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  1. giovanni Rispondi
    Il turismo è indubbiamente una risorsa, ma un paese che perde la sua indusatria manifatturiera dipende dall'estero per le importazioni di prodotti finiti e beni di consumo. Dobbiamo già ricordare che l'Italia dipende dall'estero anche per le importazioni di materie prime e di energia che non produce a sufficienza. Non essere autosufficienti in niente non è positivo per la sovranità di uno stato, che è ricattabile in politica estera con la minaccia di tagliare il gas (vedi russia), l'energia o le esportazioni di manfatti se non fa una politica accomodante verso i suoi "fornitori". Non ritengo che la competizione sul costo del lavoro sia persa. La Cina prima o poi dovrà fare delle aperture democratiche e delle concessioni ai diritti dei lavoratori. Finchè l'80%della forza lavoro resta in agricoltura e una minoranza nelle industrie il problema non si pone. Ma con una trasformazione simile a quella dell'Italia nel dopoguerra che ribalta queste percentuali a favore dell'industria, c'è da aspettarsi un movimento che chiede diritti e salari equi. Questo è indispensabile a creare un mercato interno cinese dove i cinesei hanno reddito per comprare ciò che producono. Perchè l'economia non potrà reggersi in eterno sulle esportazioni e sul consumismo degli Usa. Una rivalutazione dello yuan è auspicata da più parti e non renderebbe così conveniente l'assunzione di manodopera cinese. Il lavoro cinese costa poco finchè l'euro continua ad avere un cambio privilegiato con lo yuan e finchè la forza lavoro cinese non pretende diritti e tutele degli occidentali.
  2. Marco Wong Rispondi
    Alcune considerazioni dalla mia esperienza personale, ho rappresentato alcune aziende italiane in Cina in settori high tech, ed adesso rappresento un'azienda high tech cinese in Italia, e quindi credo di essere un segno dei tempi. Se è vero che l'industria cinese spesso si basa sul differenziale del costo del lavoro, è anche vero che nelle aziende cinesi c'è una maggior propensione al rischio ed all'investimento nell'ammodernamento delle proprie infrastrutture interne, macchinari e tecnologia. Non è un caso che uno dei settori nei quali il Made in Italy si difende ancora bene in Cina è la meccanica per linee ed impianti produttivi. Il posizionamento dell'industria italiana deve essere su un piano diverso nella catena del valore aggiunto nel quale sia più cliente che concorrente dell'industria cinese.
  3. Massimo Portolani Rispondi
    Egregi Professori, Per l'esperienza diretta che ho della Cina concordo con voi sul fatto che la sfida sul costo del lavoro sia ovviamente improponibile però ho seri dubbi sul fatto che esportare tecnologia sarà un beneficio per l'Italia. In ogni caso questo si sta già facendo e il governo cinese é abile nell'attrarre investimenti di questo tipo però pone vincoli alla vendita sul mercato interno e gran parte dei prodotti devono essere riesportati. Questi prodotti verranno (e vengono) riesportati in Italia, ove il consumatore beneficerà, si spera, di una riduzione dei prezzi. Salvo che gran parte della riduzione non se ne vada in rendite di posizione di chi, magari proprio grazie allo sfruttamento dei propri marchi, impedisce un calo effettivo dei prezzi e si intasca la differenza. In ogni caso occorre ricordare che il consumatore é lo stesso operaio che di giorno fa il produttore per 8 ore e poi si trasforma in consumatore. Se perde il lavoro in seguito alla delocalizzazione (perché il trasferimento di tecnologia non fa altro che aumentarla) difficilmente avrà il denaro necessario per acquistare i beni che non contribuisce più a produrre. E' evidente che non si può fermare il mondo e se si mettono in comunicazione due recipienti a diverso livello, la tendenza é al livello intermedio, con una crescita per il paese più povero e una perdita per il paese più ricco. Poi, forse, l'aumentata efficienza potrà portare un miglioramento per tutti. Quello che si dovrebbe fare é rallentare il cambiamento, per dare il tempo alle persone di adattarsi alla nuova realtà, anche perché la crescita cinese non sia eccessivamente veloce, con ovvi problemi anche per loro. Per quanto mi riguarda la Cina potrebbe essere vicina in quanto turisti per noi. Le ricchezze culturali e la bellezza del nostro paese non ce le possono copiare e saranno ben lieti di venire a spendere i loro soldi per visitare Venezia o Firenze. Se io dovessi amministrare questo paese, penserei alle infrastrutture per il turismo, a cominciare dalla compagnia aerea di bandiera, che é ridotta ad un livello ridicolo. I miei amici di Hong Kong mi dicono: ma perché l'Alitalia non viene più qui? Mi risulta che l'Alitalia in questo momento voli solo su Shangai. Ho letto recentemente un articolo secondo il quale i Cinesi vengono si in Italia, ma passano per Francoforte. I tedeschi organizzano tutto e poi li portano a Venezia con i pullman e a noi lasciano gli spiccioli del panino o del souvenir. E cosa dire della Salerno-Reggio Calabria e di tante altre problematiche che dovrebbero essere aggiustate per diventare un paese in grado di beneficiare della sua unicità come dovrebbe. Secondo me é a questo che occorre guardare, non a fantomatiche grandi aziende che dovrebbero essere in grado di competere, o a rendite da proprietà intellettuale. La realtà italiana ce l'abbiamo davanti agli occhi: potenza politica o militare quasi nulla, possibilità di competere sul costo del lavoro nulla, molte piccole aziende che stanno per essere sacrificate, con l'aiuto di irap e normative varie (Balisea 2, Rohs/weee etc.) e che peraltro sono disprezzate, perché si ritiene siano incapaci di competere. L'unica cosa che abbiamo che nessuno ci può togliere, se non ci invadono o non ce la vendiamo, é la ricchezza culturale, paesaggistica e folcloristica del nostro paese. I cinesi saranno ben lieti si pagarci per venire a vederla. L'importante é essere pronti a riceverli e a far si che i soldi restino da noi e vengano ben redistribuiti. Cordiali saluti Massimo Portolani