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  1. madmax Rispondi
    Premesso che ritengo utile parametrare le retribuzioni alla produttività (e in questa includerei anche quella didattica e l'impegno prestato in attività istituzionali) siamo sicuri che questo meccanismo così come è applicato nelle università americane non sia foriero di enormi distorsioni nella produzione, distribuzione e fruibilità della conoscenza? Negli ultimi anni su moltissime tematiche vi è stata una esplosione di pubblicazioni il cui livello non è sempre eccelso. Noto che molti colleghi d'oltre atlantico assillati dal publish or perish ricliclano sotto varie forme e su diverse riviste sempre lo stesso articolo. Ciò certamente incrementa la loro produzione scientifica (produzione di carta a mezzo carta potrebbe dire qualcuno) ma crea una ridondanza informativa nella quale è ormai quasi impossibile districarsi e discernere l'ottimo dal discreto o dal già letto...
  2. Francesco Garofalo Rispondi
    Una premessa generale è che apprezzo l’attenzione del sito per l’università, e in generale lo segnerei dal lato dei buoni sulla lavagna. Tuttavia lavoce.info riflette il punto di vista di una categoria di professori, quelli di economia, che hanno una tendenza alla semplificazione dei problemi, e ad assumere il modello americano come riferimento privilegiato (e su questo potremmo anche essere d’accordo – ne parlerò dopo). Ma credo di avere individuato un altro problema: l’interesse è soprattutto per la ricerca, e non per la didattica, la condizione generale degli studenti, e per la dimensione sociale del disastro dell’università italiana. E infatti noto che nel sito sono praticamente assenti gli articoli sulla questione della riforma, del 3+2, che agita in modo differenziato i vari gruppi di facoltà (una guerra nel settore di ingegneria e architettura; un lamento regressivo nel settore umanistico, ma forse poco sentita nelle facoltà di economia e statistica). Il vostro articolo contiene dati utili utili e interessanti. Consentitemi ancora di notare però che nel decalogo è riflesso il problema di cui sopra. Al punto 8 si propone di allocare tutti (tutti!) i finanziamenti statali sulla base degli indicatori di produttività scientifica. E gli indicatori della produttività didattica? E quelli dei servizi? E quelli degli spazi? Una frase che avete scritto mi pare comunque la sintesi giusta: “la causa principale dei problemi dell’università italiana non è dunque la mancanza di fondi, bensì l’esistenza di meccanismi sbagliati di distribuzione delle risorse”. Dopo aver letto il saggio comparativo Europa-USA di Pietro Reichlin su “Italiani Europei”, sono giunto alla conclusione che, nel sistema italiano, la ricerca è certamente sottofinanziata, ma il funzionamento dell’università non lo è, tranne che per l’edilizia, su cui varrebbe la pena di riflettere di più. Vorrei dimostrarlo con questo aneddoto. La scorsa estate sono andato a pranzo con il Dean della Facoltà di architettura dell’Università di Toronto. Parlando di programmi mi ha detto di voler organizzare un convegno per quest’anno, ma che aveva difficoltà a trovare 5-7000 dollari (canadesi, badate bene) di sponsorizzazioni “to match” i fondi di cui disponeva. Facciamo il confronto con la mia facoltà. I quattro dipartimenti di Pescara dispongono nei loro bilanci per attività di quel tipo (tra fondi di funzionamento e di ricerca) di almeno 40.000 Euro ciascuno. E’ vero che la facoltà di Pescara conta 5 volte il numero degli studenti e 8 volte il numero di professori di ruolo rispetto a Toronto, ma la sproporzione rimane enorme. Il sistema canadese è particolarmente interessante in riferimento al dibattito italiano, e al vecchio luogo comune di sinistra che è inutile guardare all’università americana perché è privata. Le dieci facoltà di architettura del Canada sono tutte pubbliche, e sono finanziate nello stesso modo di quelle italiane: tasse degli studenti (più alte delle nostre, ma molto, molto più basse di quelle americane), trasferimenti del governo federale e degli enti locali in base al numero