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L’Europa, la Cina e la contabilità della partita doppia

Le misure di salvaguardia contro le importazioni di prodotti tessili dalla Cina sono l’ultimo esempio della sfiducia verso l’apertura al commercio internazionale. Si leggono i dati della bilancia commerciale come se un suo passivo determinasse automaticamente una perdita di benessere. Invece, bisogna guardare ai vantaggi comparati. E alle ragioni di scambio, che per l’Italia sono migliorate. E se il commercio internazionale genera anche rilevanti costi di aggiustamento, non è detto che la politica protezionista sia lo strumento migliore affrontarli.

Dal 1 gennaio 2005 e per accordi presi dieci anni fa nell’ambito della Organizzazione mondiale del commercio (Omc), i paesi non possono più imporre restrizioni quantitative al commercio di beni tessili a livello mondiale. I possibili effetti di tale scenario, soprattutto nel commercio tra Unione europea (un mercato sino a oggi relativamente chiuso) e Cina, erano noti: al momento dell’ingresso di quest’ultima nell’Omc nel 2001 è stato perciò definito un protocollo che consente di attivare misure di salvaguardia nel settore tessile se le esportazioni cinesi dovessero raggiungere dopo il 2005 livelli tali da mettere in crisi i partner commerciali. (1)

Le misure di salvaguardia

Non sorprende, dunque, che nei giorni scorsi la Commissione europea, sollecitata (anche) dal Governo italiano, abbia avviato una indagine per l’attivazione delle misure di salvaguardia. Sulla base delle prove raccolte, entro due mesi la Commissione determinerà se richiedere al comitato tessile del Consiglio (dunque agli Stati membri, che decideranno a maggioranza qualificata) l’autorizzazione ad avviare la procedura.
Alla luce di queste notizie, è abbastanza naturale chiedersi se l’apertura al tessile cinese, di cui spesso si accusa “Bruxelles”, sia stata opportuna. La risposta è articolata su più livelli. Innanzitutto, le decisioni in materia commerciale sono proposte dalla Commissione, ma in ultima istanza sono prese dagli Stati membri in sede di Consiglio, a maggioranza qualificata. Il Governo italiano non si è opposto nei primi anni Novanta agli accordi che hanno deciso l’abolizione delle quote sul tessile, né si è opposto all’ingresso della Cina nell’Omc. Non lo ha fatto perché quello tessile è parte di un più generale accordo commerciale multilaterale, il cosiddetto Uruguay Round, che ha consentito all’Europa, e dunque all’Italia, di ottenere importanti risultati in altri settori, in particolare nel commercio di servizi finanziari e telecomunicazioni. I paesi in via di sviluppo non avrebbero dato l’assenso a questo secondo accordo (e ad altri su proprietà intellettuale, ambiente, eccetera) senza la negoziazione sul primo: un più ampio accesso al mercato mondiale del settore tessile rappresenta per molti di loro la chiave per lo sviluppo economico. (2)
In ogni caso, erano comunque previsti dieci anni di tempo (dal 1994 a tutto il 2004) per consentire ai nostri produttori tessili di adattarsi al mutato scenario internazionale.

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Come leggere la bilancia commerciale

