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La statistica e la democrazia

Visione strategica del ruolo della statistica pubblica, adeguati investimenti e rispetto dell’indipendenza della funzione statistica sono condizioni ineludibili per una società dell’informazione efficiente e per una democrazia moderna e funzionale. Un serio ripensamento dell’assetto istituzionale del Sistema statistico nazionale alla luce delle modificazioni della società e della politica sarebbe dunque auspicabile, magari a partire dai principi posti alla base della statistica comunitaria e contenuti nella nuova Costituzione europea.

Può un sistema economico funzionare senza sapere se l’inflazione annua è pari al 2 o al 10 per cento? Può una società compiere scelte importanti per il proprio futuro senza sapere se l’economia che la sostiene è in declino strutturale o vive una difficoltà temporanea? Può, infine, un processo democratico essere considerato tale se le decisioni di voto sono prese sulla base di percezioni e non dei risultati effettivi dell’azione di governo?

Un gap conoscitivo

Queste domande sono tutt`altro che retoriche per chi guardi al caso italiano, soprattutto a confronto con quello di altri grandi paesi industrializzati. Spesso, infatti, si ha la sensazione che il dibattito politico italiano sia del tutto sganciato dalla realtà e che la stessa definizione di realtà sia l’ultimo dei problemi. Secondo alcuni, l’informazione pubblica appare asservita alla visione idilliaca presentata dal Governo, mentre secondo altri, quella proposta dall’opposizione tende a ingigantire i problemi per controbilanciare la prima. Il risultato finale è che la statistica, sviluppata per andare oltre la capacità degli individui di osservare e quantificare la realtà circostante, è messa sotto accusa, i suoi risultati sono ritenuti inferiori alle “percezioni”, spesso amplificate dai media e dagli opinion leader per finalità puramente politiche, e giudicati attendibili o falsi in base alle convenienze della propria parte politica.
La società italiana sembra così soffrire di un crescente gap conoscitivo sulle proprie caratteristiche economiche, sociali e ambientali. Nel passato, erano le crisi valutarie a rendere evidenti i problemi strutturali dell’economia italiana. Oggi, grazie all’euro, non è più così, ma proprio per questo il paese deve imparare a leggere la propria realtà nel confronto internazionale, spesso fatta di differenze espresse in termini di “decimali”, ma non per questo trascurabili. Vivere nella società dell’informazione vuol dire saperne gestire la complessità e trasformare tale informazione in vantaggio competitivo. Ed è qui che il discorso sulla qualità della statistica pubblica diviene cruciale per lo sviluppo del paese.

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Una scienza sottovalutata

L’Italia investe per la statistica ufficiale molto meno degli altri grandi paesi, sia in termini pro-capite, sia rispetto al Pil. L’approccio estremamente innovativo sul piano organizzativo e istituzionale contenuto nella legge statistica del 1989 è stato parzialmente vanificato proprio a causa della mancanza di adeguati investimenti, per non parlare della recente inclusione dell’Istat nel sistema dello spoils system. D’altra parte, la statistica pubblica non è certo percepita dalla maggioranza dei cittadini e da molti politici come uno dei pilastri istituzionali di un paese moderno. Né all’Istat (o alla commissione di garanzia dell’informazione statistica istituita presso la presidenza del Consiglio) viene riconosciuta una funzione istituzionale paragonabile a quella della Banca d’Italia o di “authority” di settore. Purtroppo, va detto che la situazione italiana non è un caso isolato, almeno nel panorama europeo. Nonostante i grandi progressi effettuati, anche grazie a Eurostat, nell’armonizzazione delle statistiche europee, non si è voluta (o saputa) cogliere l’occasione della nuova Costituzione europea per creare un sistema statistico europeo, sulla falsariga del sistema europeo delle banche centrali. E intanto, gli istituti di statistica di alcuni paesi soffrono di tagli di bilancio o di attacchi alla loro indipendenza. Ben diversa è la situazione nel Regno Unito o in altri paesi dell’Ocse di stampo anglosassone (Canada, Stati Uniti, Australia), dove non solo gli investimenti pubblici sono nettamente superiori, ma il ruolo svolto dall’informazione statistica “ufficiale” nel dibattito culturale e politico è centrale e l’indipendenza degli istituti di statistica è difesa in modo bipartisan.
Una proposta “moderna” di governo passa anche per un impegno culturale a valutare la realtà con obiettività e a farsi valutare dai cittadini sulla base di dati di fatto (non a caso la corsa verso l’Unione monetaria fu compresa da tutti perché l’obiettivo era chiaro e quantificato in pochi, ancorché criticabili, indicatori). Dal punto di vista statistico, l’Italia non ha nulla da invidiare in termini di capacità tecniche e di capitale umano ad altri grandi paesi industrializzati. Questa ricchezza rappresenta la condizione necessaria, ma non sufficiente, per far fare alla statistica pubblica un salto di qualità. Serve, in primo luogo, un riconoscimento della sua funzione pubblica, al quale devono far seguito investimenti adeguati e comportamenti rispettosi dell’indipendenza scientifica degli enti che producono statistiche ufficiali da parte della politica, dei media e degli altri attori sociali, pur senza rinunciare al diritto di critica fondato su considerazioni tecnicamente valide.

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Chi siamo e dove andiamo

Un serio ripensamento dell’assetto istituzionale del Sistema statistico nazionale alla luce delle modificazioni della società e della politica sarebbe decisamente auspicabile, magari a partire dai principi posti alla base della statistica comunitaria e contenuti nella nuova Costituzione europea. Un rafforzamento esplicito dell’autonomia dell’Istat, degli altri grandi enti produttori di statistiche pubbliche e delle istituzioni poste a garanzia della qualità dell’informazione statistica contribuirebbe a tale risultato. Infine, sarebbe altrettanto auspicabile l’avvio di un progetto volto a costruire “key indicators” della società italiana, per aiutare il paese a valutare dove si trova e a capire dove vuole andare. (1)
La disponibilità di “indicatori chiave” – economici, sociali e ambientali – viene considerata da alcuni come uno degli strumenti fondamentali di un sistema politico bipolare, nel quale i cittadini vengono informati adeguatamente sugli avanzamenti conseguiti nei diversi campi attraverso la diffusione di statistiche ufficiali di elevata qualità, il cui valore informativo sia condiviso da tutte le componenti sociali. Iniziative di questo tipo sono state lanciate con successo in Australia, Irlanda, Regno Unito, Stati Uniti.

(1) Per esempi di questo tipo si veda www.oecd.org/oecdworldforum.

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  1. damiano pincolini

    Trovo l’analisi di Enrico Giovannini di una lucidità disarmante.
    Lo stesso famoso e famigerato contratto con gli italiani ha rappresentato dal mio punto di vista una potenziale innovazione, in quanto “contenitore” di quei key indicators (che pure vanno condivisi e formalizzati ben oltre una campagna elettorale), ma si è manifestato nella sua essenza (uno strumento zoppo) in quanto sono mancati (volutamente?) i mezzi per declinare in numeri e percentuali il grado di raggiungimento degli obiettivi.
    Se non erro ci è voluto un libro (“dossier italia” di cui non ricordo l’autore) per tentare di calcolare questi margini di (in)successo.

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