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  1. Cobretti A. Rispondi
    Concordo sul fatto che tra gli interlocutori dei politici sul tema della Cina dovrebbero esserci gli ingegneri, ma il problema a questo punto è che gli ingegneri in quanto tali non hanno voce in capitolo non avendo degli organismi a livello nazionale in grado di farne sentire la voce. Non c’è un minimo di tutela degli ingegneri, ognuno pensa per conto suo, si ha una visione miope del proprio ruolo. Oltre a ciò, a mio avviso, sono le stesse aziende italiane a trovare più comodo evitare di rispettare le norme europee e trovare ogni espediente possibile per aggirare tali norme…preferendo vendere i propri prodotti in stati poco evoluti tecnologicamente (Tunisia, Algeria, Paesi dell’Est, Cina) piuttosto che confrontarsi con stati come Germania, Francia, Inghilterra, Stati Uniti. Poi però ci si lamenta che gli stati in cui vendiamo ancora qualcosa poi ci copiano i prodotti…ma noi da 50 anni a questa parte cosa abbiamo fatto se non copiare continuamente l’80% di quello che abbiamo prodotto? Saluti, Cobretti A.
  2. A.Lauri Rispondi
    Ritengo la tesi sostenuta nell'articolo corretta e logica (per quanto possa valere la mia opinione). La "mano invisibile" nel lungo periodo metterà a posto le cose. Le imprese italiane faranno i loro sforzi per migliorare la competitività; e se nel gareggiare sul mercato nazionale ed internazionale saranno bastonate, è cosa buona e giusta! Come consumatore avrò prodotti di maggiore qualità e a prezzi più bassi. Spiegherò ai miei figli che la riduzione del tenore di vita, la difficoltà a trovare lavoro, l'affanno a fine mese teoricamente sono un bene. Alla fine, nel medio/lungo periodo ... Intanto combattiamo il colesterolo, l'eccesso di grassi, le potenziali malattie cardiovascolari con due sane ciotole di riso al giorno. Una vita frugale vissuta cristianamente partorisce sani valori. Sarà come dite voi ma qualcosa non mi quadra! Non è che forse, ad onore della teoria e della logica, ci tocca sopportare un sacrificio sociale superfluo? Non sarebbe forse meglio proteggere il nostro sistema imprenditoriale e sociale fatto di garanzie per i più elementari diritti umani, frutto di una civiltà che, migliore o peggiore, è comunque la nostra? Sono daccordo con il commento dell'ing. Sala che mi porta a pensare che non possiamo combattere di fioretto con chi usa l'ascia! Chiedo scusa per le mie considerazioni profane e mi associo all'atto di umiltà espresso dall'ing. Sala nel p.s.. Saluto cordialmente.
    • La redazione Rispondi
      Ringraziamo i nostri lettori per i loro commenti, che in effetti trasmettono un senso di profonda preoccupazione. E’ possibile proteggere il nostro sistema sociale e imprenditoriale? E’ la domanda che si pongono giustamente i nostri lettori. La risposta è sì, a una condizione però, che riusciamo ad adattarlo alle nuove condizioni dell’economia mondiale. Per tanti anni abbiamo vissuto di una posizione di rendita producendo beni a bassa tecnologia e a bassa intensità di manodopera qualificata e vendendoli agli altri paesi industrializzati. Oggi tutto ciò non è più possibile, perché i paesi in via di sviluppo occupano sempre più le nostre nicchie di mercato, con costi e prezzi più bassi. Il Made in Italy è quindi condannato? Certo che no! La performance del tutto positiva della meccanica strumentale sottolinea che quando gli imprenditori italiani si specializzano in produzioni ad alta tecnologia hanno successo. Ma è tutto il sistema industriale che deve percorrere questa strada. Per questo sono indispensabili investimenti in ricerca e sviluppo, investimenti in istruzione, norme che agevolano il capitale di rischio invece di punirlo (come fa invece il nostro diritto fallimentare). Il protezionismo serve? La risposta è no, eccetto forse che nella transizione. La controindicazione più grave del protezionismo nasce proprio dal fatto che induce imprese e lavoratori a rimanere e soprattutto a investire in settori che hanno sempre meno futuro in quanto il loro vantaggio competitivo si è spostato in altri paesi. Se si trattasse di misure solamente temporanee, dirette a aiutare e proteggere le persone (ma non i posti di