Perché l’Italia torni a crescere è necessario offrire agli investitori, nazionali e internazionali, un sistema moderno, nel quale sia conveniente impiegare i propri denari. E dunque recuperare il ritardo infrastrutturale rispetto ad altre città europee. Per farlo, dobbiamo adottare programmi di opere pubbliche coerenti con le effettive disponibilità di bilancio. Ben sapendo che anche la migliore legislazione è destinata al fallimento se la gestione amministrativa che ne consegue non è orientata all’efficienza e alla responsabilità del risultato.

Il nostro paese ha un disperato bisogno di tornare a crescere: la diagnosi è riconosciuta da tutti gli osservatori. Altrettanto diffusa è la convinzione che per innescare questo processo è necessario offrire agli investitori, nazionali e internazionali, un sistema moderno, nel quale sia conveniente impiegare i propri denari. L’innovazione, la ricerca, il grande sistema del terziario avanzato, insomma tutte le nuove funzioni produttive che via via sostituiranno quelle industriali tradizionali, stanno migrando verso le città europee più attrezzate e più efficienti. Sono, quindi, gli investimenti diretti a rendere più efficienti reti e città italiane che devono essere, ora più che mai, al centro delle misure per il rilancio della competitività, anche se sarebbe riduttivo e parziale ricondurre alla sola inadeguatezza delle infrastrutture la ragione della perdita di competitività del sistema Italia.

Il ritardo italiano

Secondo il primo Rapporto sulle infrastrutture in Italia, che l’Ance ha recentemente pubblicato, all’inizio degli anni Settanta l’Italia disponeva di una rete autostradale assolutamente all’avanguardia in Europa. La stessa analisi mostra oggi un consistente arretramento relativo. Maggiore è l’arretratezza della rete ferroviaria italiana rispetto ai principali paesi dell’Unione Europea, con un indicatore di dotazione infrastrutturale pari, secondo Eurostat, alla metà di quello tedesco, al 70 per cento di quello francese e inferiore anche al Regno Unito. Pure dal punto di vista qualitativo, le ferrovie italiane presentano differenze sensibili col resto dell’Europa, con una percentuale di linee a doppio binario molto inferiore rispetto a Francia, Germania, Danimarca, Olanda e Belgio. L’analisi potrebbe continuare, con risultati analoghi, confrontando i gasdotti, le linee di trasporto di energia elettrica e la rete idrica. Per tornare alle nostre città, poi, si può considerare la bassa dotazione di parcheggi per automobili, oppure l’insufficienza di metropolitane. In quest’ultimo caso, la distanza con le altre città europee è ormai un leit–motiv che non stupisce più nessuno. Purtroppo di fronte a queste evidenze continuiamo a osservare come le risposte degli amministratori pubblici siano del tutto incompatibili con le richieste provenienti dai cittadini e dal mercato.

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Tempi lunghi e inefficienze

Il Rapporto sulle infrastrutture in Italia realizzato dell’Ance ci aiuta a misurare l’enorme distanza tra l’annuncio di nuove infrastrutture e la loro realizzazione. Solo per la progettazione occorrono quattro anni per le opere di importo inferiore ai 50 milioni di euro e oltre sei anni per le opere più grandi. In tale incredibile periodo, i tempi per le procedure autorizzative costituiscono la parte maggiore. Questo significa che il cantiere, al momento della sua apertura, ha già alle spalle una “lunga storia” di ritardi e inefficienze, che, inevitabilmente, andranno a danneggiare anche la fase della realizzazione, dilatandone i tempi. Né la legislazione speciale introdotta con la Legge obiettivo è servita a superare le inefficienze e i gravi ritardi di sempre. In questo ambito, poi, il Cipe – cui la legge 443/01 ha affidato un particolare ruolo acceleratorio – ha contribuito, invece, a ritardare ulteriormente l’iter di approvazione delle opere. Tutto questo dimostra una preoccupante mancanza di capacità di amministrare i bisogni del paese, e il ricorso ai commissari straordinari, proposto a vario titolo da questo come da altri precedenti governi, non è che la presa d’atto ufficiale di tale situazione.

Carenza di risorse

Sul piano più direttamente economico, l’indagine Ance ha posto in evidenza come uno dei fattori più gravi di ritardo sia la carenza di risorse. Gli investimenti in infrastrutture in Italia sono tali da far crescere il divario con l’Europa. Basti pensare che per raggiungere l’incidenza media che questi investimenti hanno sul Pil nei paesi più avanzati, il tasso di crescita dei nostri investimenti in opere pubbliche dovrebbe aggirarsi intorno all’80 per cento l’anno. Eppure, l’analisi delle risorse stanziate per il 2005 mostra una riduzione del 14 per cento rispetto al 2004. Questa diminuzione si somma a quella dello scorso anno, che a sua volta ha registrato un calo di ben il 17 per cento rispetto al precedente.
In questo scenario, l’annunciato ricorso al project financing per sopperire alle risorse mancanti non riesce in alcun modo a tranquillizzare chi abbia una conoscenza, anche superficiale, dei meccanismi alla base della finanza di progetto.

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È evidente che occorre dell’altro

Innanzitutto, occorre dare maggiore credibilità alla volontà politica di ridurre la spesa corrente, che invece continua a crescere. In secondo luogo è necessario adottare programmi di opere pubbliche coerenti con le effettive disponibilità di bilancio, rifuggendo dalla abusata pratica di promettere troppo pur sapendo di non avere risorse sufficienti. Occorre, cioè passare dai proclami, dai Libri bianchi e dai Piani generali, che contengono tutto l’immaginabile, a una politica del possibile, che faccia riferimento alle risorse necessarie e, soprattutto, a quelle disponibili. Infine, occorre stimolare una cultura del risultato, che ponga il fattore tempo in cima alla scala delle priorità amministrative. Impiegare anni e anni per progettare e approvare un’opera infrastrutturale appare inaccettabile, soprattutto se, come emerge dal monitoraggio contenuto nel Rapporto sulle infrastrutture in Italia, al tempo trascorso non corrisponde un’adeguata qualità progettuale. C’è assoluto bisogno di uno scatto di efficienza da parte dei soggetti incaricati della gestione del nostro territorio e di tutto il sistema amministrativo italiano nelle sue diverse articolazioni, dove il profilo della responsabilità deve riguardare le competenze e i risultati della gestione amministrativa.  Troppe volte si rivendicano competenze senza assumersi la responsabilità dei risultati. Le norme possono sempre essere migliorate, ma deve essere chiaro a tutti che anche la migliore legislazione possibile è destinata al fallimento se la gestione amministrativa che ne consegue non è orientata all’efficienza e alla responsabilità del risultato.

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