Al di là di questo caso, è tuttavia opportuno interrogarsi sull’atteggiamento di sfiducia nei confronti dell’apertura di un paese al commercio internazionale che si è di recente diffuso e che spesso sfocia in una sorta di “protezionismo di ritorno“. Si citano con allarme i dati della bilancia commerciale italiana, come se un suo passivo determinasse automaticamente una perdita di benessere, in una specie di gara competitiva in cui chi esporta di più vince, e l’altro perde. Ma non è cosi: l’economia internazionale non è un sistema di partita doppia in cui passivo e attivo di benessere su scala mondiale sommano zero. Questo perché il commercio internazionale genera i propri effetti attraverso i vantaggi comparati. Non è importante il costo di un determinato prodotto in assoluto (dove il costo evidentemente dipende da salari e produttività), ma ogni paese produce ciò che fa relativamente meglio. In altre parole, ha perfettamente senso che un paio di pantaloni siano confezionati dai cinesi, perché le stesse (maggiori) risorse che da noi servono per fare pantaloni possono essere utilizzate per produrre macchinari in maniera più efficiente di quanto accadrebbe nella situazione inversa (se cioè l’Italia facesse pantaloni, e la Cina macchinari). Ma cosa succede se un paese concorrente, improvvisamente, inizia a fare bene tutti i prodotti?
Per rispondere a questa domanda basta guardare alle ragioni di scambio, ossia al rapporto tra il valore medio dei prezzi delle esportazioni e delle importazioni di un paese. L’idea è che se la Cina inizia a guadagnare competitività sui beni che esporta verso di noi, noi finiremo per pagare meno le importazioni, e dunque staremo meglio. Viceversa, se i prezzi delle nostre esportazioni scendono a causa della concorrenza cinese, staremo peggio. Del resto, anche senza aver studiato economia, basta guardare ai dati pubblicati in questi giorni: il prezzo di alcuni prodotti importati nel nostro paese è diminuito di circa il 30 per cento.
Le famiglie italiane che comprano tali prodotti stanno meglio o stanno peggio? Gli ultimi dati disponibili mostrano come le ragioni di scambio italiane nei confronti del resto del mondo negli ultimi anni siano migliorate, perché i prezzi delle nostre esportazioni sono aumentati e quelli delle nostre importazioni sono diminuiti. Se questo ha fatto peggiorare in parte il deficit commerciale italiano (esportazioni più care), tuttavia la variazione complessiva del reddito reale indotta dal commercio internazionale per l’Italia è positiva, in quanto a parità di deficit noi otteniamo maggiori importazioni dalle stesse esportazioni. In aggiunta, potrebbe benissimo darsi che parte del nostro deficit commerciale origini da aziende italiane o europee che hanno delocalizzato all’estero la loro produzione (ad esempio, alcune grandi aziende tessili italiane producono in Cina ed esportano in Italia), e dunque il deficit altro non sarebbe che il segnale del successo di queste aziende (nazionali) sui mercati domestici. Di nuovo, l’economia globale non si misura con le regole della partita doppia.
Certo, si potrebbe obiettare, prima si compravano beni italiani, adesso beni prodotti in Cina, e dunque un lavoratore in Italia ha perso il posto. Vero: nessuno nega che il commercio internazionale, accanto ai benefici, generi anche rilevanti costi di aggiustamento. Anzi, occorre agire per agevolare la ristrutturazione industriale in questi settori in crisi. E a questo proposito, sarebbe opportuno interrogarsi se non occorra rimodulare gli aiuti previsti al Mezzogiorno, per affiancarvi anche un sostegno orizzontale ai settori esposti alla concorrenza internazionale. Tuttavia, non per questo si deve acriticamente accettare la tesi che lo strumento migliore per far fronte a tali costi sia quello protezionista, tesi per giunta sostenuta con argomentazioni basate su presupposti economici errati.
Anziché affidarsi alla facile demagogia, sarebbe forse più corretto discutere pubblicamente dell’opportunità o meno di una politica economica protezionista, spiegando le ragioni per cui si sceglie di difendere in questo modo gli interessi di alcuni produttori in crisi in specifici settori, a fronte del sacrificio dei possibili guadagni di benessere di tutte le famiglie italiane.

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(1) Le misure sono restrizioni volontarie dell’export da parte dei cinesi o, in mancanza di ciò, la reintroduzione di un sistema temporaneo di quote da parte del partner danneggiato, da mantenersi comunque non oltre il 2008. Tali misure scattano se l’export 2005 tende a superare del 15, 30 o 50 per cento il valore 2004, a seconda della composizione dell’export per categorie di prodotto nel 2004 (prodotti che “pesavano” di più nel 2004 hanno soglie più basse). Come è noto, i dati preliminari 2005 indicano variazioni percentuali a tre cifre dell’export cinese per alcuni prodotti tessili verso l’Unione europea, e in particolare verso l’Italia.

