’aggiustamento verrebbe spostato nell’esercizio successivo, con una distribuzione nel tempo del peso dell’aggiustamento molto diversa da quella descritta dal DPEF. Un chiarimento è quindi essenziale.

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S’ha da fare questo tunnel?

  1. oliviero montanaro

    Resto sempre sorpreso (anche se non dovrei) del “rigorismo” che accompagna sempre la discussione sul rinnovo dei contratti dei pubblici dipendenti. Vorrei ricordare alcuni fatti:
    1 il rinnovo è sempre tardivo e il recupero degli arretrati parziale. Ciò significa che, sistematicamente, la PA specula su questi minori costi a carico dei pubblici dipendenti. Ovviamente, quanto più è lungo il ritardo, tanto più gli emolumenti corrisposti tutti insieme “appaiono”, elevati e strumentalmente “insostenibili” per il pubblico erario. Queste “obiettive” considerazioni, in quanto fatti riscontrabili, non sono mai tenuti in conto nè dal Governo, nè dalla critica Confindustria, nè dalla maggior parte della stampa.
    Ultima nota, il mio stipendio è fermo, al centesimo di euro, fin da metà 2001……

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