degli studenti e a progetti specifici. Ciò non impedisce un regime di autonomia e una forma organizzativa del tutto comparabile a quella statunitense, nei suoi aspetti positivi, inclusa la contrattualizzazione di tutto personale a livello di facoltà. Con riferimento anche all’articolo di Gallotti, ancora una parola sull’edilizia universitaria che è in tutti i paesi il fiore all’occhiello della committenza: una ricerca spasmodica di qualità e di innovazione, che sia essa in mano alle stesse università o al mecenatismo. Dappertutto tranne che in Italia. Le università non hanno piani, contrattano al ribasso con i poteri pubblici e i privati, aree ed edifici dentro e fuori il mercato. Gli uffici tecnici sono covi di corruzione, e non sanno nemmeno fare la manutenzione ordinaria. Almeno un settore del tutto negletto si potrebbe affidare a programmi privati incentivati: quello degli alloggi per studenti. Invece di costruire case dello studente, che peraltro non si costruiscono, meglio sarebbe fare dei bandi per costruttori assoggettandoli a procedure di qualità per la scelta degli architetti e gli standard dei progetti, e a canoni predefiniti per l’affitto e la fornitura dei servizi. Il numero dei posti letto sarebbe molto maggiore, e potrebbe calmierare i prezzi degli slumlord che prosperano in ogni città sede di ateneo.
  3. federico Rispondi
    Volevo chiedervi alcuni chiarimenti e porvi alcuni quesiti sui dati. (1) So già che avete fatto qualche correzione anche alla luce del dibattito che è scaturito dalla presentazione del vostro lavoro alla giornata in memoria di Innocenzo Gasparini (in particolare sui costi della ricerca e sul rapporto tra fondi per la ricerca e docenti). Di questo non parlo dunque. (2) prima domanda: quando confrontate le pubblicazioni, confrontate quelle in inglese o quelle effettuate in qualsiasi lingua ? A me sembra infatti che un dato (allarmante, per certi versi) che potrebbe spiegare le diverse performance in termini di pubblicazioni (e loro qualità), quantomeno in alcune aree disciplinari, è una scarsa conoscenza dell'inglese scritto, e/o la scarsa utilità di scrivere in inglese di certi argomenti (questo è il caso del diritto, ma non solo). (3) Salari: voi parlate di un ordinario con 35 anni di anzianità. Ma l'anzianità, rispetto a quegli stipendi, si acquisisce a partire dal momento in cui si consegue l'idoneità e si è effettivamente chiamati da una università. Di fatto, in media non esistono ordinari con 35 anni di anzianità perché in Italia ordinari lo si diventa tra i 40 e i 50 anni e si va in pensione massimo a 70. Di conseguenza, lo stipendio sale almeno in media meno o molto meno di quanto le tabelle ci direbbero. O ho capito male qualcosa ? Se è vero, rimane certamente intoccato il dato di fondo per il quale la crescita del nostro salario è indipendente dalla produttività (anche se dovrebbero essere i concorsi ad attestare che abbiamo prodotto e siamo capaci di farlo; ed in taluni casi lo fanno) ma non è più tanto evidente il fatto che i nostri ordinari abbiano salari simili a quelli dei loro colleghi americani. In altri termini - scusate l'esempio giuridico - è vero che (limitatamente all'attività universitaria) Guido Rossi guadagnava lo stesso stipendio di un anonimo e svogliato professore ordinario di diritto commerciale, e questo è certamente un male; ma vi assicuro che non è affatto vero che Guido Rossi guadagni (guadagnasse, ora è in pensione) come Gilson, Macey, Roe, Eisenberg o Calabresi, che dal punto di vista scientifico e didattico non gli sono certo superiori. (4) Sempre su questo fronte. Un'altra domanda. Il confronto con la media di 1770 campus americani non è un po' fuorviante ? Il dato infatti tende a comprimere la media dei salari, perché prevede che siano considerate anche molti college di serie "f", nei quali i salari vanno di pari passo Da questo punto di vista, penso andrebbe introdotta una sorta di variabile di aggiustamento che tenga conto al rapporto tra numero di università e popolazione. L'esperienza salariale dei miei amici storici che pur lavorano (poco) in