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  1. Stefano Bono Rispondi
    Apprezzo la competenza e le osservazioni dell'articolo pubblicato cui ritengo corretto far seguire ulteriori considerazioni. Il problema di fondo dell'aumentare la tassazione sulle rendite finaziarie sta, a mio parere, nella inefficienza del sistema bancario-finanziario italiano, immobile ed incapace di reagire all'innovazione perchè protezionista di situazioni connesse all'apparentemente inscindibile legame tra politica ed economia. Si consideri a questo proposito le recenti opposizioni all'ingresso di BBVA e ABN Amro. Impossibile il paragone con altri stati, dove la cultura finanziaria popolare è più avanzata perchè iniziata in tempi passati. L'azionariato italiano è scarsamente diffuso tra il ceto popolare con conseguente ristagno dei risparmi tra i titoli del debito pubblico. Scarsa è poi la cognizione delle scelte di investimento con patrimoni sbilanciati spesso e volentieri sul fronte del reddito fisso noncuranti della piramide che ognuno dovrebbe costituire accordando risparmio ed obbiettivi di vita futuri. E' vero, come commentato, che altri paesi non remunerano i c/c incentivando l'investimento in titoli di credito ma va considerato il differente panorama economico generale di questi altri stati raffrontato con la frequente abitudine della cicala italiana di lasciare il gruzzolo sempre disponibile sul c/c. E' però vero che quest'abitudine si traduce in un non-investimento nell'economia del paese incentivato dalla ingiusta (o inadeguata) tassazione. Si giunge perciò alla conclusione che qualunque tipo di intervento sul risparmio per far cassa non fa altro che aggiungere danno al danno. Un sostanziale cambiamento è auspicabile nonchè necessario e non va dimenticato che da qualche parte bisogna ben cominciare. Impossibile scindere ogni intervento di lungo termine (di questo a bisogno il nostro debito pubblico) sul risparmio da un cambiamento culturale (epocale) nei nostri risparmiatori sintonizzando tale intervento con formule incentivanti l'uso produttivo del risparmio. I fallimenti delle precedenti iniziative in merito (leggi ad esempio fondi pensione e fondi comuni di investimento immobiliare), dovuti proprio ad una logica politico-economica lontana dalle considerazioni di opportunità finanziaria, dovrebbero essere per i nostri governanti monito ed insegnamento.
  2. Maurizio Fusco Rispondi
    Ritengo che le considerazioni svolte da Marco Palmieri siano valide. Aggiungo che i conti a vista in alcuni paesi (Francia) non ricevono alcuna rimerazione. In contropartita, la banca gestisce gratuitamente (o con un aggravio di spese minimo) il conto corrente. Se prevale l'ottica impositiva (stante la necessità statale di 'far cassa') allora direi che sui c/c (cioé su denaro a vista) sarebbe più opportuna un'ìmposta del 33%. Non troverei osceno neppure se l'imposta fosse pari al massimo dell'aliquota IRPEF.
  3. Marco Palmieri Rispondi
    Trovo difficile comprendere dove risieda l'iniquità del doppio regime di tassazione: il 27% applicato alle esigue rendite sui conti correnti rappresenta solamente un chiaro disincentivo al lasciar languire i soldi in banca. L’attuale norma va dunque a discapito soprattutto di quella ristretta fascia di popolazione che nell'attuale momento di stagflazione può permettersi di tenere liquidità sui conti correnti, a tutto beneficio delle imprese e dello Stato che in questo modo possono raccogliere fondi più facilmente: in questa impostazione non riscontro alcuna ingiustizia, ma una precisa logica volta allo sviluppo del Paese. Occorre inoltre considerare che qualora si imponesse una più onerosa tassazione sul risparmio (prescindendo dalla conseguente riduzione dei consumi e ulteriore contrazione dell’economia), questa verrebbe a realizzarsi all'indomani degli enormi crack finanziari occorsi, scandali che purtroppo non hanno ancora trovato una seria risposta nella c.d. riforma del risparmio (e forse mai la troveranno…). È facile immaginare che ciò andrebbe ad ulteriore discapito degli investimenti finanziari, con un più pesante squilibrio degli impieghi in altri settori, quali ad esempio quello immobiliare, oppure a favore del tradizionale materasso, con le ovvie conseguenze negative per la nostra oramai fragile economia, in primis proprio per i molti che con i proventi del risparmio "arrivano alla fine del mese".