Il fondo nazionale è lo strumento per potenziare l’intervento verso i cittadini non autosufficienti. Servirebbe a incrementare le risorse, ma anche a razionalizzare gli interventi. Dopo un’iniziale attenzione al problema, il Governo non ha fatto seguire interventi concreti. Mentre l’opposizione deve chiarire come intende trovare le risorse per finanziare il fondo di cui sostiene oggi la necessità. D’altra parte, i bisogni sono sempre più diffusi e dunque un progetto politico orientato ai problemi concreti dovrebbe fare dei non autosufficienti una priorità.

Vivono in Italia circa 2,8 milioni di persone non autosufficienti, tre quarti dei quali hanno almeno 65 anni. E il loro numero aumenterà costantemente: secondo le previsioni più accreditate, del 29 per cento nel periodo 2000-2010 e del 49 per cento nel periodo 2000-2020 (dati Istat). I servizi e gli interventi pubblici loro dedicati non bastano. Qualunque sia il metro di giudizio utilizzato,gli studi concordano nel mostrarne l’inadeguatezza rispetto ai bisogni esistenti e le comparazioni con l’Europa rivelano l’arretratezza italiana.

Il fondo nazionale

Una risposta sarebbe il maggior intervento del governo centrale. Lo propose otto anni fa la commissione Onofri e tra gli addetti ai lavori c’è da tempo accordo sulla sua necessità. Diversi gli argomenti a favore: la distanza tra i diffusi bisogni e il ridotto sostegno pubblico; la constatazione che lo sforzo da compiere per colmare tale distanza non può essere delegato a Regioni e comuni; le acute differenze territoriali che caratterizzano l’offerta pubblica esistente.
È il fondo nazionale per i non autosufficienti lo strumento per potenziare l’intervento del governo centrale. Si tratta di un programma finalizzato a incrementare le risorse pubbliche dedicate ai non autosufficienti, ma anche a razionalizzare gli interventi. Secondo alcuni, il fondo dovrebbe essere alimentato attraverso un prelievo obbligatorio (contributi sui redditi da lavoro o fiscalità) da richiedere alla popolazione. Un’altra ipotesi, invece, prevede di trovare le risorse necessarie all’interno della spesa pubblica esistente, per esempio la commissione Onofri suggeriva di recuperarle dalla previdenza.
Tuttavia, né il Governo attuale né il precedente hanno compiuto passi concreti verso l’introduzione del fondo. Oggi, inoltre, l’interesse del dibattito politico è minimo, ma lo stridente contrasto tra bisogni e mancate azioni richiede di compiere ogni sforzo perché della questione si torni a parlare. Iniziando dal giudicare l’operato di chi governa ed interrogare chi si candida a farlo.