università non di eccellenza - per non far nomi, ad esempio texas tech, Lubbock - e sono assistant professor, dice che loro a circa 28 anni hanno un salario di 70-80 mila dollari. Uno storico con dottorato in Italia a 28 anni (sempre che riesca ad ottenere un posto di dottorato), se va tutto benissimo (e non è mai così), riesca a conseguire un assegno di ricerca. Ossia 15 mila euro, o qualcosa del genere. Questa è almeno l'esperienza vissuta dalla grande massa delle persone che vivono nell'università italiana, che forse si coglie anche dal (relativamente) basso numero di docenti di ruolo rispetto ad altre realtà. Capisco che a dei dati certi oppongo sensazioni e osservazioni soggettive. Sarò forse in torto, ma forse su quei dati si potrebbe ragionare ancora un po', perché talvolta inducono a qualche perplessità. Scusate l'intrusione. Ciao federco
    • La redazione Rispondi
      Caro Federico, grazie per l'attenzione: speriamo che le risposte sintetiche qui sotto siano esaurienti. Altrimenti contattaci pure direttamente per ulteriori chiarimenti. 1) Quando analizziamo i dati sui dipartimenti di economia analizziamo le pubblicazioni sulle migliori riviste al mondo, che sono per la quasi totalita' in lingua inglese (ma non necessariamente americane o inglesi). La comparazione per una disciplina come il diritto, pone effettivamente maggiori problemi, perche' la letteratura e' molto "country-specific". 2)Gli anni di anzianita' come ricercatore e associato non si azzerano quanto si diventa ordinari. Per quanto a nostra conoscenza continuano a valere per tre quarti: ossia 8 anni come ricercatore contano 6 anni di anzianita' come ordinario. Quindi 35 anni e' una posizione di fine carriera raggiungibile. 3)Questo e' perfettamente compatibile con quello che diciamo. E' perfettamente possibile che le superstar americane guadagnino molto di piu' che gli ordinari piu' anziani Italiani. Il problema e' che gli ordinari anziani italiani guadagano di piu' della maggior parte degli ordinari (non superstar) americani. E se Guido Rossi andasse in america guadagenrebbe come una superstar americana (stando a quanto tu mi dici) mentre in Italia questo non puo' succedere perche' la produttivita' non conta (sempre limitatamente alla attivita' universitaria ...). 4) La ricerca americana che utilizziamo come fonte (http://www.aaup.org/surveys/04z/04z.pdf ) e' attenta a distinguire tra universita' con dottorato, solo con master, solo college. E noi ne teniamo conto nel riportare i nostri paragoni (vedi il nostro il paper (http://www.frdb.org/images/customer/gipp_declino_18.pdf ) Anche questo e' perfettamente in linea con quanto diciamo nel nostro paper: i giovani sono pagati troppo poco in italia a vantaggio degli anziani meno produttivi. In america accade il contrario: La differenza tra stipendi degli ordinari e degli assistenti e' molto bassa in america, molto alta in italia. Speriamo di aver chiarito le perplessita'
  4. Lorenzo Marrucci Rispondi
    Condivido gran parte dei contenuti di questo articolo, ma tra le 10 proposte avanzate per riformare l'università italiana ne manca a mio parere una fondamentale, la più importante di tutte: la riforma della governance di ateneo. Con un’analogia solo apparentemente paradossale, un ateneo italiano è strutturato oggi come un ministero in cui il ministro (il rettore) è eletto dagli impiegati del ministero (i docenti) e solo a loro rende conto, anziché ai cittadini tramite il parlamento. E le divisioni interne del ministero (le facoltà o i dipartimenti) sono a loro volta governate da dirigenti (presidi o direttori) eletti dai dipendenti di quella divisione (i docenti). Assurdo, no? E invece è considerato dai più come un assetto normale e “democratico”! Se ora in tale sistema si introducessero le misure di liberalizzazione proposte dagli autori di questo articolo senza riformare la governance, le università pubbliche italiane si trasformerebbero in una sorta di cooperative private, cioè sempre sotto il controllo dei loro dipendenti (i docenti), ma che dovrebbero sopravvivere in un regime di (più o