lavoro) andrebbe tutto bene. Purtroppo, una volta introdotte, le misure protezionistiche sono difficili da smantellare. Il multifibre è sopravvissuto per più di 30 anni, ma non ha risolto i problemi di competitività del nostro settore tessile-abbigliamento, al contrario. Lo stesso discorso vale per l’agricoltura. Quello di cui abbiamo bisogno sono misure che non fossilizzino la nostra struttura industriale in una situazione non competitiva. De Arcangelis e Giovanetti ricordano nel loro articolo come negli Stati Uniti si sia riusciti meglio che da noi a conciliare l’esigenza di proteggere lavoratori e imprenditori con quella di agevolare la mobilità verso nuovi settori. Perché non fare lo stesso in Italia e in Europa? Un lettore mette in luce come in il costo dei materiali sia talora superiore al prezzo di vendita dei beni cinesi. E’ un caso di concorrenza sleale (dumping) per cui gli accordi del WTO prevedono degli strumenti di risposta come le azioni antidumping, di cui in passato si e' fatto ampio uso. Anche se questi strumenti sono spesso usati a fini puramente protezionistici (e' difficile capire se le imprese stiano effettivamente praticando delle azioni di dumping e di 'predatory pricing') il loro utilizzo è del tutto giustificabile. Devono essere gli imprenditori però ad attivare le procedure presso gli organismi della Commissione segnalando queste pratiche. Nel caso della Cina, poi, e' possibile chiedere l'introduzione delle clausole di salvaguardia se un determinato settore e' seriamente danneggiato da una crescita improvvisa delle importazioni. Si noti che per entrare nel WTO la Cina ha accettato regole particolari, che prevedono che le misure di salvaguardia possano essere unilaterali, ossia solo contro la Cina stessa. Questa e' un'eccezione, che viola il principio di non discriminazione del GATT. In sintesi verso la Cina e' possibile attivare misure di salvaguardia mirate e dunque più stringenti che verso altri paesi. Ma si tratta di misure temporanee che se non vengono utilizzate per affrontare i nodi strutturali del settore e dell’economia non fanno altro che ritardare e spesso aggravare il problema. In estrema sintesi, non possiamo e non vogliamo competere con i paesi in via di sviluppo sulle condizioni di lavoro e di salario. Non possiamo neppure far ricorso alla protezione commerciale se non come misura del tutto temporanea. La difesa del nostro sistema imprenditoriale e sociale si puo' fare solo eliminando i fardelli che pesano sulla competitivita' delle nostre imprese, non proteggendole in maniera di fatto permanente dalla concorrenza.
  3. Angelo Rispondi
    Senza entrare nel merito tecnico della delocalizzazione e premettendo che sono fondamentalmente d'accordo con il non senso dei dazi, tuttavia mi rimane sempre un dubbio: se le aziende delocalizzano pesantemente all'estero cosa ne sarà dei lavoratori italiani. Verranno assunti in massa nelle restanti realtà industriali che rimangono ? Si potrebbe obbiettare al mio appunto che, non delocalizzando, alcune imprese avrebbero fallito perdendo competitività e questo sarebbe risultato comunque in persone che perdono il proprio lavoro. Allora come risolviamo questo problema ? Delocalizziamo anche gli italiani ?
  4. A. Sala Rispondi
    Ad occuparsi di Cina, mi pare, sono tre categorie professionali: i politici, i giornalisti e gli economisti. Una categoria è clamorosamente assente: gli ingegneri. Esiste infatti non solo una componente economica, ma anche una componente tecnica: la qualità dei prodotti importati dalla Cina. L'Unione Europea si è data regole abbastanza severe nel tutelare la sicurezza dei prodotti: la marcatura CE, la direttiva sui giocattoli, la direttiva sui recipienti in pressione, ecc. I prodotti cinesi, brasiliani, vietnamiti oggi e quelli africani, in un futuro non tanto remoto, rispettano le regole severe stabilite dall'Unione Europea? Non è dato sapere, perchè non esistono gli organismi di controllo. C'è qualche ingegnere che legge lavoce, che conta, che sappia spiegare ai politici, ai giornalisti e agli economisti il significato e il valore delle regole che l'Unione Europea si è data? Cordialità P.S. Ovviamente sono ingegnere, ma un ingegnere che non conta.