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Meno regole, più investimenti

L’eccessiva regolamentazione del mercato dei beni può causare un rallentamento dell’economia, scoraggiando gli investimenti. Se tra il 1994 e il 1998 l’Italia avesse avuto lo stesso livello di regolamentazione degli Stati Uniti, il suo tasso di investimento sarebbe stato superiore dello 0,9 per cento rispetto a quello Usa. Liberalizzazione del mercato e privatizzazioni sono uno strumento per aumentare gli investimenti e dunque stimolare la crescita. Hanno ricadute positive su occupazione e produttività. Ma anche effetti redistributivi non trascurabili.

Negli ultimi dieci anni, il Pil reale degli Stati Uniti è cresciuto a un tasso medio del 3,6 per cento e gli investimenti sono aumentati a un tasso del 9 per cento. Il quadro macroeconomico in Italia, Francia e Germania nello stesso periodo è esattamente opposto: un tasso di crescita medio del Pil reale del 2,8 per cento e una crescita media degli investimenti del 2,7 per cento. E le previsioni sui tassi di crescita del Pil nei prossimi anni non lasciano sperare in un possibile recupero europeo.

Regolamentazione e investimenti

Quale i motivi di un tale divario tra le due sponde dell’Atlantico?
Una delle tante ipotesi proposte suggerisce che l’eccessiva regolamentazione del mercato dei beni in Italia, Francia e Germania causi un rallentamento dell’economia, scoraggiando gli investimenti. Utilizzando dati raccolti dall’Ocse su diverse misure di regolamentazione nei settori delle telecomunicazioni, del trasporto e dei servizi di pubblica utilità, è possibile dimostrare come riforme di regolamentazione mirate a consentire un maggior numero di operatori e a ridurre la presenza di imprese pubbliche generino un aumento degli investimenti. In particolare, una riduzione dell’1 per cento dell’indice che misura l’esistenza di barriere all’entrata nei suddetti settori, comporta un aumento degli investimenti dello 0,9 per cento. Mentre un calo dello stesso ammontare dell’indicatore che valuta la presenza di imprese pubbliche è correlato a una crescita degli investimenti dello 0,6 per cento.
A una prima lettura, questi effetti possono sembrare minimi, ma così non è. Per esempio, se tra il 1994 e il 1998 in Germania, Francia e Italia il livello di regolamentazione fosse stato lo stesso di quello degli Stati Uniti, il tasso di investimento dei paesi europei sarebbe stato molto vicino a quello degli Usa. In particolare, la differenza tra il tasso di investimento tedesco e quello statunitense sarebbe stata di 1,1 punti percentuali (piuttosto che di 3,4 punti percentuali), mentre la differenza tra il tasso francese e quello statunitense di 0,8 punti percentuali (e non 3,3 punti percentuali). Infine, l’Italia avrebbe addirittura avuto un tasso di investimento superiore di 0,9 punti percentuali rispetto agli Stati Uniti.

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La privatizzazione delle imprese pubbliche

Quali sono i fattori che possono spiegare tale evidenza empirica?
Un sistema economico più concorrenziale, favorito dalla riduzione di barriere all’entrata in vari settori, comporta la nascita di nuove imprese e genera una riduzione del potere monopolistico delle imprese preesistenti sul mercato. Gli investimenti totali e lo stock di capitale aumentano grazie alla presenza di nuove imprese. Tale effetto si verifica nonostante sia possibile che le imprese preesistenti investano meno per la riduzione dei propri margini di profitto, dovuta alla maggiore concorrenza nel mercato. Quale effetto hanno le privatizzazioni delle imprese pubbliche? Da un lato, la scomparsa di un’impresa pubblica che gode del supporto finanziario dello Stato può essere assimilata all’eliminazione di un concorrente difficile da fronteggiare perché non soggetto a vincoli di bilancio. Dall’altro, le imprese pubbliche possono investire più delle imprese private, poiché non sempre agiscono seguendo logiche di massimizzazione del profitto. Dunque, la scomparsa di un’impresa pubblica può comportare una riduzione sostanziale dell’investimento, se tale diminuzione non è compensata dall’aumento dovuto all’entrata in gioco di nuovi concorrenti privati. Quale consiglio, dunque, a governi che intendono perseguire un aumento degli investimenti per stimolare la crescita economica?
L’analisi precedente suggerisce che riforme volte a liberalizzare il mercato dei beni e a privatizzare imprese pubbliche possono essere uno strumento per aumentare gli investimenti. Occorre, però, anche sottolineare che tali riforme: (i) una volta implementate, richiedono tempo per produrre i loro effetti, (ii) sono più efficaci quando comportano un aumento sostanziale del grado di concorrenza, (iii), in paesi con elevato grado di regolamentazione, sono quasi irrilevanti se non riducono significativamente le barriere all’entrata e la proprietà pubblica, (iv) infine, comportano effetti altrettanto positivi su occupazione e produttività, ma possono avere effetti redistributivi non trascurabili.

Per saperne di più

Alberto Alesina, Silvia Ardagna, Giuseppe Nicoletti, and Fabio Schiantarelli, (2004), “Regulation and Investment”, Journal of the European Economic Association, Forthcoming.

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  1. Marco

    Buongiorno,
    sarebbe interessante sapere quali sono gli “effetti redistribuitivi non trascurabili” connessi alla (ormai stantia?) ricetta delle liberalizzazioni e privatizzazioni in tutti i settori dell’economia.
    Pur condividendo l’esigenza di aprire maggiormente i mercati dei beni e servizi pubblici (non però la sanità, l’istruzione, i trasporti) e soprattutto privati italiani (banche, assicurazioni, telefonia, professioni), che poco riguarda peraltro il ritornello “meno regole”, non posso fare a meno di pensare che di “regole del gioco” ne siano necessarie di più efficienti ed efficaci, per evitare il formarsi di monopoli privati al posto di quelli pubblici, con benefici quanto mai dubbi.
    Cordiali saluti
    Marco

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