meno) libero mercato dell'istruzione superiore. Sarebbe sufficiente questo a farle funzionare? Ho molti dubbi. Infatti, per arrivare ad una situazione veramente analoga a quella delle cooperative, gli incentivi-disincentivi da applicare dovrebbero assumere una forza equivalente a quella di un vero libero mercato (incentivi meno forti non basterebbero infatti a prevalere sugli interessi personali o corporativi dei docenti), inclusa la possibilità di giungere al fallimento di un ateneo. Anzi, uno dei principali meccanismi con cui un libero mercato ottimizza il proprio funzionamento è proprio il costante ricambio dei soggetti che vi operano. Ma si crede davvero possibile che in Italia si lascino fallire atenei come Roma "La Sapienza", o Napoli "Federico II", ma anche uno qualsiasi dei tanti atenei di provincia? E anche se questa eventualità fosse davvero accettata, quanto tempo ci vorrebbe per "ottimizzare l’intero sistema universitario" con una successione di fallimenti e istituzioni di nuove università? E quanto costerebbe questa transizione? Come ho già scritto su Lavoce.info un anno e mezzo fa (in "lezioni dall'estero"), impariamo da quanto già avviene all'estero: in tutti i sistemi universitari del mondo in cui gli atenei sono dotati di grande autonomia decisionale (che sono peraltro anche tutti quelli che funzionano meglio: USA, UK, Svezia, Olanda, Australia), la governance di ateneo NON è affidata in modo dominante ai docenti (forse l'unica eccezione degna di nota è data da Oxford e Cambridge, che certo non sono università normali, e su cui peraltro c'è attualmente una certa pressione a cambiare perché evidentemente il loro modello non soddisfa più così tanto). Perché noi italiani dovremmo essere speciali?
  5. Federico Mucciarelli Rispondi
    Sono un ricercatore dell'Università di Bologna e mi sento di condividere quasi interamente quanto scritto. Non sono del tutto daccordo, però, che la questione stia esclusivamente nel modo dispendere i soldi e non anche nella loro quantità. Premesso che è indubbiamente vero che il meccanismo italiano non premia i migliori e non penalizza chi non pubblica, resta un problema di risorse, non solo dell'Università ma dell'intero mercato. Si propone, infatti, di liberalizzare gli stipendi e, quindi, di legarli al merito e, implicitaente, alla negoziazione tra il docente e l'università. Di conseguenza, come l'articolo chiarisce, l'"outcome" della negoziazione dipenderà dal costo opportunità sul mercato del docente: se vale molto, allora potrà guadagnare molto fuori dall'università e quest'ultima per averlo dovrà pagare di più. Ebbene, questa riflessione è astrattamente efficiente, ma credo che in Italia non funzionerebbe per due ordini di ragioni. La prima riguarda il potenziale docente ed il suo mercato: questo il più delle volte semplicemente non esiste, nel senso che per molte materie (penso a quelle letterarie) spesso non esiste un mercato alternativo alla ricerca o all'insegnamento. L'assenza di sviluppo e di ricchezza fuori dall'università rischia di fare fallire questo meccanismo e di creare di nuovo un sistema che tende al ribasso. La seconda questione riguarda l'Università: che incentivo ha essa ad assumere il professore che "fuori" ha un mercato e pagarlo in maniera competitiva? Questa è la vera domanda e può essere risolta non solo, ma anche aumentando le risorse (spendendo di più e, direi, molto di più). Si pensi a mestieri che hanno un mercato fuori dall'università: avvocato, ingegnere o architetto: alcuni avvocati potrebbero guadagnare, se collocati negli studi giusti e con un certo grado di formazione teorica, anche cifre considerevoli sin da giovani. Può l'Università competere? E se anche avesse risorse, perchè dovrebbe farlo? Perchè assumere quello bravo e costoso (sul mercato esterno) e non uno che si accontenta di meno? Ovvio che dovranno intervenire vincoli legali che inducano forme di competitività per incentivi economici dell'ateneo o del dipartimento, ma resta il fatto che se l'Italia non aumenta le risorse dedicate alla ricerca da questo circolo vizioso non si esce.