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Sognando coi piedi per terra

La riforma degli ammortizzatori è strategica per fare uscire il nostro paese dal declino. Risponde alla domanda di protezione degli italiani. Permette di ridurre i costi sociali del cambiamento strutturale. Può stimolare una maggiore partecipazione al mercato del lavoro ed emersione di sommerso. Risponde a ragioni di equità. Costa nel complesso quasi un punto di Pil. Ma trovare le risorse per attuarla è possibile. Basta giudicarla una priorità. E l’efficacia della lotta all’evasione fiscale e al sommerso detterà i tempi di altre riforme che non siano a costo zero.

I conti pubblici vanno male. Saranno in condizioni ancora peggiori dopo le elezioni del 2006, anche se questo Governo non dovesse varare altri provvedimenti elettorali. Da qui ad allora la procedura per deficit eccessivo sarà stata avviata nei confronti del nostro paese, esponendoci ancor di più al rischio di un aumento degli oneri sul debito pubblico. Questo è un rischio più forte ora che la Commissione abbaia, ma non morde, dato che il Patto di Stabilità e crescita è stato depotenziato dai Governi dell’Unione.
Gli elettori, dopo cinque anni vissuti all’insegna di annunci mirabolanti poi disattesi, sembrano più smaliziati che in passato. Non credono più ai miracoli. Intuiscono che, per attuare i molti progetti di spesa che si formulano in occasione delle campagne elettorali, il Governo che verrà dovrà aumentare le tasse. Cosa di cui, ce lo dicono i sondaggi, proprio non vogliono sentir parlare.

I sogni nel cassetto. Proprio tutti?

Meglio allora mettere molti sogni nel cassetto. Tutti, tranne uno, troppo importante per essere accantonato: la riforma degli ammortizzatori sociali. I provvedimenti appena inseriti dal Governo nel pacchetto competitività – come sottolinea Maurizio Ferrera  – sono uno specchietto per allodole. Allungano la durata dei sussidi di disoccupazione ordinaria di un solo mese (fino a sette mesi per chi ha meno di 50 anni; dieci per chi ne ha più di 50) per chi non ha carriere discontinue, dunque escludono proprio i lavoratori che ne avrebbero maggiore bisogno. Nel mese di proroga del sussidio non è previsto il pagamento dei cosiddetti “oneri figurativi”, vale a dire i contributi previdenziali, il che tra l’altro complica tantissimo la gestione del sussidio e delle future pensioni. Come sempre, ci si disinteressa dei costi amministrativi di queste non-riforme. Tra le righe si introduce un tetto massimo di fruizione del sussidio di 24 mesi in cinque anni. Infine, l’intervento ha durata biennale. Se si vorrà estenderlo nel tempo, bisognerà trovare adeguata copertura.
La riforma degli ammortizzatori è strategica per fare uscire il nostro paese dal declino. Risponde alla domanda di protezione che si legge dietro al diffuso senso di impoverimento degli italiani – al disagio di chi non ha strumenti per assicurarsi contro la crescente variabilità dei propri redditi. Permette di ridurre i costi sociali del cambiamento strutturale necessario per rilanciare la nostra economia. Può stimolare maggiore partecipazione al mercato del lavoro ed emersione di sommerso, come ricordano Leonardi e Nunziata : un lavoro regolare è l’unico modo per poter domani beneficiare del sussidio nel caso in cui le cose andassero male. Infine, risponde a ragioni di equità: solo in Italia esistono disoccupati di serie A (i lavoratori delle grandi imprese industriali che hanno accesso al circuito cassa integrazione – liste di mobilità che poi sfociano spesso nel pensionamento anticipato) e disoccupati di serie B (i lavoratori delle piccole imprese e dei servizi che hanno accesso unicamente ai “sussidi ordinari di disoccupazione”).

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Una riforma che costa. Come finanziarla?