(2) Per più ampie notizie sull’Uruguay Round, si veda il sito dell’Omc, www.wto.org

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  1. Alberto Merolla

    E’ sotto gli occhi di tutti che l’eliminazione delle barriere che finora avevano compresso lo sviluppo delle esportazioni cinesi nel mondo ha messo in luce una nuova distribuzione dei vantaggi comparati rispetto a quella a cui eravamo abituati da anni. Il primo risultato è che la Cina sta progressivamente avocando a sé il ruolo di “paese manifatturiero universale” ed è ancora presto per capire cosa potrà restare di competenza delle vecchie economie occidentali e se sarà sufficiente a generare reddito per tutti. Apparentemente, l’esito di lungo periodo sembra essere una drammatica redistribuzione della popolazione con nuovi flussi migratori, questa volta provenienti dai paesi occidentali. Fantascienza? Chissà, vedremo…
    Propongo questo scenario limite più che altro per attirare l’attenzione sulla questione della politica industriale che – da sempre latitante in Italia, soprattutto all’atto di compiere scelte selettive che indirizzassero lo sviluppo di questo paese verso i settori più adatti – mai come in questo momento dovrebbe assumersi il difficile compito di accompagnare la dismissione dei settori non più competitivi e guidare la riconversione delle attività produttive in Italia.
    In questo articolo, come in molti altri in cui, giustamente – a mio modo di vedere -. si mette in guardia dalla miopia delle posizioni neo-protezionistiche, non si nasconde il fatto che, al di là dei vantaggi scarsamente considerati derivanti dall’abbassamento dei costi delle importazioni, è pur vero che il paese dovrà sopportare degli ingenti costi di aggiustamento e che il nodo vero sta nel predisporre misure efficaci per contenerne gli effetti redistributivi e sperequativi.
    Il consenso su questo a me pare ormai ampio. Ma le proposte concrete tutto sommato scarse. Come si accompagna, nei fatti, la dismissione del tessile in Italia? Il distretto di Biella non investe più in macchinari, il tessile meridionale – mai stabilmente competitivo – è in crisi nera. Cosa gli facciamo fare a questi operai, a questi imprenditori? Cosa suggeriamo loro di fare in alternativa, che abbia le caratteristiche per durare almeno 20 anni? E se non troviamo niente? Dove suggeriamo di andare a procurarsi un reddito?
    Ringrazio l’autore se vorrà cimentarsi in una risposta, pur essendo solo lateralmente inerente al suo articolo.

    • La redazione

      Rispondo volentieri alle sollecitazioni del sig. Merolla.
      Correttamente il commento mette l’accento sul punto dolente della questione, ossia i costi di aggiustamento imposti dalla nuova divisione internazionale del lavoro. La risposta sulla direzione di questo aggiustamento è però altrettanto
      semplice: innovazione. Come sottolineato da tanti articoli su questo sito, il problema dell’Europa, e dell’Italia in particolare, sta nella necessità di dover cambiare il modello di
      crescita fino ad oggi perseguito: da imitazione di tecnologie esistenti (vedi, con le dovute eccezioni, il mai competitivo tessile meridionale ricordato dal lettore) ad innovazione. E l’unica innovazione che, come dice il lettore, possare “durare 20 anni” (e non finisca quando finiscono i finanziamenti pubblici) è quella che si genera nel settore privato attraverso il mercato, che deve poterla premiare. Dunque un sistema economico con contratti di lavoro che consentano formazione lungo tutto l’arco della vita, leggi che consentano a chi
      fallisce di riprovare anzichè essere “marchiato” a vita, sistema bancario che si assuma in parte i rischi imprenditoriali di finanziamento dell’innovazione, legalità. Tutte riforme a costo zero o quasi per lo Stato, che intanto copre i costi sociali della transizione al nuovo “modello”.
      E non cadiamo nell’errore di dire: e se non troviamo niente? Rischiamo di ripercorrere le orme di Charles H. Duell, Commissario dell’Ufficio Brevetti americano, che nel 1899 solennemente dichiarava “Tutto ciò che può essere inventato è già stato inventato”.

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