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Non date la colpa agli immigrati dell’Est

Un alto tasso di disoccupazione (in Francia) e il timore di “welfare shopping” (in Olanda) hanno probabilmente contribuito alla vittoria del “no” nei referendum sulla Costituzione europea. Ma chiudere le frontiere o l’accesso all’assistenza sociale per i lavoratori dei nuovi Stati membri avrebbe solo effetti negativi. Si bloccherebbe infatti quel tipo di immigrazione che è più facile assimilare: legale e all’interno della Ue di persone mediamente o altamente qualificate. Le nostre stime indicano che frontiere aperte ai lavoratori dei Nuovi Stati Membri offrirebbero in dote all’Europa a 25 una crescita del Pil di mezzo punto percentuale. L’Europa non può rinunciarvi.

I Governi di Francia e Olanda non dovrebbero farsi scudo dell’allargamento dell’Unione europea ai paesi dell’Est per la sconfitta nei referendum sulla Costituzione europea. Certamente, un alto tasso di disoccupazione (in Francia) e il timore di “welfare shopping” da parte degli immigrati dai paesi dell’Est (in Olanda) hanno contribuito a far crescere il “no” nella consultazione. Ma disoccupazione e dipendenza dal sistema di welfare sono frutto di politiche sbagliate, non dell’allargamento dell’Europa: chiudere le frontiere o le porte del welfare ai lavoratori dei nuovi Stati membri avrebbe solo effetti negativi.

Il mito del numero fisso di posti di lavoro

È facile attribuire la responsabilità della disoccupazione agli immigrati. Si comincia con il sovrastimare in modo consistente il numero degli immigrati: i cittadini di tutti i paesi lo fanno invariabilmente, come ci dicono i sondaggi dell’European Social Survey. Si assume, poi, che il numero dei posti di lavoro sia fisso. Ne discende che ogni immigrato che trova lavoro si appropria del posto di lavoro di un lavoratore del luogo, cosicché la disoccupazione può essere eliminata solo riducendo l’immigrazione. Gli economisti la chiamano “the lump of labour fallacy”, la fallacia del numero fisso di posti di lavoro. È un luogo comune e anche qualche serio commentatore ne è stato vittima. Ma è una convinzione profondamente sbagliata.
Dal 1960 al 2000, la Germania ha accolto 8,5 milioni di immigrati. Anche la forza lavoro tedesca è cresciuta di 1,3 milioni perché più donne sono andate a lavorare. In totale, la forza lavoro nella Germania occidentale è cresciuta di 6 milioni di unità. E’ pur vero che la disoccupazione è aumentata di 2,7 milioni, ma questo è accaduto quando l’immigrazione ha iniziato a decelerare e un maggior numero di persone ha scelto la pensione anticipata. La crescita della disoccupazione in Germania ha coinciso con politiche volte alla riduzione dell’offerta di lavoro, non il contrario. L’unica eccezione si è avuta negli anni Novanta, quando l’unificazione del paese ha portato a una grave disoccupazione nella Germania orientale e a un flusso migratorio interno verso i lander occidentali. Il caso della Germania dimostra che anche con mercati del lavoro rigidi si possono accogliere grandi flussi di immigrazione, senza che per questo la disoccupazione aumenti. Se però le istituzioni impediscono l’aggiustamento dei salari, l’immigrazione può temporaneamente aumentare disoccupazione. Evidentemente, gli elettori di Francia e Olanda hanno percepito questo rischio. Ma l’immigrazione legata all’allargamento a Est dell’Unione è stata finora molto inferiore alle attese, specialmente in quei paesi, come la Francia e la Germania, che applicano un periodo di moratoria per l’ingresso di lavoratori dai nuovi Stati membri. Queste disposizioni transitorie hanno dirottato i lavoratori dai paesi che hanno chiuso le frontiere (Germania e Austria in primis) verso quelli con norme più liberali (soprattutto Regno Unito e Irlanda). (1)
E i flussi migratori dai nuovi Stati membri sono stati di gran lunga inferiori alle proiezioni stimate assumendo una completa mobilità del lavoro. Nel Regno Unito si stima che nel 2004 i nuovi arrivi siano stati meno di 100mila, nonostante che l’azione di “dirottamento” abbia contribuito a farli crescere.

