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  1. Marco Giuli Rispondi
    A mio avviso alcune delle caratteristiche strutturali del Paese hanno motivazioni non solo economiche. E' infatti probabile che la sostanziale riduzione degli investimenti esteri - che costituisce un aspetto particolarmente preoccupante dell'attuale situazione - dipenda dal fatto che l'impresa straniera in Italia non cerca solo flessibilità e bassi salari - come vorrebbero farci credere coloro che ritenevano che gli elementi di rigidità del mercato del lavoro fossero l'unico problema - che potrebbero tranquillamente trovare in altri paesi a condizioni più vantaggiose, bensì un sistema-paese in cui l'Amministrazione sia efficiente, la giustizia non assorba dieci anni per portare a termine una causa civile, l'Università offra lavoro effettivamente qualificato. L'incapacità di procedere seriamente e con decisione alla riforma di tali settori e le infinite resistenze corporative sono dunque una parte consistente dell'attuale declino. Insomma, non di sola politica economica si nutre la competitività. Ritengo inoltre che un importante aspetto dell'attuale declino sia rappresentato dalla pericolosa distorsione dei flussi di risparmio verso le rendite immobiliari, probabilmente sia a causa dell'incertezza diffusa che dei recenti scandali finanziari. Non c'è dubbio sul fatto che il boom immobiliare abbia conseguenze pessime per la competitività, prima fra tutte la riduzione della mobilità del lavoro. Non si potrebbe applicare una imposizione fiscale maggiore a questo tipo di rendite "inutili" e probabilmente dannose per la crescita? Certo gli aspetti sottolineati meriterebbero approfondimenti molto maggiori, ma a mio parere sono sufficienti a dimostrare che si potrebbe far ripartire l'economia anche senza attingere eccessivamente alle già fragili finanze pubbliche.
  2. Paolo Rispondi
    Siniscalco ha dichiarato: "Il tessile è massacrato, la produzione calzaturiera è crollata del 17%, i nostri punti di forza sono i più aggrediti dall'offensiva dei paesi in via di industrializzazione. (...) Questo è un caso soprattutto italiano: la Germania e la Francia attraversano fasi di crisi ma reggono la grazie alla grande industria. E perchè c'è una certa differenza tra prodotto clonabile di maglieria e una Mercedes...". E' quindi evidente che la nostra situazione non è uguale a quella degli altri Paesi europei. Lei come commenta le dichiarazioni del "tecnico" Siniscalco sopra riportate?
    • La redazione Rispondi
      Domenico Siniscalco, come economista, correttamente vede una relazione tra l'entità della debolezza congiunturale dell'Italia e il suo modello di specializzazione internazionale. Il politico Siniscalco omette però di ricordare che gli andamenti della produttività e del PIL sono deludenti da vari anni, da quando ancora la Cina non era percepita come una minaccia.
  3. Roberto Marsicano Rispondi
    Tremonti & C. accusano la non governata introduzione dell'euro come fattore principale di crisi, e questa è una parte di verità. Ma non è la più importante. Quello che si dimentica è l'euro ha portato ad una calo generalizzato dei tassi di interesse e quindi si è azzerata la rendita finanziaria che, in Italia, era basata sulla rendita parassitaria sul debito pubblico diretto ed indiretto. Se si guardano le statistiche si vede che, poco dopo l'introduzione dell'euro, la parte di debito pubblico posseduto dagli stessi italiani (famiglie e istituzioni, comprese quelle pubbliche) è andata scemando perchè il risparmiatore ha trovato non più conveniente investire in prodotti finanziari per spostarsi sugli immobili dove sono "immobilizzati" capitali e costi per rate di mutuo. Tenuto conto che mediamente ogni famiglia italiana possedeva circa 80 milioni di lire in titoli e depositi si vede che prima dell'euro una famiglia aveva una ulteriore rendita di 8 milioni di lire l'anno mentre a tassi attuali sulla stessa somma ne avrebbe 1,6. Sparita questa rendita è stato giocoforza per i redditieri che potevano (commercianti ed autonomi) aumentare i prezzi per compensare i costi (e gli sfizi) non comprimibili.Purtroppo i governi pre euro avevano abituato buona parte degli italici a vivere parzialmente di rendita e quindi l'etica del lavoro è automaticamente sparita. Cosa si può fare a questo punto per evitare il disastro probabile? A mio giudizio occorre un'azione di forza sulla BCE per portare i tassi a livelli giapponesi e, in questo modo, si otterebbe: 1) riduzione degli interessi sul debito pubblico 2) riduzione delle rate di mutuo e quindi più liquidità per i consumi 3) denaro meno costoso per le aziende Ovviamente bisogna evitare che il ricorso a prestiti esploda, favorito dai bassi tassi, ma questo può essere ottenuto se BCE e Bankitalia applicano in maniera ferrea i principi di solvibilità debitore per debitore, variando i tassi di prestito basandosi sul rischio di ogni soggetto e non sparando tassi uguali per tutti. Questo risoverebbe anche il problema del Sud dove si potrebbero praticare tassi differenziati per soggetto e non per zona geografica come si fa adesso. Tecnicamente è possibile: le centrali rischi e l'Intelligenza Artficiale possono profilare il soggetto debitore in maniera precisa. I calcolatori li abbiamo: usiamoli.