Il giudizio sul governo

Con l’attuale esecutivo, l’attenzione verso il fondo è cresciuta. Merito dell’ex ministro per la Salute, Girolamo Sirchia, che ha sottolineato in numerose occasioni l’urgenza di introdurlo e si è speso per farlo diventare una questione rilevante della politica italiana. È un contributo da non sottovalutare, considerando la marginalità cui il tema è abitualmente relegato e il minore interesse che vi aveva dedicato il precedente esecutivo di centrosinistra.
Il Governo non ha prodotto risultati concreti. L’impegno di Sirchia si è esaurito intorno a metà 2003 senza tradursi in alcuna riforma. Stretto tra le precarie condizioni della finanza pubblica e la priorità assegnata alla riduzione della pressione fiscale, il Governo ha rinunciato al fondo. L’esecutivo ha pure bloccato il successivo disegno di legge unificato della commissione Affari sociali della Camera, approvato da tutti i gruppi di maggioranza e opposizione (tranne Rifondazione), il quale prevedeva un’addizionale finalizzata a finanziare prestazioni socio-assistenziali. La proposta garantirebbe, secondo le due ipotesi che sono state presentate, rispettivamente 4,5 e 2,1 miliardi di euro. (1)
Inoltre, le politiche di controllo della spesa hanno ridotto le risorse destinate a Regioni e comuni, con conseguenze negative per i servizi e interventi che gli enti locali forniscono ai non autosufficienti. La recente introduzione di una deduzione – fino a un massimo di 1.820 euro – per le spese sostenute per gli addetti all’assistenza dei soggetti non autosufficienti, d’altra parte, non rappresenta certo un’inversione di tendenza.
Il Governo non lascia un’eredità di idee utile per il futuro. L’attivismo di Sirchia non si è tradotto nella definizione di un progetto chiaro e articolato. Ha stimato la spesa ulteriore necessaria in circa 10 miliardi di euro (la fonte di tale stima non è stata precisata). La cifra andrebbe raccolta attraverso un contributo obbligatorio a carico dei lavoratori e recuperando risorse all’interno del bilancio pubblico esistente (spostandole dalla sanità acuta al sociosanitario ed eliminando alcune inefficienze). Queste indicazioni generali non sono mai state sviluppate in un concreto progetto di riforma. Sirchia, insieme al ministro del Welfare, Roberto Maroni, ha pure insediato un’apposita commissione ministeriale, che non ha formulato alcuna proposta spendibile. (2)

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Una domanda all’opposizione

L’opposizione sottolinea oggi la necessità di introdurre il fondo per i non autosufficienti. Quando era al potere, tuttavia, il centrosinistra vi ha dedicato poca attenzione e non ha compiuto atti concreti in tale direzione. La sua credibilità si gioca su una domanda: in caso di vittoria elettorale, come intende trovare le risorse per finanziare il fondo? Diversi sono i nodi da sciogliere. Uno tocca la sostenibilità economica e politica di un eventuale aumento della pressione fiscale o contributiva. Appropriato livello di tale pressione e sue conseguenze per le politiche pubbliche sono temi al centro del dibattito corrente. L’alternativa consiste nel trovare le risorse necessarie all’interno del bilancio pubblico esistente. Se questa è la strada scelta, bisogna capire da quali voci si intende recuperarle.
Il reperimento delle risorse, in ogni modo, dipende dalla definizione delle priorità: si trovano i finanziamenti se si assegna ai non autosufficienti una posizione di rilievo nel proprio progetto complessivo di governo. Non è facile, considerando le tante politiche pubbliche per le quali viene richiesto un maggior impegno di spesa e la scarsità delle risorse disponibili.

Bisogni diffusi cercano progetto politico

L’introduzione del fondo è oggi lontana. I non autosufficienti scontano debolezze di potere e di influenze culturali. Non hanno rappresentanti in grado di condizionare il processo decisionale a loro favore. Nei momenti delle scelte politiche, le loro esigenze risultano perdenti rispetto a quelle di altri gruppi o interessi. Rimane forte la tradizionale cultura italiana che prevede di lasciare sulle spalle delle famiglie la responsabilità di assistere i componenti non autosufficienti. E ciò contribuisce alla mancata percezione della gravità della situazione e dell’urgenza di un intervento.
I bisogni sono sempre più diffusi. A chi volesse costruire un progetto politico orientato verso i concreti problemi dell’Italia, fare dei non autosufficienti una priorità garantirebbe un guadagno di credibilità. Oltre a produrre un beneficio per il paese.

(1) Una discussione del recente dibattito politico sulle politiche per i non autosufficienti si trova in Pavolini, E, 2004, Regioni e politiche sociali per gli anziani. Le sfide della non autosufficienza, Roma: Carocci, cap. 2.

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(2) Si tratta della “Commissione di studio sulla prevenzione e il trattamento della non autosufficienza con particolar riferimento agli anziani”, le cui conclusioni sono state rese pubbliche nel dicembre 2002. Per una sintesi si veda http://www.assr.it/monitor/monitor_2003/Monitor04=03.pdf

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