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Chi ha bisogno degli immigrati

Disposizioni transitorie asimmetriche impediscono ai flussi migratori dai nuovi paesi membri di dirigersi laddove potrebbero essere di maggior beneficio: in quei paesi dove sistemi centralizzati di contrattazione impongono alla forza lavoro nel suo complesso salari fissati con riferimento al mercato del lavoro delle regioni caratterizzate da alta produttività. Ciò crea disoccupazione nelle regioni a bassa produttività – il Mezzogiorno d’Italia, la Germania orientale o il Sudovest della Spagna. Gli immigrati dai nuovi Stati membri potrebbero eliminare questi differenziali di produttività tra regioni e così contribuire ad abbassare la disoccupazione nelle aree più povere, dato il sistema centralizzato di determinazione dei salari. Gli immigrati infatti vanno nelle regioni ricche: solo cinque immigrati su cento che arrivano in Italia vivono e lavorano nel Sud, e la quota di popolazione immigrata nella Germania orientale è un sesto di quella della Germania occidentale. Così come avviene con l’integrazione del mercato dei prodotti, l’immigrazione esercita una pressione sulle istituzioni rigide. E questa pressione è tanto più benefica proprio nei paesi più rigidi. Chiudere le porte ai lavoratori dei nuovi stati membri per alcuni decenni, finché non si sia raggiunta una convergenza economica, o chiudere loro l’accesso al welfare ha effetti controproducenti. Entrambe queste politiche bloccano proprio quel tipo di immigrazione che è più facile assimilare: l’immigrazione legale e all’interno dell’Unione Europea di persone mediamente o altamente qualificate.
I flussi migratori diminuiranno non perché i lavoratori dei nuovi Stati membri progettano di venire a vivere da noi per farsi mantenere dal nostro sistema di welfare, ma perché l’immigrazione verso i paesi dell’Unione Europea e ad alto tasso di disoccupazione implica il forte rischio di non trovare un lavoro, e molte decisioni legate alla migrazione sono irreversibili, per esempio l’abbandono del precedente impiego. In termini di parità di potere d’acquisto, raramente i benefici dell’assistenza sociale compensano i costi di un trasferimento lontano dal paese d’origine. Anche per gli Stati Uniti, l’evidenza empirica sull’immigrazione o sui flussi migratori interni conferma questo fatto. La discriminazione dei sistemi di welfare verso i lavoratori stranieri incoraggia l’accesso a lavori nell’economia sommersa, non coperti da assicurazione sociale, e incrementa il numero di lavoratori impiegati e pagati da imprese nei paesi di origine. Invece di creare grandi profitti per le società che vendono servizi di lavoro, è meglio ammettere un maggior numero di immigrati che spendono il loro reddito nel nuovo paese e che dirottano i loro risparmi verso il paese d’origine (attraverso le rimesse). Invece di privare gli immigrati dei benefici del welfare, è meglio utilizzare le politiche di attivazione, applicate con successo in molti paesi dell’Unione Europea, e in particolare in Svezia e nel Regno Unito, per ridurre la dipendenza di lungo periodo dai trasferimenti.  Queste politiche aumentano l’offerta di lavoro, così necessaria ai paesi con una popolazione che invecchia e dove la forza di lavoro si restringe.
La migrazione internazionale crea grandi benefici sia per il paese che la riceve sia per il paese d’origine. Le migliori stime del potenziale migratorio da Est a Ovest nella nuova Europa lo indicano attorno al 3 per cento della popolazione dell’Europa dell’Est. Nostri calcoli indicano che con l’attuale divario di salari e produttività tra Europa dell’Est e dell’Ovest, una migrazione di queste proprzioni incrementerebbe il Pil totale dell’Europa allargata di quasi mezzo punto percentuale. L’Europa non può permettersi di rinunciarvi.

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(1) T. Boeri e H. Brücker, “Migration, Co-ordination Failures and EU Enlargement”, www.frdb.org

L’articolo è apparso in versione ridotta sul Financial Times del 10 giugno 2005.

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Sommario 13 giugno 2005

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La Cina è vicina. Nell’innovazione

  1. giovanni gambino

    Gentile Dott. Boeri,
    Le dirò di più, i cittadini emigrati – statistiche alla mano – sono i cittadini al momento più virtuosi. essi giovano all’economia italiana molto più dei cittadini autoctoni. Infatti si è visto che lavorano di più e spendono anche di più. Detto questo, La saluto cortesemente.

    Giovanni

  2. Dorigo Giacomo

    Nell’articolo si afferma che la contrattazione centralizzata in paesi con differenti produttività in regioni diverse comporta un aumento di disoccupazione nelle aree più depresse. Come funziona ciò? E come si dovrebbe risolvere secondo voi?

    • La redazione

      Imponendo salari piu´alti alle regioni piu´ deboli si crea disoccupazione in queste ultime. Il modo migliore di affrontare questo problema risiede nel decentrare la contrattazione, come piu’ volte proposto su questo sito.

      Cordiali saluti

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