  4. rosario nicoletti Rispondi
    Ho molto apprezzato l'articolo che evidenzia un aspetto generalmente poco considerato. Uno sguardo alle colonne 2 e 5 indica come l'Italia presenti i valori più bassi: se non sbaglio, questi indicatori sono rappresentativi della "qualità del lavoro". Questa è legata alla organizzazione ed agli investimenti, ma anche ad un aspetto che riguarda i singoli. Infatti dire che una persona è "occupata" significa dire che lavora per un certo numero di ore: se poi produce molto oppure lavora con scarso mpegno non è dato sapere. L'esperienza quotidiana suggerisce che l'impegno nel lavoro è scarso o nullo da parte di molti. Ho letto il bel libro di F.Tatò, "diario tedesco". In alcuni passi ricorre l'idea che nella DDR si era spenta l'etica del lavoro. Credo che qualcosa del genere si applichi all'Italia: questo aspetto è forse sociologico, più che economico. Se di questo si tratta, quali sono i rimedi?
    • La redazione Rispondi
      Non so se si è spenta l'etica del lavoro. Certo, le persone di lavorare hanno un gran bisogno. Quindi da economista sono portato a vedere il problema come un problema di predisporre incentivi efficaci per farli lavorare bene. Certamente la produttività del lavoro dipende da vari fattori, uno di questi è l'efficienza nell'organizzazione della produzione e un altro è il settore o l'area geografica di appartenenza in presenza di rilevanti costi di mobilità. Politiche che facilitino la riorganizzazione produttiva e la mobilità tra lavori e tra aree geografiche sono dunque gli strumenti migliori per ottenere guadagni di produttività.
  5. Massimo Marnetto Rispondi
    Di fronte ad una crisi così profonda, quello che mi colpisce è il processo di "de-responsabilizzazione" scientemente perseguito dai responsabili del Governo. "Non è colpa nostra!" è il messaggio che viene lanciato in ogni occasione, ma mai esplicitamente. E allora si tira fuori il copione che tutti ormai sappiamo amemoria: l'Europa che va male, l'11 settembre, il caro petrolio e la Francia, la Germania, il pessimismo... Salvo poi tirar fuori - a fine legislatura - la pozione che gioverà alla competitività. Credo che il cambiamento più urgente per risollevare le sorti economiche del Paese non sia tecnico, ma culturale: torniamo ad assumerci tutti le nostre responsabilità, ad iniziare da chi governa (o governerà). Chiamiamolo come vogliamo: riscatto, serietà, svolta; ma che ognuno di noi si faccia carico della qualità che può esprimere e sia disposto a risponderne. Gli "irresponsabili a oltranza" saranno forse scaltri, ma di certo non utili.
    • La redazione Rispondi
      Se è un problema culturale, ci vorranno decenni. Potrebbe bastare molto di meno: per esempio un DL competitività diverso da un omnibus pieno di tutto, tranne che di trasparenti e durature risorse per l'innovazione e della riforma delle professioni potrebbe già dare un segnale che qualcosa sta cambiando. Francesco Daveri
  6. ALBERTO Rispondi
    E' chiaro a tutti che senza PIL non si pagano i debiti, non si crea lavoro, non c'è benessere. Il PIL si crea con la produzione di beni e servizi, cercando di non farselo mangiare dalle Tasse e dagli evasori-tangentomani. Se il costo del lavoro è troppo alto la concorrenza straniera ci distrugge e ci costringe A CHIUDERE le aziende, quindi produrre meno PIL. Cosa fare? Creare nuovi posti di lavoro ( per disoccupati ) a costo 0 per le aziende, a carico dello stato ( con leggi che permettono sgravi totali per 1-2-3 anni) tipo salario minimo di ultima istanza. In questo modo le aziende possono produrre a costi di tipo Cinese! Dove si trovano i soldi? Invece di diminuire le tasse a chi già non le paga, concentrando tutti gli incentivi alle aziende, combattendo evasione fiscale e lavoro nero. Non dimentichiamo poi che con + PIL i soldi spesi a debito, RIENTRANO sicuramente!!!!
