Il modello previdenziale a capitalizzazione virtuale è uno strumento per evitare ritardi e squilibri nell’innalzamento dell’età lavorativa, conseguenza della crescente longevità. Ma l’efficacia del meccanismo è subordinata a un aggiornamento annuale dei coefficienti di trasformazione che deve riguardare solo le coorti di età pensionabile. In Italia la revisione è decennale, vale per tutti ed è in parte negoziale. Invece di risolvere queste difficoltà si preferisce rinunciare alla prima correzione, prevista per il 2006. Snaturando così la riforma del 1995.

Per garantire l’equilibrio di un sistema previdenziale a ripartizione, occorre esigere un’aliquota contributiva uguale al prodotto di due fattori: da un lato, il “costo di rimpiazzo” (replacement cost) definito come il rapporto fra la pensione e il salario medi; dall’altro, il “quoziente di dipendenza” (dependancy ratio) definito come il rapporto fra i pensionati e i lavoratori. Poiché l’invecchiamento demografico aumenta il quoziente di dipendenza, aumenta anche l’aliquota contributiva compromettendo la competitivà internazionale dei paesi che ne sono affetti.

I problemi dell’invecchiamento

In questa fase storica, l’invecchiamento colpisce soprattutto l’Europa. Il grafico mostra che la patologia è soltanto agli inizi: nella prima metà del XXI secolo i paesi europei invecchieranno molto di più che nella seconda metà del XX e l’Italia invecchierà più degli altri, battuta dalla Spagna soltanto al photofinish. In varia misura, saranno aggrediti anche i paesi non europei a economia avanzata ed emergenti. Il Giappone avrà il record mondiale, la Cina e l’India si attesteranno, rispettivamente, al di sopra e al di sotto degli Stati Uniti, che comunque invecchieranno meno dell’Europa.
Le cause sono due: la crescente longevità e la decrescente natalità. La seconda può essere combattuta con adeguate politiche di incentivazione familiare: i paesi che le hanno adottate si sono garantiti un invecchiamento più lento. La longevità non è invece contrastabile e i progressi scientifici in atto ne lasciano perfino intravedere un’accelerazione. L’invecchiamento demografico si annuncia perciò come un fenomeno permanente col quale i sistemi pensionistici di tutto il mondo dovranno imparare a fare i conti.
L’aumento del quoziente di dipendenza non può essere compensato con la riduzione del costo di rimpiazzo. Le politiche di impoverimento relativo dei pensionati (formule di calcolo e meccanismi di indicizzazione sempre più avari) trovano un limite nel disagio sociale che generano. Non resta, allora, che combattere l’invecchiamento ridefinendo la vecchiaia e cioè elevando l’età di pensione. Del resto, in un mondo che consente di vivere più a lungo in buona salute e richiede prestazioni lavorative sempre meno logoranti, è ragionevole che il prolungamento della vita sia ripartito fra lavoro e pensione. Ma la storia non conosce processi razionali o dirigismi tecnocratici. Perciò l’età di pensione non potrà crescere, in Europa e altrove, senza tensioni sociali su cui si innesteranno giochi di potere e campagne elettorali. È quindi facile prevedere che l’innalzamento sarà più lento del necessario. In Italia non sembra essersi compreso che il modello a capitalizzazione virtuale, introdotto nel 1995, ambiva anche a essere uno strumento per evitare ritardi e squilibri. abbandona infatti l’impostazione tradizionale, secondo cui la pensione deve “assomigliare” al salario, introducendo un principio di corrispettività in base al quale ogni euro di pensione dev’essere generato da un euro di contribuzione. Il “montante contributivo” (il capitale virtuale che, al pensionamento, risulta dall’accumulo dei contributi versati) è perciò spalmato sulla durata attesa della rendita: la vita residua del pensionato e del suo superstite. Al risultato si perviene mediante il “coefficiente di trasformazione”, crescente con l’età, la cui moltiplicazione per il montante genera la prima annualità di pensione.

Molti vantaggi e una difficoltà

In presenza di longevità crescente, la periodica verifica dei coefficienti è destinata a dare esiti via via inferiori per la ragione che i montanti contributivi devono essere spalmati su vite residue sempre più lunghe. Ma i lavoratori possono evitare l’abbattimento della pensione posponendo il pensionamento: ciò dà diritto a un coefficiente più alto e consente di accrescere il montante contributivo (per effetto delle ulteriori contribuzioni e degli ulteriori interessi). Pur garantendo la libertà di scelta, la capitalizzazione virtuale punta, quindi, a preservare l’equilibrio della ripartizione nell’unico modo possibile: non impoverendo i pensionati, ma persuadendo i lavoratori a lavorare più a lungo.
L’efficacia del meccanismo è subordinata a due condizioni: i coefficienti di trasformazione devono essere aggiornati annualmente e l’aggiornamento deve riguardare solo le nuove coorti che si affacciano all’età pensionabile (attualmente, che compiono 57 anni). La prima condizione è necessaria per evitare discontinuità socialmente inaccettabili. La seconda serve a scongiurare che la revisione dei coefficienti possa vanificare l’accumulo di montanti più elevati. In paesi che hanno con convinzione adottato la capitalizzazione virtuale, l’aggiornamento segue esattamente questo protocollo, oltre a essere demandato a una sede rigorosamente tecnica: una commissione di esperti supportata dal servizio statistico nazionale.
In Italia l’aggiornamento è invece decennale, vale erga omnes, e ha carattere in parte negoziale essendo decretato dai ministri dell’Economia e del Lavoro, sentiti il Parlamento e le organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro.
Il Governo non sembra interessato a rimuovere queste difficoltà. Al contrario, l’ormai certa rinuncia alla prima revisione decennale, che dal 2006 dovrebbe abbattere i coefficienti del 6-7 per cento, si configura come un formidabile attacco al cuore della riforma contributiva. Per recuperare la revisione oggi omessa, quella successiva dovrebbe realizzare un abbattimento stimabile nella misura minima del 10-11 per cento. Per di più, un intervento così massiccio non resterebbe sulla carta, come quello odierno, ma toccherebbe interessi forti, in quanto all’epoca la formula contributiva sarà usata per calcolare la quasi totalità delle pensioni. Insomma, è assai probabile che l’omissione del primo aggiornamento decennale trascini quella del secondo e perciò, a cascata, di tutti i successivi.
La perpetuazione dei coefficienti originari snaturerà la capitalizzazione virtuale impedendone gli obiettivi strategici: la corrispettività e l’equilibrio finanziario. Quale altra ragione potrebbe mai giustificarne la sopravvivenza?

 

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