logo


  1. alias Rispondi
    Un anno fa acquistai un pc portatile, presso un punto vendita PC City. Stavo per cambiare lavoro, trasferirmi in un’altra città. Ne approfittai per acquistare, senza anticipo, un portatile da 1000 Euro, usufruendo di un finanziamento di 24 rate x 50 euro l’una; primo pagamento, a gennaio 2006. Quindi, un anno e un mese di grazia. L’interesse è cospicuo, ma io ho rinviato per un anno la spesa; nel frattempo ho messo da parte i soldi. In teoria, posso scegliere il rimborso anticipato in unica soluzione, prima della scadenza della prima rata. Invece, la finanziaria con cui ho stipulato il contratto, e alla quale voglio saldare il debito, non si fa trovare. Telefono da settimane; niente da fare. Scrivo e-mail, senza risposta. Sono tornato dal rivenditore il quale, gentilmente, mi fa presente che non sarebbe nemmeno tenuto ad occuparsi di me, dal momento il mio rapporto contrattuale con lui è esaurito … Sento, da colleghi informati, che la banca che mi ha finanziato (a un taeg del 20 per cento) è la stessa che paga tassi attivi, a correntisti on line, del 6 per cento. Sospetto che la banca mi faccia ostruzione, perché così può continuare a fare marketing aggressivo coi depositanti. Prima considerazione: sapevo, dai tempi di scuola, che se uno preferisce tenere soldi liquidi, anziché titoli che fruttano interesse, è perché si aspetta un livello di tassi di interesse superiore; acquisterà, domani, titoli di credito a prezzi scontati rispetto a oggi. E’ vero il contrario? La banca preferisce tenere vivo il suo titolo di credito nei miei confronti (anziché incassare moneta), perché anticipa tassi di interesse inferiori all’attuale? E poi, visto che la banca in questione è straniera, mi è venuto un altro dubbio; è così sbagliato cercare di contrastare le banche straniere, quando vengono in Italia per proporre condizioni al limite della vessatorietà, ed operano in palese contrasto con le buone, vecchie regole del mercato della moneta?
  2. Mannekenpis Rispondi
    L'articolo dà sostanza ad una percezione diffusa nel paese ed evidente anche da Bruxelles : in Italia "il" mercato è atrofico e numerosi mercati si avvicinano - in maniera crescente da quattro anni a questa parte - più al regime di aummaummopolio che alla concorrenza perfetta. La conseguenza immediata è che i consumatori italiani spesso si trovano ad avere un "rough deal" su prezzi, garanzie, scelta, accesso a fornitori alternativi etc. Cosa si può fare? Gli strumenti legislativi, anche di buona qualità, non mancano. Banalmente, purtroppo, è però l'applicazione delle regole che è mostuosamente deficiente. Un primo passo necessario sarebbe a mio avviso quello di investire in maniera adulta in enforcement. Come nella quasi totalità dei paesi moderni e normali (definizione trita ma accurata) esiste una separazione chiara tra autorità di policy ed autorità di enforcement. Le prime corrispondono di solito a dipartimenti ministeriali, le seconde ad agenzie/autorità con vari gradi d'indipendenza dall'esecutivo e d'integrazione della dimensioni concorrenza e consumatori. È il caso in Italia dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato: è un centro di eccellenza dal quale cominciare il lavoro. Purtroppo - aldilà degli attacchi subiti di recente dal punto di vista dell'autonomia - l'AGCM ha a mio avviso due handicap di rilievo: un mandato ridotto ed un organico numericamente inadeguato. Non mi spingo fino ad immaginare per l'Italia un'autorità tutta dedicata ai consumatori ed una alla concorrenza, come in Spagna, in Svezia, in Danimarca. L'integrazione delle due politiche è una realtà che funziona in maniera coerente negli Stati Uniti, in Australia ed in Gran Bretagna. Una possibilità d'intervento utile potrebbe essere l'estensione del mandato dell'AGCM a tutta la legislazione di tutela dei consumatori, con il parallelo, consistente rafforzamento dell'organico dell'Autorità.