    • La redazione Rispondi
      Caro Alberto, è buona norma firmare (con un nome diverso da foxobs) le proprie lettere o commenti. Comunque (o COMUNQUE, come scriveresti tu), non credo che la crisi italiana potrebbe essere risolta con la creazione di posti di lavoro a costo zero per le aziende e con il costo sociale pagato dalle tasse inflitte sugli evasori. L'esperienza storica italiana insegna che un posto di lavoro a costo zero per le aziende spesso finisce per avere valore zero. L'Italia ha invece bisogno di capire se e come può creare posti di lavoro in settori utili, cioè che rispondano a bisogni ed esigenze. Meglio se sono esigenze sentite anche dai cinesi e dagli indiani e se sono esigenze che possono essere soddisfatte meglio da noi che dai tedeschi e dai francesi. Insomma, bisogna scoprire nuovi prodotti e nuovi modi di produrre quelli che facciamo già, non garantire un posto di lavoro a tutti i costi per chi non ce l'ha. Francesco Daveri
  7. Franco Pischedda Rispondi
    Nessuno ha dubbi sul fatto che l’economia, soprattutto in Italia, sia in crisi, e vi è una generale convergenza nel ritenere che il modo in cui l’Italia ha affrontato il cambio di moneta ha contribuito, da noi, a rendere imponente l’effetto crisi. Quasi uno tsunami monetario. Da una situazione di relativo benessere (più auto per famiglia e neanche troppo utilitarie, case acquistate con pesanti rate di mutuo, alte spese di energia elettrica per impianti di riscaldamento e condizionamento, alte spese di benzina per lunghi spostamenti quotidiani, vestiario per ogni stagione, spese per asilo e badanti, feste tutto l’anno, e così via fino ai mutui per le vacanze all’estero), ora si riesce a mala pena a sopravvivere. Si è caduti improvvisamente in una situazione di povertà sia pure relativa ma diffusa, aggravata psicologicamente (almeno per le nuove generazioni che non vi erano abituate) dal fatto che ora si deve imparare a fare pesanti rinunce per sopravvivere dignitosamente. Rinunciare ai bisogni significa consumare il minimo essenziale, e questo significa imprese a produttività ridotta e molte addirittura senza mercato. Qui il problema non è più teorico, perché non è in gioco la “propensione” o meno al consumo, su cui si potrebbe eventualmente agire con incentivi, ma è un problema pratico: non si consuma perché mancano le risorse. Esclusa in questo momento ogni possibilità di incrementare in modo consistente le risorse finanziarie circolanti (la crisi non consente aumenti salariali), esclusa la possibilità di intervenire d’autorità sulla riduzione dei prezzi, una via per dare concretezza alla speranza di ripresa economica può essere quella di una politica economica che consenta di rendere disponibile per maggiori consumi una quota delle risorse esistenti e circolanti. Per esempio: riduzione, peraltro già avviata, del carico fiscale per imprese e famiglie, per quello che è possibile fare, senza creare ulteriori buchi nella finanza pubblica; riduzione temporanea, per cinque anni, a favore delle imprese e delle famiglie dei costi di fornitura dell’energia elettrica della benzina e gasolio; rinegoziazione dei mutui per la prima casa a condizioni di maggior favore e stipula dei nuovi contratti a tassi agevolati e/o con contributo dello Stato sugli oneri; agevolazioni fiscali ai proprietari di immobili in locazione per bloccare la lievitazione degli affitti per un certo periodo di tempo; incentivazione temporanea ai produttori nazionali affinché si inseriscano nell’attività calmieratrice dei prezzi dei beni largo consumo (alimentari e manifatturieri) seguendo la politica che i grandi magazzini hanno svolto negli anni sessanta (e senza paura della concorrenza dell’est).
    • La redazione Rispondi
      Sostenere i consumi è una strategia quasi obbligata in una situazione di crisi. Molte delle proposte da Lei indicate vanno in questa direzione e mi sembrano piene di buonsenso (soprattutto quelle a costo zero per le casse dello Stato). Ma sostenere i consumi non basta perchè l'Italia recuperi competitività. E la crisi italiana, invece, è soprattutto dal lato dell'offerta, a mio avviso, più che dal lato della domanda. per questo alla fine dell'articolo, sottolineavo l'importanza di proseguire sulla strada delle riforme, che però richiederanno tempo per produrre risultati e comporteranno sacrifici e rinuncia alle piccole rendite quotidiane a cui un po' tutti siamo abituati.