Ma una seria riforma costa. Portare la durata massima dei sussidi ordinari a due anni, garantendo inizialmente un reddito pari al 65 per cento del salario precedente, costa circa 3 miliardi e mezzo di euro. L’introduzione di un reddito minimo garantito per chi non trovasse lavoro entro questi due anni o finisse al di sotto della soglia di povertà (anche lavorando) costerebbe altri 9 miliardi. Quindi, si tratta di circa un punto di Pil.
Come reperire queste risorse? Diverse le strade da seguire.
La prima è quella della riforma degli incentivi all’occupazione, in cui ci sono molti sprechi da eliminare. L’Italia è l’unico paese Ocse che spende di più in politiche attive (cui destiniamo più di mezzo punto di Pil) che in politiche cosiddette passive, vale a dire sussidi disoccupazione. Non è dato sapere nulla sull’efficacia di molti corsi di formazione (in Italia queste misure non vengono valutate), ma è legittimo nutrire molti dubbi sull’utilità di corsi di formazione impartiti in aree depresse, dove non ci sono poi lavori in cui utilizzare le competenze acquisite. Altre misure, come i bonus per l’occupazione al Sud (altro 0,2 per cento di Pil), sono state rese inefficaci in questa legislatura quando si è deciso di renderle discrezionali, condizionandole al rispetto di limiti di spesa prestabiliti e dando priorità a chi aveva già presentato le domande negli anni precedenti. I datori di lavoro non sapevano se avrebbero poi potuto contare sul sussidio, quindi il risultato è che si sono finanziate solo le imprese che avrebbero comunque assunto lavoratori. Stesso destino è toccato a molti altri strumenti di incentivazione, dalla 488 ai patti territoriali. Incentivi che non danno certezze a chi ne fa domanda, sono peggio di nessun incentivo, perché spiazzano altre spese più meritorie e alimentano sfiducia nello Stato. Un’altra parte della riforma dei sussidi di disoccupazione potrebbe essere finanziata introducendo meccanismi di experience-rating, del tipo di quelle già vigenti per la Cassa integrazione, per cui le imprese che licenziano lavoratori (anche in contratti atipici) devono contribuire più delle altre al pagamento del sussidio.  Partendo da livelli di spesa corrente superiori ai 500 miliardi di euro (utile ricordarlo perché troppe volte si ragiona solo sui saldi), è senz’altro possibile finanziare la riforma degli ammortizzatori destinandole prioritariamente ogni taglio di sprechi. Basta volerlo fare. Chi oggi si oppone alla riforma non lo fa perché non ci sono i soldi, ma perché ha in mente altre priorità: preferisce dare più risorse alle Regioni che saranno decisive nella prossima tornata elettorale oppure ai dipendenti pubblici o a qualche grande impresa in crisi, piuttosto che finanziare misure universali di contrasto alla povertà, basate su regole uguali per tutti.

Il problema del sommerso

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C’è un’obiezione più seria all’introduzione di strumenti come un reddito minimo garantito. Si basa sul riscontro degli alti tassi di evasione fiscale nelle Regioni in cui oggi la povertà è concentrata. Questo può permettere a non poche famiglie di fruire del sussidio anche quando non sono povere.
È un problema che non va sottovalutato. Ma è possibile accertare il grado di bisogno degli individui anche a prescindere dalle dichiarazioni dei redditi. Ci vogliono, certo, controlli serrati e bisogna essere pronti a rimuovere il sussidio non appena si accertasse che il beneficiario non è più al di sotto della linea di povertà. Come ci raccontano Baldi e Berardinelli , i comuni che hanno svolto questi controlli sono riusciti a gestire bene strumenti come il reddito minimo di inserimento, raggiungendo i più poveri e stimolandoli a uscire, ove possibile, dalle condizioni di indigenza. Molte amministrazioni, specie al Sud, non sono oggi altrettanto efficaci di quelle di Genova e Rovigo. Dovranno divenirlo. Il principio deve essere proprio quello di estendere il raggio di applicazione del reddito minimo garantito solo ai comuni che si dimostrano in grado di attuare questi controlli e in cui si riscontrano progressi sensibili nella lotta all’evasione.

Impegni realistici perché condizionati

Sarà proprio l’efficacia nella lotta al sommerso a dettare i tempi anche di altre riforme “a costo non-zero”. L’eredità lasciataci dal fiscalista Tremonti nel rapporto fra fisco e contribuente è pesante. Ma gli italiani sembrano essersi resi conto del fatto che l’evasione è in gran parte dovuta ai condoni che hanno fortemente migliorato la posizione relativa dei lavoratori autonomi rispetto ai lavoratori dipendenti. Il fallimento della lotta al sommerso in questa legislatura non ha stupito (le misure introdotte sembravano fatte apposta per risultare inefficaci come rilevato su questo sito all’atto della loro introduzione) e non deve scoraggiare altri tentativi, meglio strutturati e più credibili (come si fa a credere nelle intenzioni di contrastare il sommerso di chi trova condoni per tutti e di più?). Non sarebbe serio varare provvedimenti contando sulle entrate dalla lotta al sommerso. Sono troppo aleatorie nell’entità e nei tempi in cui si manifestano. Ma si possono prendere impegni condizionati: per esempio, ogni euro in più recuperato nell’ampliamento della base imponibile verrà destinato a ridurre le imposte sui redditi, in un disegno di graduale (ma realistica) riduzione delle tasse, a parità di pressione fiscale. Saranno poi la crescita economica e i piani di convergenza a determinare di quanto potrà ridursi la stessa pressione fiscale, sapendo che ogni punto di crescita del prodotto comporta circa uno 0,25 per cento di miglioramento del disavanzo. Anche su questo piano è possibile prendere con gli elettori impegni condizionati all’andamento dell’economia.
Vuol dire sognare stando saldamente coi piedi per terra.