  8. Zefrem Rispondi
    Vedo che nell'articolo si considerano diversi parametri per valutare lo 'stato di salute' dell'economia di un paese, uno di questi e' il numero di 'posti di lavoro'. A questo punto mi chiedo, e le chiedo, alla luce della legge 30 e della progressiva precarizzazione e frammentazione del mercato del lavoro in Italia ha ancora senso parlare di 'posto di lavoro' ? E se si con quali parametri esso andrebbe considerato, ad esempio numero di ore lavorate in una settimana, in un mese, in un anno, reddito percepito ecc. per essere effettivamente un posto di lavoro e non solo l'occupazione temporanea di uno scolaro impegnato a racimolare la paghetta settimanale?
    • La redazione Rispondi
      Il mio articolo non era sui posti di lavoro, per definire i quali ci sono definizioni stabilite dagli istituti di statistica su chi è occupato e chi no. Il dato che riportavo (ore lavorate complessive aumentate dell'1% l'anno circa tra il 1995 e il 2003) è la somma della crescita di circa 1.3% l'anno degli occupati e la diminuzione di circa 0.4% delle ore lavorate per ogni lavoratore. E' quindi un buon indicatore dell'ammontare di lavoro impiegato nella produzione, che tra l'altro ci ricorda che, nonostante la precarizzazione e gli altri effetti della flessibilità, gli italiani nel loro complesso hanno passato più tempo a lavorare, a differenza che in passato.
  9. sirio grossi Rispondi
    Sono molto contento che personaggi come lei mettano in risalto quali siano i reali problemi che stiamo attraversando. Soprattutto dopo la "ramanzina" che il presidente del consiglio ha fatto all'opposizione rea di essere troppo pessimista sulle sorti della nostra economia. Io inviterei tutti a dare uno sguardo ai numeri che sono più chiari di ogni cosa, soprattutto dovrebbero finirla alcuni personaggi a dare interpretazioni fantasiose ai numeri. La reltà è una soltanto: l'Italia sta attraversando il momento più critico da quando è in Europa e la via di uscita è molto lontana e soprattutto c'è bisogno della volontà e dell'impegno di tutti per venirne fuori, non solo da parte di chi ha le redini del governo in mano, ma anche da chi come l'opposizione ha la responsabilità di fare proposte concrete andando al di là di un'ostruzionismo molte volte deleterio.
  10. Alberto Lusiani Rispondi
    Leggo nell'articolo: << Nel complesso, la crescita del Pil dell’Italia dopo il 1995 è stata inferiore non solo alla media europea, ma alla crescita di tutti gli altri paesi europei, tranne la Germania. Nel 2001-04, il divario con l’Europa si è però aggravato. >> Tuttavia nella tabella allegata l'affermazione appare contraddetta, perche' nel periodo 2001-2004 lo scarto Italia-EU su PIL/occupato e' -1.0%, mentre nel periodo 1995-2003 lo scarto Italia-EU su PIL/occupato (settore privato) e' -0.8%. Le due colonne non descrivono dati omogenei, ma la tabella non fornisce dati meglio confrontabili di questi. Per meglio verificare l'affermazione fatta nel testo sarebbe opportuno fornire al lettore i dati dell'incremento del PIL totale nei due periodi.
    • La redazione Rispondi
      grazie del messaggio e della utile richiesta di chiarimento. per estendere il confronto fino al 2004, Le do i dati in termini di occupati del settore privato, ma verrebbero fuori numeri simili anche per il prodotto per ora lavorata (che però arriverebbe solo fino al 2003). Il PIL per occupato privato è diminuito dello 0.2% l'anno nel 2001-2004 in Italia, mentre aumentava di 0.6% nell'area Euro, il che corrisponde ad un divario di crescita di circa 0.8% punti percentuali l'anno. Nel 1995-2000, sia l'Italia che l'area Euro avevavo visto aumentare il PIL per occupato privato dell'1.1% l'anno. Questi dati provengono dal data set dell'OECD Economic Outlook. Li ho scaricati pochi giorni fa. Come affermato nell'articolo, il divario di crescita della produttività tra Italia e media europea è dunque aumentato nel periodo più recente. Cordiali saluti Francesco Daveri