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  1. Riccardo Bellocchio

    Caro Professor Boeri,
    sono d’accordo con Lei quando afferma che la riforma degli ammortizzatori sociali è una esigenza ineludibile per un paese che si sta muovendo verso un’economia “meno protetta”. Mi trova discorde riguardo agli strumenti e alle modalità da Lei analizzati per attuare questa riforma. Dalla Sua analisi mi pare di capire che gli ammortizzatori sociali debbano essere pagati attraverso la fiscalità generale e non attraverso chi li invoca, cioè il settore produttivo. (…) Occorre quardare ad una rete di protezione che non è semplicemente ed esclusivamente di natura economica, ma coinvolge la capacità delle persone di svolgere un’attività lavorativa, di socializzare, di essere corpi intermedi essi stessi, dove è possibile trovare una risposta al proprio bisogno, senza teorizzare nulla. Qualcuno parla di società attiva o di Welfare society in contrapposizione al Welfare state. La differenza sta nel guardare la realtà per quella che è ed è in grado di offrire prima che con una teoria economica. E’ qui che si innesta il problema del sommerso. Il sommerso resta tale, ritengo, per una questione esclusivamente culturale ed endemica (Perchè devo fare fatica (pagare le tasse e i contributi) quando è possibile ottenere lo stesso risultato senza fatica ?). Occorre prendere forse una decisione drastica ed abbandonare al loro destino chi non paga i contributi o non fa uno sforzo per emergere, creando sacche di inefficienza e rendite.
    Forse però il vero problema del sommerso è la capacità del tessuto produttivo e culturale di reggere una qualsiasi riforma. Perchè il lavoro va prima creato e poi distribuito o sovvenzionato, non l’inverso come è stato fatto finora.
    Se infatti una riforma del mercato del lavoro in Italia è stata da tutti così osteggiata perchè imponeva alcuni sforzi minimi (pagamento dei contributi per chiunque svolga un lavoro di qualunque tipo) per creare una occupazione regolare e non il contrario come tutti hanno affermato, allora probabilmente la soluzione che ci spetta è solamente quella di richiedere ed attendere il prossimo sussidio statale!!!! Ho l’impressione però che così il declino è assicurato. La ringrazio per la risposta.

    Riccardo Bellocchio

    • La redazione

      Grazie per il suo lungo messaggio. Alcuni ammortizzatori – come i sussidi di disoccupazione — verrebbero finanziati mediante contributi sociali mentre il reddito minimo garantito dovrebbe essere finanziato mediante la fiscalità generale. Quanto al sommerso, concordo che non è solo un problema di carote. Ci vogliono anche più controlli. E c’è una questione di massa critica. Forse in questo le radici culturali e quelle economiche del sommerso trovano un loro punto in comune. Cordiali saluti

      Tito Boeri

  2. giovanni gambino

    caro prof. Tito Boeri
    gli ammortizzatori sociali vengono usati al Sud come contentini a tutti coloro che hanno sostenuto il sindaco o l’amministrazione locale vincente. l’uso è stato sempre mal compreso e mal utilizzato dagli amministratori locali del Sud. Gli ammortizzatori sociali sono una forma (più o meno patinata) di legittimazione al potere in sella. Gli ammortizzatori – al giorno d’oggi – sono delle prebende per i parassiti con un potere d’influenza.

    • La redazione

      Non generalizzerei troppo. Comunque lei conferma la mia tesi secondo cui ci sono sprechi e abusi — l’esempio più lampante è quello dei sussidi ai lavoratori agricoli — da cui attingere per costruire un serio sistema di ammortizzatori sociali con controlli efficaci e sanzioni contro chi non cerca attivamente un lavoro. Questi strumenti esistono in tutta Europa (compresa la “Nuova Europa”) tranne che da noi.

      Cordiali saluti

      Tito Boeri

  3. Mirco Manzi

    Perchè nella sua analisi anche condivisibile, se la prende con i dipendenti pubblici ? Ovvero pensa anche Lei di togliere ai poveri per dare ad altri poveri? Noi pubblici non abbiamo già pagato abbastanza?

    • La redazione

      Sono tempi difficili per tutti e non me la prendo affatto con i dipendenti pubblici. Peraltro faccio anch’io parte di questa categoria. Dico solo che questo Governo si è mostrato più generoso con i dipendenti pubblici (i cui salari sono cresciuti di più che per i dipendenti privati), soprattutto con alcune categorie di dipendenti pubblici, che con i poveri. Non mi stupirebbe se continuasse su questa strada. Cordiali saluti

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